Intervista a D’Alema: “Il centrosinistra riparta dai 14 milioni di no al referendum per riprendersi l’Italia”. Meloni? “Imbarazzante”


L’ex presidente del Consiglio ieri è stato ospite del Festival letterario dell’archeologia, a Cabras, ed ha parlato di politica e crisi delle democrazie.

Fabio Manca

Quando la giornalista Virginia Saba gli chiede che cosa gli manca del comunismo cita una frase che gli disse Karol Wojtyla: “Ora chi difenderà i poveri?”. Un aneddoto ma anche un messaggio al centrosinistra che Massimo D’Alema lancia da Cabras al termine di un’intervista ricca di aneddoti e di storia del Paese, nata attorno all’ultimo lavoro dell’ex presidente del Consiglio – “A Mosca l’ultima volta. In viaggio con Enrico Berlinguer”.

Ospite della serata di anteprima del Festival letterario dell’archeologia organizzato dalla Fondazione Monte Prama, D’Alema ha dialogato con Saba e con il presidente della Fondazione, il giornalista Anthony Muroni, attorno al tema “La politica dopo la politica: dalla prima repubblica alla crisi delle democrazie”. E – diciamo – sul tema D’Alema qualcosa da dire l’ha avuta. Come quando gli è stato chiesto che consiglio darebbe al centrosinistra, oggi. Dopo essersi schermito (“i consigli si danno solo se richiesti”) ha ceduto all’invito e ha espresso tre concetti. Il primo: per vincere le elezioni bisogna essere uniti e sì, anche con Renzi, se ci sono le condizioni “perché la politica non ammette la stupidità del rancore e quindi se Renzi dà una mano va bene”. Il secondo: “Al referendom sulla giustizia 14 milioni di elettori hanno votato contro questo Governo: bisogna trasformare quei no in sì per il centrosinistra“. Il terzo: “Una coalizione che si candida a governare l’Italia deve comunicare una visione del paese e questo nel centrosinistra non lo vedo ancora. Io farei, per iniziare, tre iniziative pubbliche su grandi temi: Europa unita per un futuro di pace, Imprese e lavoro insieme per rimettere in cammino l’Italia che oggi si muove solo grazie ai fondi del Pnrr e un’altra sul welfare e su uno Stato che si prenda cura dei cittadini. Ecco, se il centrosinistra vuole sono pronto a organizzarli io questi grandi meeting”.

La conversazione, durata circa un’ora, è stata un susseguirsi di flashback e analisi del presente. Ed è stato proprio questo l’aspetto interessante: questo continuo raffronto tra la politica dal dopoguerra agli anni ’90 e quella attuale. Capire da dove si è partiti e vedere dove si arrivati – soprattutto in politica estera – aiuta a decifrare l’oggi perché la storia è sempre maestra. E così D’Alema racconta il suo primo comizio su un palco, da adolescente figlio di un funzionario del Pci, davanti a Palmiro Togliatti (“nella mia vita ho fatto migliaia di discorsi ma non ho mai più avuto un ascoltatore così importante”), racconta quanto la collaborazione tra Berlinguer e Moro indispettì sia gli americani (che non volevano che si aprisse ai comunisti) che i sovietici (che volevano impedire qualsiasi commistione con gli eretici d’oltreoceano), ricorda quando, a 19 anni, si trovò a Praga durante l’invasione dei carroarmati sovietici e partecipò alle manifestazioni di protesta, poi condannate dal suo Pci.

