Pronto Soccorso: dal 1° luglio si apre la strada alla privatizzazione delle prestazioni. USB PI Sanità Toscana: “Non è accoglienza, è arretramento del servizio pubblico”


PISA – Pur riconoscendo e rispettando il ruolo fondamentale del volontariato, oggi essenziale in molte attività di supporto al Servizio Sanitario Nazionale e regionale, riteniamo inaccettabile che funzioni collegate all’organizzazione dell’accoglienza, dell’orientamento e della gestione dei flussi nei Pronto Soccorso vengano progressivamente spostate fuori dal perimetro diretto del servizio pubblico a partire da quello del San Donato di Arezzo

Quella che viene presentata come una misura di supporto, e già indicata come sperimentazione da allargare a tutta la ASL Toscana Sud Est, rischia di diventare, nei fatti, un ulteriore tassello del processo di privatizzazione e di esternalizzazione delle prestazioni sanitarie e socio-sanitarie. Non siamo davanti a un episodio isolato: la possibilità di attivare convenzioni con soggetti privati è già prevista dall’articolo 34 bis della legge regionale Toscana 24 febbraio 2005, n. 40, che consente alle aziende sanitarie, previa sperimentazione, di attivare convenzioni con soggetti privati nell’organizzazione delle prestazioni.

A confermare la natura del percorso intrapreso vi sono anche gli avvisi pubblicati da Croce Rossa Italiana – Comitato Regionale Toscana, ANPAS Toscana e Misericordie della Toscana per la ricerca di figure professionali mediche e infermieristiche da impiegare presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale San Donato di Arezzo, nell’ambito di un progetto sperimentale finalizzato alla gestione dei pazienti a bassa complessità assistenziale. Gli stessi avvisi richiamano la convenzione attivata a seguito della procedura comparativa indetta dalla Azienda USL Toscana Sud Est, relativa alla gestione del servizio di accoglienza e presa in carico dei codici a bassa priorità presso il Pronto Soccorso del San Donato.

Questo passaggio è politicamente gravissimo: non si tratta più soltanto di affiancare il personale pubblico con funzioni accessorie, ma di affidare a soggetti esterni pezzi di attività organizzativa e professionale dentro un presidio essenziale del servizio sanitario pubblico. Quando soggetti del terzo settore ricercano medici e infermieri per operare in un Pronto Soccorso pubblico, il confine tra supporto, convenzione, esternalizzazione e privatizzazione delle prestazioni diventa sempre più sottile.

È esattamente questo il punto politico: Arezzo può diventare il laboratorio di un modello pericolosissimo destinato ad allargarsi ad altri territori della Toscana.

Il caso di Arezzo, inoltre, non può essere letto separatamente da quanto sta già avvenendo in Toscana con l’estensione di accordi e convenzioni tra Unicoop Firenze e alcune tra le principali realtà del cosiddetto privato sociale, tra cui Misericordie, ANPAS, Croce Rossa e Rete PAS, per l’erogazione di prestazioni sanitarie, attività di prevenzione, check up e servizi a tariffe agevolate per i soci Coop.

Anche in questo caso il problema non è la singola iniziativa, né il ruolo storico e sociale di queste realtà, ma il modello complessivo che si sta costruendo: pezzi crescenti di risposta sanitaria vengono progressivamente collocati fuori dal perimetro diretto del servizio pubblico, dentro reti convenzionali, commerciali, mutualistiche o para-private che finiscono per sostituire ciò che il Servizio Sanitario Regionale non garantisce più in modo universale, diretto e pubblico.

Dai punti salute nei centri commerciali, alle prestazioni ambulatoriali scontate, fino alla presa in carico dei codici a bassa priorità nei Pronto Soccorso, emerge una tendenza sempre più evidente: il privato sociale non opera più soltanto come supporto accessorio, ma diventa progressivamente un soggetto strutturale nell’organizzazione dell’offerta sanitaria.

Una pervasività che rischia di normalizzare l’idea che la salute non debba più essere garantita prioritariamente dal servizio pubblico, ma da una rete di convenzioni, sconti, accordi territoriali e prestazioni differenziate in base alla condizione associativa, economica o territoriale dei cittadini.

È questa la frattura che USB denuncia: mentre il sistema pubblico viene lasciato senza personale, senza posti letto e senza investimenti sufficienti, si aprono spazi sempre più ampi a soggetti esterni che intervengono dove il pubblico arretra. Così la crisi del Servizio Sanitario Regionale, invece di essere affrontata con assunzioni, programmazione e finanziamenti, viene trasformata in occasione per costruire nuovi mercati sanitari, anche quando assumono la forma più rassicurante del volontariato, della cooperazione o del privato sociale. Ridurre i tempi di attesa nei Pronto Soccorso non significa limitarsi ad accogliere, accompagnare o rassicurare i pazienti. I tempi si riducono assumendo personale stabile, sanitario, socio-sanitario, tecnico e amministrativo; si riducono aumentando i posti letto; si riducono rafforzando la medicina territoriale; si riducono garantendo condizioni di lavoro dignitose a chi ogni giorno tiene in piedi i servizi.

Perchè l’accoglienza in Pronto Soccorso non è un’attività neutra o meramente relazionale. Richiede conoscenza dei percorsi, capacità di gestione di situazioni complesse, competenze comunicative, strumenti di de-escalation e un’integrazione costante con i professionisti sanitari. In un contesto in cui aggressioni, tensioni e permanenze prolungate dei pazienti sono ormai all’ordine del giorno, scaricare pezzi di organizzazione su soggetti esterni rischia di aumentare confusione, frammentazione e responsabilità non chiarite. A maggior ragione, la presa in carico dei codici a bassa priorità non può essere considerata una funzione marginale o residuale. Anche i cosiddetti “codici minori” richiedono valutazioni, competenze, responsabilità professionali, continuità organizzativa e piena integrazione con il sistema pubblico dell’emergenza-urgenza. Separare questi percorsi dal cuore dell’organizzazione pubblica significa aprire una frattura nel modello del Pronto Soccorso, trasformando una criticità prodotta da anni di tagli e mancata programmazione in occasione per affidare attività a soggetti esterni.

USB PI Sanità Toscana ritiene che la Regione Toscana debba assumersi pienamente la responsabilità politica di queste scelte. Se la ASL Toscana Sud Est procede in questa direzione, è evidente che lo fa dentro un quadro normativo che lo consente e di volontà politica che lo sostiene. Per questo chiediamo alla Giunta regionale, all’Assessora alla Sanità e al Consiglio regionale di chiarire pubblicamente se intendano fermare o favorire l’estensione di questo modello.

Non basta dichiararsi difensori della sanità pubblica mentre si aprono spazi sempre più ampi all’intervento di soggetti esterni, cooperative, privati, grande distribuzione organizzata e forme di volontariato organizzato a pagamento. La sanità pubblica non si difende con la retorica, né con i punti salute nei supermercati o con la presa in carico esternalizzata nei Pronto Soccorso, ma con assunzioni, investimenti, programmazione, internalizzazione dei servizi e rispetto dei lavoratori.

La sanità pubblica toscana non ha bisogno di ulteriori sperimentazioni al ribasso, ne di interventi spot. Ha bisogno di personale, posti letto, programmazione e investimenti. Il Pronto Soccorso di Arezzo non diventi il primo passo di una privatizzazione mascherata destinata ad allargarsi in tutta la Toscana.

Last modified: Giugno 26, 2026


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Redazione

Source link

Di