Partire per Londra – La Stampa



Le dimissioni del premier britannico Keir Starmer potrebbero avere conseguenze significative anche per i cittadini dei Paesi dell’Unione europea, italiani compresi. Il suo governo stava negoziando un accordo con la Commissione per riavvicinare il Regno Unito all’Ue, in particolare per abbattere alcune delle barriere della Brexit che oggi rendono più difficile il trasferimento di studenti e lavoratori tra le due sponde della Manica. Sul tavolo c’è infatti un rivoluzionario schema per la mobilità giovanile che ora il nuovo premier (verosimilmente Andy Burnham) dovrà decidere se confermare o meno. Qui sotto ti spiego in cosa consiste.

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*PARTIRE PER LONDRA*

Sono passati ormai dieci anni dal referendum britannico sulla Brexit e quasi sei anni e mezzo da quando il Regno Unito è ufficialmente uscito dall’Unione europea senza un accordo sulla mobilità dei cittadini.

Da quel momento, i cittadini Ue che intendono stabilirsi al di là della Manica per studiare o lavorare hanno bisogno di un visto e di un’assicurazione sanitaria. E per gli universitari bisogna mettere in conto una disponibilità economica non indifferente, dato che le tasse si aggirano in media attorno ai 20-30 mila euro l’anno, con rette che possono schizzare anche a quota 60-70 mila euro per le università più prestigiose, come Cambridge.

Il risultato? Secondo i dati dell’agenzia statistica universitaria britannica, il numero di studenti Ue si è praticamente dimezzato tra il 2020/2021 e il 2023/2024.

L’Unione europea ha cercato in più occasioni di convincere il governo di Londra a un ripensamento, ma le resistenze iniziali sono state nette. Poi, però, a un certo punto anche i britannici si sono resi conto dei possibili benefici di un’apertura.

La questione dell’immigrazione è stata uno dei motori che hanno spinto i cittadini britannici a votare per l’uscita dall’Ue, ma i numeri hanno dimostrato che i flussi sono aumentati nettamente negli anni successivi alla Brexit. Nel 2016, l’anno del referendum, il saldo netto era di circa 300 mila arrivi in più rispetto alle partenze, ma nel 2023 ha toccato quota 900 mila. La differenza è che, all’epoca, tre quarti degli ingressi riguardavano cittadini Ue, mentre ora questi rappresentano soltanto il 10%.

In sostanza, Londra ha chiuso la porta agli studenti europei e l’ha aperta alla manodopera poco qualificata proveniente da Paesi extra-Ue. Una strategia che non ha contribuito a risanare una situazione economica che con la Brexit è andata nettamente peggiorando.

Esistono vari studi sull’impatto del referendum e tutti sono concordi nel dire che il Pil del Regno Unito, al netto delle crisi economiche di questi anni che hanno colpito tutti i Paesi europei, sarebbe stato superiore se fosse rimasto nell’Unione (le stime parlano di 6-8 punti di Pil).

L’export è crollato, così come gli investimenti (-12-13%), la produttività e il valore della sterlina. Solo l’immigrazione, nel complesso, è aumentata. Anche se con uno scarso impatto sulla produttività e di conseguenza sul Pil.

Anche per questo, in occasione del primo summit Ue-Uk del maggio 2025, il governo guidato da Keir Starmer ha accettato di rivedere la propria posizione e di aprire alle richieste di Bruxelles per negoziare sul fronte della mobilità giovanile.

Nel dicembre dello scorso anno, i negoziati hanno permesso di raggiungere un accordo sul rientro del Regno Unito nel programma Erasmus+ a partire dal gennaio 2027. Studenti, insegnanti e ricercatori potranno trasferirsi da un lato all’altro della Manica.

Il governo britannico ha accettato di versare un contributo di 660 milioni di euro al bilancio Ue per l’anno accademico 2027/2028, mentre la partecipazione finanziaria per i periodi successivi verrà definita nel quadro dei negoziati sul bilancio pluriennale dell’Unione.