Nel lunghissimo percorso politico di D’Alema ci sono i viaggi in Cina (“oggi sono il maggiore produttore mondiale di auto, quando andai io c’erano solo bici e nessuna macchina”), gli insegnamenti di Berlinguer (“ricorda le tre leggi del socialismo reale: i dirigenti mentono sempre, l’agricoltura non funziona, le caramelle qui in russia hanno sempre la carta attaccata”) ma è sulla politica estera (è stato ministro tra il 2006 e il 2008 in un governo Prodi) che D’Alema sale in cattedra. Ad esempio sul rapporto Usa-Italia: “Dal dopoguerra gli Stati Uniti sono stati fondamentali per garantire la sicurezza all’Europa e il prezzo da pagare è stata una limitata sovranità nazionale, visto che gli Usa hanno sempre condizionato la politica italiana. Ci sono stati i decenni delle due superpotenze, poi, caduta l’Unione Sovietica, è arrivata l’era i cui gli Usa hanno pensato di poter governare il mondo da soli. Oggi”, ha detto, “siamo nell’era del disordine, un’epoca in cui sono saltate le regole e nella quale gli Usa pensano solo ai propri interessi nazionali. Make America great again, lo slogan trimpiano, dice tutto. Questa per l’Europa è una sfida enorme. Siamo soli, senza un garante. Come ne usciamo? Con l’unità. Cito un discorso memorabile del premier canadese Mark Joseph Carney che recentemente ha detto: “Oggi le grandi potenze si mettono a tavola e chi non siede a tavola è nel menù“. E l’Italia rischia di esserlo”.

Una premessa che serve a criticare aspramente l’atteggiamento della presidente del Consiglio: “In questo contesto, la politica estera italiana ha fallito perché dopo la guerra dei dazi e dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran furbescamente ha tenuto il piede in due staffe: uno a Bruxelles e uno con gli Usa contanto sui buoni rapporti personali tra Meloni e Trump. Per non parlare del ridicolo Board of Peace: il Governo italiano si è allineato ai Paesi europei decidendo di non parteciparvi ma ha mandato Tajani come osservatore. Imbarazzante. Ora quel ponte è crollato e la nostra premier è guardata con sospetto in Europa ed è stata mollata da Trump”. Questa è una lezione: “In politica estera la furbizia non paga”.

Al contrario, D’Alema ricorda come sia stato corretto l’atteggiamento tenuto dall’Italia – e da lui in particolare – in due occasioni: durante la guerra nella ex Jugoslavia, quando l’Italia impedì l’uso delle sue basi (“oggi scopriamo che durante il conflitto con l’Iran ci sono stati 500 voli dalle basi italiane”) perché volevamo avere voce in capitolo e grazie a quell’atteggiamento, terminato il conflitto fummo a capo della forza di pace sotto l’egida della Nato che ha posto le basi per una pace duratura. La seconda occasione, ricorda D’Alema, fu quando Israele attaccò il LIbano nel 2006. Convocammo una conferenza internazionale di pace e la facemmo nonostante il no di Israele. Ma c’erano oltre cento Paesi e la facemmo. Nacque un gruppo di contatto composto da me e dalla segretaria di Stato americana Condoleeza Rice, che mediò tra le parti e riuscì a strappare un accordo di pace che è durato vent’anni”.

Durante la conversazione, sul maxi schermo montato alle spalle del palco, si susseguono le immagini di Cabras, del museo Marongiu che funge da quinta, e quelle di un tramonto sulla laguna di Cabras che rende il contesto incantevole. D’Alema racconta di quando dopo decenni di rapporti tesi, diventò buon amico di Francesco Cossiga. “Un giorno mi telefonò e mi chiese se poteva passare a prendere un the a casa mia e quando arrivò mi consegnò una pattadese. Nella confezione c’era un foglio che conteneva le istruzioni precise per uccidere una persona”.

La conversazione finisce e sul palco sale Ambra Pintore con la sua band (Roberto Scala al basso e fisarmonica, Diego Milia al violino e sax, Massimo Satta alle chitarre, Antonio Pisano alla batteria) per un concerto – Terre di ritorno – ricco di suggestioni. L’ultimo incontro della serata è con Massimo Recalcati, psicanalista e saggista, che ha parlato della Genitorialità nel tempo dell’incertezza.


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