Accoglienza dei migranti: la rete di cooperative che vive di fondi pubblici e teme la riforma
L’affondo dell’assessora alla Sanità e alle Politiche Sociali della Regione Toscana Monia Monni contro le modifiche alla legge Zampa nasconde una fitta rete di interessi: un giro d’affari da 20 milioni di euro che alimenta il Terzo Settore locale e un impianto normativo che mostra già profonde crepe strutturali.
La levata di scudi della Regione Toscana contro l’ipotesi di ridurre da 21 a 19 anni l’età massima per la permanenza dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) nei centri di accoglienza viene dipinta dalla Monni come una pura battaglia di civiltà e umanità. Allineandosi all’allarme lanciato da 27 organizzazioni della società civile, la Regione rivendica con orgoglio il proprio modello di “accoglienza diffusa” fino ai 21 anni. Eppure, dietro la narrazione del primato della solidarietà, emerge con chiarezza una fitta trama di convergenze ideologiche e, soprattutto, macroscopici interessi economici che rendono questo “no” alla riforma governativa decisamente interessato.
Per comprendere la reazione della giunta toscana è necessario guardare oltre la retorica e analizzare la natura del comparto. Il sistema di accoglienza dei MSNA in Toscana è un settore economico complesso basato su una strettissima triangolazione tra enti pubblici, come Comuni e Società della Salute, e il privato sociale delle cooperative. Le 27 sigle che hanno sottoscritto la protesta condividono, nella quasi totalità, la medesima matrice ideologica e politica dell’amministrazione regionale, muovendosi all’interno di un ecosistema in cui il Terzo Settore non è solo un partner sociale, ma un vero e proprio pilastro di consenso e gestione del territorio.
Questo ecosistema si regge su flussi finanziari imponenti. Definire un perimetro esatto è difficile, poiché i fondi arrivano da canali diversi — la rete SAI, i fondi europei FAMI e i bilanci d’emergenza comunali — ma i numeri complessivi tracciano un quadro inequivocabile. La Toscana accoglie stabilmente circa 700 minori non accompagnati. Considerando che la retta giornaliera per struttura oscilla tra i 60 euro degli appartamenti per l’autonomia e gli oltre 100 euro dei centri di prima accoglienza ad alta protezione, il movimento economico stimato sfiora i 20 milioni di euro all’anno sul solo territorio regionale.
Ridurre la platea dei beneficiari escludendo la fascia d’età tra i 19 e i 21 anni non significa solo “interrompere percorsi”, ma soprattutto tagliare una fetta consistente di questi finanziamenti pubblici che alimentano le grandi centrali del privato sociale toscano.
A gestire questa ingente mole di risorse troviamo i colossi storici della cooperazione regionale. Realtà come il Consorzio CO&SO — attraverso le associate Il Cenacolo nell’area fiorentina e Cooperativa Cristoforo — gestiscono ampie quote di appartamenti di seconda accoglienza. Nella zona nord domina la Cooperativa Odissea, mentre la CAT opera nella Città Metropolitana di Firenze e nel Mugello, e la Cooperativa Arnera gestisce i progetti pilota nel pisano. A queste si aggiungono Il Girasole, di cui abbiamo più volte parlato su LFCV, e il Gruppo Incontro, attive anche nei progetti legati all’affido familiare.
Si tratta di una rete strutturata che, negli ultimi anni, ha vissuto forti tensioni finanziarie, non dovute alla mancanza di volontà, ma a un cortocircuito strutturale: i ritardi macroscopici nei trasferimenti dello Stato. Il Fondo Nazionale dedicato si è rivelato cronicamente insufficiente, costringendo i Comuni toscani ad anticipare cifre enormi per non far collassare le cooperative, fino a accumulare un deficit che ha superato i 5 milioni di euro. I territori più esposti sono Firenze, con un buco di oltre 2 milioni, e la Società della Salute Senese, sopra il milione.
Il paradosso del sistema, in soldoni è questo: lo Stato non copre tempestivamente le quote, i Comuni accumulano debiti verso le cooperative e queste ultime sono costrette a ricorrere a linee di credito bancarie per pagare gli stipendi degli educatori. Difendere il prolungamento del sistema fino a 21 anni, in questo contesto, significa anche proteggere la stabilità finanziaria di un intero indotto economico che rischia il default al minimo taglio dei budget.
La Legge Zampa (Legge n. 47/2017) disciplina la tutela dei minori stranieri non accompagnati, garantendo loro accoglienza, assistenza legale, sanitaria e scolastica e vietandone il respingimento alla frontiera. Prevede inoltre percorsi di integrazione e, in determinati casi autorizzati dal Tribunale per i minorenni, la prosecuzione dell’accoglienza fino al compimento dei 21 anni.
L’assessora Monni difende la Legge Zampa come un dogma intoccabile, ma la realtà dei fatti descrive un impianto normativo che, a distanza di anni, soffre di criticità oggettive e sistemiche che la politica locale tende a ignorare. In primo luogo, il sistema di determinazione dell’età è al collasso: le procedure multidisciplinari e olistiche richiedono tempi lunghissimi, tanto da aver spinto il legislatore a introdurre deroghe per rilievi antropometrici e radiografici più rapidi pur di sbloccare le procedure, con il rischio continuo di considerare maggiorenni i minori o viceversa. In secondo luogo, la saturazione delle strutture è cronica. I posti nella rete SAI non bastano mai, costringendo i ragazzi a rimanere bloccati per mesi nei centri di prima accoglienza ben oltre il limite teorico dei 30 giorni, o spingendo per il posizionamento degli ultrasedicenni in sezioni dedicate dei centri per adulti.
L’ipocrisia più evidente emerge però sulla figura del Tutore Volontario, un cittadino formato e nominato dal Tribunale per i minorenni per rappresentare legalmente un minore straniero non accompagnato, tutelandone i diritti e gli interessi. La legge scommetteva sulla risposta dei privati cittadini, ma la carenza di volontari è talmente grave che i Tribunali per i Minorenni si trovano costretti a nominare d’ufficio i sindaci o gli assessori delle città di arrivo. Il risultato è grottesco: un singolo sindaco si ritrova a essere il tutore legale di centinaia di minori contemporaneamente, svuotando di qualunque significato il rapporto di fiducia e accompagnamento personalizzato previsto dallo spirito della legge.
Infine, lo stesso istituto della prosecuzione amministrativa fino a 21 anni è sempre stato applicato in modo profondamente disomogeneo sul territorio nazionale, legato a doppio filo alla disponibilità dei bilanci comunali e agli orientamenti dei singoli Tribunali.
La strenua difesa del “modello toscano” da parte dell’assessora Monni appare dunque meno limpida di quanto dichiarato. Tra la necessità di garantire la sopravvivenza economica di una rete di cooperative storicamente amiche e la gestione di un flusso finanziario da 20 milioni di euro, il “no” alle modifiche della legge Zampa somiglia molto alla tutela di uno status quo politico ed economico, piuttosto che a una lungimirante e sostenibile politica di integrazione.
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Roberto Vedovi
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