Ma l’Erasmus+ è un programma limitato a una platea ben definita e soprattutto per scambi di breve periodo. Per questo le due parti hanno iniziato a negoziare uno schema più ampio per la mobilità giovanile, aperto anche ai lavoratori, ai tirocinanti o a chiunque voglia trasferirsi nel Regno Unito (o, viceversa, nell’Unione europea, per un periodo più lungo). Londra ha già degli accordi simili con altri Paesi, come l’Australia, il Canada, la Nuova Zelanda o il Giappone. Ma non con i vicini dell’Unione europea.

Le trattative sono partite fissando alcuni paletti. Innanzitutto, l’età: c’è stata intesa sulla necessità di limitare questo schema ai giovani tra i 18 e 30 anni. Poi però è emerso il tema delle quote: Bruxelles non vorrebbe fissare un tetto massimo, ma si è detta disposta a introdurre una sorta di “freno d’emergenza”, stabilendo un numero annuale massimo di visti da emettere in caso di “distorsioni”. I britannici, però, vogliono delle quote massime: all’inizio si parlava di 70 mila visti, più recentemente si discute su una cifra di 40-50 mila.

Per quanto riguarda la durata, l’Ue vorrebbe fissare un periodo fino a quattro anni. Londra preferirebbe un periodo più breve, di due anni, anche se questo rischia di ostacolare chi intende trasferirsi per un intero corso di studi.

Infine, c’è il tema delle tasse universitarie. I governi europei chiedono l’equiparazione dei loro cittadini agli studenti locali, esentandoli dalle extra-tasse previste per i non britannici. Ma Londra non sembra disposta a cedere molto su questo fronte.

Sulle quote massime, sulla durata e sulla questione delle tasse universitarie i negoziati sono ancora in corso per trovare un compromesso, ma le distanze si sono notevolmente accorciate. Le parti avevano fissato un summit per il 22 luglio in cui siglare l’intesa sulla mobilità giovanile e sulle altre due questioni oggetto della trattativa: la rimozione delle barriere normative in campo sanitario e fitosanitario nel settore agroalimentare, per dare una spinta al commercio, e l’allineamento del Regno Unito nel settore energetico, in particolare per quanto riguarda il meccanismo Ets per lo scambio delle quote di emissioni.

Ora tutto è rinviato almeno a settembre, in attesa del nuovo inquilino di Downing Street. Con ogni probabilità sarà il laburista Andy Burnham e Bruxelles spera che il prossimo primo ministro confermi l’intenzione di Starmer di portare avanti il “reset” delle relazioni con l’Unione europea. Almeno per quanto riguarda la mobilità dei giovani.

*QUEL MERLUZZO DI PUTIN*

Il ventunesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, tra le altre cose, prevede anche uno stop totale delle importazioni di merluzzo. Ma la proposta della Commissione non è stata ancora adottata dagli Stati membri perché sono emerse un po’ di resistenze da parte di alcuni governi.

Secondo quanto risulta da diverse fonti Ue, il Paese più esplicito nel criticare la misura è la Germania, che è il primo importatore di merluzzo dalla Russia in tutte le sue forme (fresco, refrigerato o congelato, intero o a pezzi, eccetera…). Addirittura, il volume dell’import di merluzzo russo è aumentato dall’inizio della guerra in Ucraina.

Anche in Italia si mangia parecchio merluzzo proveniente dalla Russia e infatti Roma – insieme con altri Paesi, come ad esempio la Polonia – ha condiviso le preoccupazioni tedesche sui possibili impatti sul fronte dell’occupazione e dei consumatori, seppur in modo molto meno perentorio.

*FAR LEVA SULLA LEVA*

La Commissione europea ha proposto di estendere di un altro anno, fino al marzo del 2028, la protezione internazionale per i cittadini ucraini. Ma con una novità importante: su richiesta di Volodymyr Zelensky, Bruxelles ha accettato di escludere dalla protezione gli uomini in età di leva che non possono lasciare il Paese (l’obbligo vale fino ai 60 anni).

