Il Giappone al bivio: tra inflazione inedita, debito mostruoso e normalizzazione monetaria


Dopo decenni di deflazione e denaro quasi gratuito, Tokyo affronta una nuova fase: inflazione, rialzo dei tassi, debito record e declino demografico. Le sfide dell’economia giapponese raccontate da chi vive nel Paese.

Marc Veraart, Tokyo 2018, foto diffusa con licenza creative commons su Flickr.com

Tokyo – Chi studia il Giappone impara presto una virtù rara ai nostri giorni: la pazienza di fronte al paradosso. Per decenni questo paese ha incarnato un ossimoro che sicuramente nessun manuale di macroeconomia poteva realmente contenere: ovvero la terza potenza mondiale per PIL nominale, eppure un laboratorio vivente di patologie strutturali che gli economisti occidentali osservavano con una miscela di sgomento e morbosa curiosità, proprio nel modo in cui si osserva un malato che rifiuta ostinatamente di morire secondo le regole generali della medicina.
La deflazione cronica, i tassi d’interesse prima a zero poi addirittura negativi, il debito pubblico più imponente tra le economie avanzate, la stagnazione demografica: erano (e per alcuni, sono) i quattro cavalieri di un’apocalisse che, stranamente, non si compiva mai. Il Giappone sopravviveva a se stesso, in quell’equilibrio precario e quasi arcano che gli storici dell’economia faticheranno a lungo a spiegare ai posteri.

È possibile constatare che oggi quel paradigma si è incrinato. Non crollato – il Giappone non crolla, questo è uno dei suoi tratti più profondi – ma incrinato, come la lacca di un antico urushi sotto la pressione del tempo. Ora il Paese si trova a navigare in acque altrettanto insidiose, ma di segno opposto: non più la deflazione come spettro da esorcizzare, bensì un’inflazione che, pur moderata nel confronto internazionale, rappresenta per Tokyo una novità quasi destabilizzante, come un terremoto di modesta magnitudo in una città che ha dimenticato cosa significhi tremare. E
mentre la Banca del Giappone, dopo anni di politica monetaria ultra-espansiva, imbocca con estrema prudenza la strada della normalizzazione, si ridisegnano gli equilibri finanziari, valutari e geopolitici di un paese che non ha mai smesso di essere una delle pièces teatrali fondamentali dell’architettura economica globale.

La fine dell’era dei tassi a zero

Il fenomeno più evidente della transizione è la politica della Bank of Japan. Dopo aver tenuto il tasso di riferimento inchiodato sotto lo zero per quasi un decennio – definibile come esperimento di ingegneria monetaria senza precedenti nella storia delle banche centrali moderne – l’istituto guidato da Kazuo Ueda ha compiuto, a partire dal 2024, una serie di rialzi graduali che hanno riportato il costo del denaro allo 0,5%, il livello più alto in diciassette anni, con un ulteriore rialzo atteso entro la fine dell’estate.
Certamente una traiettoria di portata storica, che tuttavia si dispiega in un contesto di assoluta fragilità: infatti una qualsiasi accelerazione eccessiva rischierebbe di destabilizzare il mercato dei titoli di Stato giapponesi, JGB, detenuti in larga parte dalla stessa BoJ dopo anni di acquisti massicci: un’autocannibalizzazione monetaria che non ha precedenti tra le democrazie industriali.
L’inflazione che ha giustificato questa svolta si attesta attorno al 2-3% annuo. Anemica per quasi qualsiasi altro standard, ma inedita se si considera un paese abituato a vedere i prezzi stagnare o scendere per generazioni intere.
Le cause sono molteplici e si intrecciano come i fili di un nodo gordiano: l’impennata dei prezzi alimentari globali, la debolezza strutturale dello yen, i rincari energetici acuiti dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente. L’inflazione “sana”, quella trainata da salari in crescita e consumi interni vigorosi – che è l’obiettivo dichiarato della BoJ, il sogno di una ripresa che si autosostiene – resta invece ancora sfuggente, parziale, disomogenea tra settori e fasce di reddito, come una primavera che stenta a imporsi sull’inverno.

