L’oro è sceso per la prima volta in sette mesi al di sotto del livello psicologico dei 4.000 dollari, prolungando la sua correzione mentre gli investitori abbracciano un dollaro più forte e prospettive di tassi di interesse destinati a rimanere elevati più a lungo. Il sell-off segna un significativo cambiamento di sentiment per un asset che per gran parte degli ultimi due anni era stato sostenuto dall’incertezza geopolitica, dagli acquisti delle banche centrali e dalle aspettative di una politica monetaria più accomodante.
Daniela Hathorn, Senior Market Analyst di Capital.com, sottolinea come “la narrazione dominante sia diventata quella di un rinnovato rafforzamento del dollaro e di una Federal Reserve determinata a ripristinare la stabilità dei prezzi”. Un cambiamento radicale rispetto alle dinamiche che avevano caratterizzato il mercato dell’oro nei mesi precedenti.
L’effetto Warsh sulla politica monetaria
Il catalizzatore di questa inversione di tendenza è stato il primo incontro di Kevin Warsh come presidente della Federal Reserve. La sua reputazione di falco dell’inflazione aveva già sollevato dubbi sulla volontà della banca centrale americana di proseguire il percorso di allentamento monetario ampiamente anticipato dagli investitori all’inizio dell’anno.
Hathorn spiega che “qualsiasi convinzione residua che i policymaker potessero guardare oltre le rinnovate pressioni inflazionistiche è stata ampiamente dissipata durante la sua prima conferenza stampa, dove Warsh ha ripetutamente enfatizzato la stabilità dei prezzi ed ha deliberatamente evitato di offrire indicazioni accomodanti”. Il risultato è stato un aumento dei rendimenti dei Treasury, un dollaro salito ai massimi di 13 mesi e un oro, che non offre rendimenti, finito sotto pressione.
La complessa relazione tra geopolitica e inflazione
La storia è però più complessa di un semplice “Fed falco equivale a oro più debole”. Il contesto geopolitico è cambiato radicalmente. L’accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran e la riapertura dello Stretto di Hormuz hanno innescato un forte calo dei prezzi del petrolio, rimuovendo uno dei rischi più immediati per l’inflazione.
La Senior Market Analyst di Capital.com osserva che “in circostanze normali, ciò darebbe alla Fed maggiore flessibilità per allentare la politica monetaria nel tempo. Se Warsh desidera spazio per abbassare i tassi, il crollo del premio al rischio energetico muove l’economia verso quell’obiettivo”. Una prospettiva che, tuttavia, si scontra con dati economici contrastanti.
Dati economici che sostengono tassi più alti
La complessità deriva dal fatto che l’inflazione non è solo una questione energetica. I forti dati CPI di aprile, la resilienza delle buste paga non agricole di maggio e le misure di inflazione sottostante elevate indicano pressioni sui prezzi sempre più radicate nell’economia.
“L’ondata di investimenti nell’intelligenza artificiale, il continuo sostegno fiscale e la robusta domanda dei consumatori hanno creato forze inflazionistiche che vanno ben oltre i prezzi del petrolio”, afferma Hathorn. Mentre lo shock energetico potrebbe attenuarsi, la sfida inflazionistica più ampia rimane preoccupante.
## Uno scenario macroeconomico controintuitivo
Si crea così un quadro macroeconomico insolito. Prezzi del petrolio più bassi sarebbero normalmente considerati disinflazionistici, ma riducono anche i costi per famiglie e imprese, agendo come un taglio delle tasse che aumenta il reddito disponibile e la domanda.
Hathorn evidenzia il paradosso: “Se l’economia sta già operando vicino alla piena capacità, una domanda più forte potrebbe diventare essa stessa inflazionistica”. Questo scenario controintuitivo viene sempre più valutato dai mercati: la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe sostenere la crescita abbastanza da mantenere l’inflazione elevata, costringendo la Fed a mantenere una posizione restrittiva o addirittura a inasprire ulteriormente la politica.
Il dollaro trionfa mentre l’oro arretra
Questa narrazione mutevole spiega perché il dollaro ha continuato a rafforzarsi nonostante l’allentamento delle tensioni geopolitiche. “Piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul calo dei prezzi del petrolio, gli investitori guardano al quadro macroeconomico più ampio e concludono che la Fed ha ancora lavoro da fare”, commenta l’analista.
Il mercato sta sempre più prezzando una significativa probabilità di un aumento dei tassi entro la fine dell’anno, ampliando i differenziali di rendimento a favore del dollaro e penalizzando i metalli preziosi. Sebbene i driver strutturali di lungo periodo, tra cui la robusta domanda delle banche centrali e le preoccupazioni sul debito sovrano e sul deprezzamento delle valute, rimangano intatti, sono attualmente oscurati dal costo opportunità di detenere un asset che non produce rendimenti.
Prospettive future
Per ora, il bilancio dei rischi si è spostato decisamente a favore del dollaro. Hathorn conclude che “le forze strutturali non sono scomparse semplicemente perché la Fed ha adottato una posizione più ferma. Sembrano piuttosto essersi messe in secondo piano mentre i mercati rivalutano la traiettoria della politica monetaria statunitense”.
Il proseguimento di questa tendenza dipenderà meno dai prezzi del petrolio e più dal fatto che la storia inflazionistica sottostante inizi ad ammorbidirsi. Se ciò accadrà, la Fed potrebbe eventualmente guadagnare la flessibilità necessaria per allentare la politica senza sacrificare la propria credibilità. Fino ad allora, il metallo giallo potrebbe continuare a subire la pressione di un dollaro forte e di tassi destinati a rimanere elevati.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Redazione
Source link