La decisione è stata criticata da Michael O’Flaherty, che è il commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa. “Le restrizioni generalizzate sulla protezione temporanea per specifiche categorie di persone – ha scritto – sollevano preoccupazioni in materia di diritti umani” perché “al momento nessuna parte dell’Ucraina può essere considerata sicura, le vittime civili nel 2025 e negli ultimi mesi hanno raggiunto i livelli più alti dal 2022”. Inoltre, ha aggiunto, “le questioni relative al servizio militare possono dare luogo a richieste di protezione e gli Stati membri devono garantire l’accesso a valutazioni individualizzate”.

*SI SAFE CHI PUÒ*

Il governo italiano ha prenotato 14,9 miliardi di euro di prestiti nell’ambito del programma Safe, che permette di finanziare gli appalti congiunti nel settore della Difesa. Ma Roma non ha ancora rispedito a Bruxelles il modulo con i termini dell’accordo di prestito e da parte della Commissione europea filtra una certa frustrazione.

Il motivo principale è legato al fatto che, secondo indiscrezioni di stampa, il governo starebbe valutando di ridurre l’ammontare dei prestiti. Si parla di un taglio di 10 miliardi, ma da Palazzo Berlaymont – con un filo d’irritazione – hanno fatto sapere che la questione non è mai stata discussa con gli uffici competenti, ufficialmente all’oscuro del possibile taglio.

Per questo è partito un pressing con un ultimatum: Bruxelles vuole una risposta entro fine luglio, altrimenti quei soldi andranno ad altri Paesi (il rischio c’è, anche se in realtà le tempistiche non sono così strette, come spiego in questo articolo).

*ALMENO LE BASI*

Nei giorni scorsi si è scatenato un polverone politico dopo le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, sull’aiuto fornito dall’Italia agli Stati Uniti per l’operazione Epic Fury in Iran, attraverso la messa a disposizione delle basi militari sul suo territorio.

Quello di Mark Rutte è uno dei lavori più difficili del mondo. Ha il compito di fare da pontiere tra le due sponde dell’Atlantico in un momento storico particolare, durante il quale sono in corso movimenti tellurici che stanno provocando una deriva dei continenti (uno in particolare). E quando le due sponde su cui poggia il ponte si allontanano, si generano tensioni, torsioni e la tenuta dell’infrastruttura è a rischio.

Certo, c’è modo e modo di affrontare i lavori difficili. E Rutte ha indubbiamente uno stile tutto suo, per certi versi coerente. Da premier dei Paesi Bassi si è sempre distinto per un atteggiamento machiavellico: di chi, per raggiungere un fine, è disposto a usare tutti i mezzi a sua disposizione. Anche a costo di perdere la faccia, pur di non perdere la partita.

Uno stile che ha trasferito in tutto e per tutto nel suo nuovo ruolo di segretario generale della Nato in epoca trumpiana. Che, va detto, è un po’ come fare il domatore di leoni quando una delle bestie ha il controllo della frusta.

L’uscita scomposta sulle basi italiane – che aveva l’obiettivo di compiacere il leone con la frusta – ha subito incassato la secca smentita del ministero della Difesa e ha costretto Rutte a fare dietrofront, precisando che le basi italiane sono state concesse esclusivamente per un supporto di tipo “logistico o tecnico”.

Ma perché allora quella sparata iniziale? È importante sottolineare che quel messaggio è stato lanciato durante un’intervista alla trumpiana Fox News, per lasciar intendere che in Europa, sotto sotto, nonostante le dichiarazioni di facciata, in realtà sono sempre tutti pronti ad assecondare “Daddy Trump”. Un discorso che in linea di principio funziona, ma che in questa occasione – è proprio il caso di dirlo – poggiava sulle “basi” sbagliate.

Buon weekend e alla prossima settimana!

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