Marc Veraart, Tokyo 2018, foto diffusa con licenza creative commons su Flickr.com

Lo yen debole: vantaggio e vulnerabilità

La valuta nipponica costituisce un capitolo a sé stante e chi vive in Giappone sa quanto lo yen sia qualcosa di più di un semplice indicatore finanziario: è un termometro della fiducia che il paese ripone in se stesso. Il cambio dollaro-yen fluttua intorno a quota 159-162, livelli che riflettono la persistente divergenza tra la politica monetaria giapponese e quella americana.
Lo yen debole è, indubbiamente, un’arma a doppio taglio affilato su entrambi i lati: favorisce le esportazioni e gonfia i profitti rimpatriati dei grandi sōgō shōsha, i potenti conglomerati commerciali che muovono i fili dell’economia nipponica da oltre un secolo, ma erode il potere d’acquisto delle famiglie e rende più oneroso l’approvvigionamento energetico e alimentare, che il Giappone importa in larghissima misura.
È un circolo che si autoalimenta con la logica implacabile dei sistemi chiusi: la debolezza della valuta genera inflazione importata, che comprime i consumi reali, che a loro volta frenano la crescita endogena.
Sul fronte commerciale, il luglio 2025 ha segnato un accordo con l’amministrazione Trump che ha fissato al 15% i dazi sulle merci giapponesi destinate al mercato statunitense; ovviamente una soluzione di compromesso che ha evitato lo scenario peggiore, ma che comunque grava sul settore manifatturiero ed in particolare sull’industria automobilistica, di parla di quella stessa industria che, negli anni Ottanta, aveva fatto tremare Detroit e rimodellato l’immaginario industriale di tutto l’Occidente.

La montagna del debito

Nessuna analisi dell’economia giapponese può eludere il tema del debito pubblico e nessuno storico può affrontare ciò senza una certa vertigine intellettuale. Con un rapporto debito/PIL ormai prossimo al 235%, il Giappone detiene il primato assoluto tra le economie sviluppate: un record che sfida ogni proiezione convenzionale di sostenibilità fiscale e che, in qualsiasi altro contesto, avrebbe già prodotto una crisi sistemica di proporzioni catastrofiche.
Viene in mente la vecchia massima: debitorem leve aes grave inimicum facit, un debito lieve fa di un debitore un nemico leggero, uno grave lo rende implacabile. Eppure qui il creditore è, in larghissima parte, il Giappone stesso: il debito è quasi interamente denominato in yen e detenuto da soggetti domestici e i tassi di interesse, pur in cauta risalita, rimangono storicamente bassi. Il sistema regge, per ragioni che sono, tradizionalmente, tanto culturali quanto finanziarie: la propensione al risparmio, la fiducia istituzionale, la coesione sociale che trasforma ogni giapponese in creditore paziente del proprio Stato.
Purtuttavia la progressiva normalizzazione monetaria comincia a farsi sentire: il costo del servizio del debito aumenta, mentre il deficit strutturale – atteso tra il 4,5% e il 5% del PIL nel 2026 – continua ad alimentare l’accumulo con la regolarità di una inesorabile marea.
Le spese per la difesa, raddoppiate nell’arco di un quinquennio per rispettare gli impegni “NATO-adiacenti” assunti dalla leadership di Kishida e confermati dai successori e le politiche di sostegno al reddito in risposta all’inflazione, hanno ulteriormente compresso i margini di manovra fiscale. L’OCSE raccomanda rialzi graduali dei tassi accompagnati da un consolidamento delle finanze pubbliche: ricetta impeccabile sulla carta, politicamente impervia in un paese con un elettorato che invecchia rapidamente e un sistema pensionistico sotto crescente pressione.

