«Una correzione sana e necessaria dopo mesi di corse sui mercati»



Il brusco calo delle borse martedì scorso e le vendite sui titoli legati all’intelligenza artificiale non sorprendono Cathie Wood. «Siamo davanti a una correzione sana e necessaria, dopo una crescita avvenuta troppo in fretta», spiega il super-gestore che con la sua Ark Invest, di cui è ceo e chief investment officer, è diventata uno dei punti di riferimento per gli investimenti in tecnologia, innovazione e nelle nuove frontiere. L’idea sviluppata in questi ultimi mesi è che quella dell’intelligenza artificiale non sia una bolla, come invece alcuni osservatori tendono a credere o temono.

«Se guardiamo ad alcuni esempi degli ultimi tre mesi, Micron ha triplicato il suo valore, lo stesso ha fatto SK Hynix. Potremo anche vedere questi due titoli dimezzarsi e saremo ancora in un trend rialzista».

Quanto accaduto martedì in Borsa non è quindi un segnale d’allerta?

«Siamo davanti a una vera rivoluzione. Non è soltanto una questione di pubblicità, ma di capitale che insegue le opportunità. Un po’ come durante la corsa all’oro, quando a guadagnare era chi forniva ai minatori pale e picconi. Al contrario, chi sta sottoperformando sono i cosiddetti hyperscaler, i fornitori di servizi cloud in grado di offrire risorse di elaborazione, archiviazione e rete su scala massiva. Quindi, dopo le prese di profitto sui semiconduttori, ci stiamo spostando verso le aziende cloud integrate verticalmente. La terza fase, in cui siamo già, è quella dell’IA incarnata, nella quale convergono mondo digitale e fisico: quindi mobilità autonoma, robotaxi, droni. E poi c’è tutto il tema della convergenza della tecnologia sulla sanità, ad esempio sul sequenziamento genomico e con applicazioni profonde dell’IA che dalla cura delle malattie può portare alla salute preventiva».

Quindi non è soltanto un tema di servizi che l’IA può fornire. Il grande pubblico guarda ad esempio principalmente ai modelli e ai vari chatbot. Resta un tema di interesse?

«Lo vediamo dai ricavi di Anthropic, passati in sei mesi da 9 miliardi a 47 miliardi. Un’azienda come Salesforce ha impiegato 25 anni per fare un simile salto».

Eppure, come dimostra la recentissima quotazione stellare di SpaceX, a questi grandi colossi viene data fiducia anche se spesso operano perdita e senza produrre utili. Com’è possibile?

«Prima di acquisire xAI, SpaceX era un’azienda redditizia, con una crescita dei profitti incredibile. È una società che si è preparata a dominare il grande mercato delle comunicazioni a banda larga, stimato in 1.600 miliardi di dollari. Ha inoltre almeno un decennio di vantaggio nel campo dei razzi riutilizzabili, quindi capace di operare sul lungo termine e in modo economicamente sostenibile nello spazio. E poi c’è tutto il tema dei neocloud, gli operatori specializzati in cloud computing, che forniscono le infrastrutture per ottimizzare l’IA. XAI ha già costruito Colossus 1 e 2, due enormi data center alimentati da generatori autonomi che oggi Musk affitta ricavando più del capitale investito. Le opportunità del neocloud si sposteranno nello spazio. Quindi, con dieci anni di vantaggio, SpaceX potrebbe essere capace di dominare la capacità computazionale spaziale».

Restando sulle attività di Elon Musk, Tesla rischia di accusare la concorrenza dei produttori cinesi di auto elettriche?

«Non guardiamo a Tesla come a un produttore di auto. Se lo facessimo non saremmo interessati all’azienda, perché appunto BYD produce auto migliori e a prezzi più bassi. Tesla rappresenta invece la convergenza tra le principali piattaforme di innovazione: robot, quindi veicoli autonomi, accumulo di energia e intelligenza artificiale. Il modello finanziario di Tesla passerà da margini lordi bassi a qualcosa sopra il 60%, perché il business del robotaxi è ad altissimo margine (80%). Rispetto al tradizionale modello dell’industria dell’auto, “vendi e spera che il cliente torni tra cinque anni”, l’industria dei robotaxi offre ricavi ricorrenti, entrate costanti e ad alto margine».

La riporto sulle Borse e sulla composizione dei listini: c’è un rischio di eccessiva concentrazione nelle piazze statunitensi, vista la presenza dei cosiddetti Mag7, i grandi colossi della tecnologia con capitalizzazioni da diverse migliaia di miliardi di dollari?

«Quello che vediamo è che quel gruppo sta sottoperformando perché sta passando dal generare enormi free cash flow a spendere per la capacità computazionale dell’era AI, emettendo anche debito e azioni. Molti azionisti non se lo aspettavano e stanno prendendo profitti, spostandosi su aziende che generano flussi di cassa. Noi però restiamo molto positivi su questo tipo di spesa e stiamo aumentando l’esposizione, perché queste aziende hanno qualcosa che nessun altro ha: dati proprietari, che nell’era IA saranno il segreto del successo».

La politica monetaria della Federal Reserve sta influenzando le vostre scelte in materia di investimento?

«Kevin Warsh sta preparando cinque studi, di cui due particolarmente importanti. Uno riguarda il modo in cui l’inflazione viene misurata dal governo. C’è infatti una misura chiamata “true inflation” sui prezzi dei beni e servizi, che oggi è all’1,8%, mentre l’inflazione “core”, esclusi quindi cibo ed energia, è all’1,4%. L’altra misura cruciale è il costo unitario del lavoro: la crescita della retribuzione per ora è del 3,5%, ma la produttività è al 3%, quindi l’inflazione del costo unitario del lavoro è solo dello 0,4%. Chi teme l’inflazione degli anni Settanta, quella da spirale salari-prezzi, può stare tranquillo: non la vedremo. Penso che Warsh aspetterà fine anno per completare le analisi e concluderà che, pur con un’economia molto forte (anzi, in boom), l’inflazione sta scendendo. Quindi nessun motivo per frenare la crescita».


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