Il nodo demografico

La demografia rimane, in ultima istanza, la madre di tutte le sfide nipponiche: e quella che uno storico sente con maggiore peso, perché i numeri demografici non mentono e non si negozia con loro.
Con oltre il 28% della popolazione al di sopra dei 65 anni, proporzione destinata a raggiungere il 40% entro il 2060, e una popolazione complessiva in contrazione che potrebbe scendere dagli attuali 123 milioni a meno di 90 entro metà secolo, il Giappone fronteggia un’equazione in cui il numeratore dei bisogni sociali cresce mentre il denominatore della forza lavoro si assottiglia con l’inesorabile lentezza di un ghiacciaio che retrocede.
L’immigrazione, come noto, rimane politicamente indigesta, nonostante timide liberalizzazioni che procedono con la riluttanza di chi osa sfiorare un argomento sacro. La robotizzazione e l’intelligenza artificiale vengono evocate come antidoto; ed in realtà il Giappone è tra i paesi più avanzati in questo settore, con una tradizione nella robotica industriale che risale agli anni Sessanta e che ha trasformato fabbriche come quelle di Toyota in ambienti quasi fantascientifici.
Ma la sostituzione tecnologica del capitale umano ha, ovviamente, limiti strutturali che nessun algoritmo è ancora in grado di superare integralmente: chi si prende cura degli anziani, chi custodisce la trasmissione orale e manuale del sapere artigiano, chi abita i borghi rurali che si svuotano silenziosamente da decenni?
Il PIL è atteso in crescita di appena lo 0,5% nel 2026, revisione al ribasso rispetto alle stime iniziali: un ritmo che rispecchia, più di qualsiasi altro indicatore, la difficoltà del paese di generare dinamismo endogeno in assenza di una spinta demografica.

Marc Veraart, Tokyo 2018, foto diffusa con licenza creative commons su Flickr.com

Un paese in transizione ma non in trasformazione

Il Giappone del 2026 è un paese in transizione, ma non in trasformazione: e questa distinzione, per uno storico, conta enormemente. Il paese sta abbandonando, sempre con estrema cautela, e non senza rischi, l’anomalia dei tassi negativi e della deflazione endemica; si confronta per la prima volta in decenni con la realtà di un’inflazione non trascurabile; è necessario che debba fare i conti con un debito pubblico che sfida ogni parametro di sostenibilità convenzionale.
E tutto ciò in un contesto demografico che contrae la base produttiva e fiscale del paese con l’inesorabilità, come già accennato, di una marea: quella stessa marea che, nella cultura giapponese, non si combatte, ma si impara a leggere, e possibilmente, sfruttare.
Eppure il Giappone, è innegabile, ha la straordinaria, quasi paradossale capacità di sopravvivere alle proprie crisi, non malgrado la sua storia, ma proprio grazie ad essa. La coesione sociale, la sofisticazione del tessuto industriale, la posizione strategica nell’Indo-Pacifico, le riserve valutarie tra le più imponenti al mondo: sono risorse reali, radicate in secoli di adattamento a condizioni avverse, dalla ristrettezza delle risorse naturali alla vulnerabilità sismica, dalla sconfitta del 1945 al miracolo economico del dopoguerra. La domanda che gli osservatori internazionali continuano a porsi non è se il Giappone sopravviverà alle sue contraddizioni: sopravviverà certamente, come ha sempre fatto. La domanda è se sarà capace, questa volta, di risolverle davvero, o se si limiterà, ancora una volta, a posticiparne l’appuntamento definitivo con la necessità del cambiamento strutturale.
Da storico, mi permetto un’ultima considerazione: i paesi che hanno imparato a convivere con l’ambiguità senza soccombere ad essa sono quelli che durano più a lungo. Il Giappone, in questo, è certamente un maestro di antica data.

Eliano Fiore, yamatologo.


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