C’era una volta l’eldorado dell’Irlanda Il paradiso d’Europa in balia di Big Tech


L’estremità nordoccidentale dell’Unione europea è la più esposta ai venti che arrivano dall’Atlantico. Quelli provocati da fenomeni atmosferici, ma anche e soprattutto quelli generati da fenomeni politici, capaci di determinare nel bene e nel male l’economia di un intero Paese. Di fargli registrare un tasso di crescita record nel 2025 (+12,5%) e poi di spingerlo in recessione nell’anno successivo, col rischio di trascinare verso il basso l’intera Eurozona.

Quel Paese si chiama Irlanda, da ieri guida la presidenza di turno dell’Unione europea, e ha un sistema economico totalmente in balìa dei venti e degli umori della Casa Bianca. È dunque da qui, da Dublino, che bisogna partire per scrutare cosa c’è all’orizzonte nel prossimo semestre. Precisamente dal Palazzo del Governo, sede del primo ministro (che qui si dice «Taoiseach»).

Proprio ieri è entrata in vigore l’esenzione dei dazi sull’import di prodotti americani, in virtù dell’accordo siglato un anno fa. Eppure, Donald Trump continua a ricattare l’Unione europea e i suoi Stati, minacciandoli di dazi al 100% nel caso in cui introducessero una tassa sulle Big Tech. L’Irlanda è il Paese che più ha da perdere in una guerra commerciale con Trump e in un conflitto con i colossi del Web. Rispondendo a una domanda de La Stampa sull’ultima minaccia di Trump, il capo del governo irlandese, Micheal Martin, prova a gettare acqua sul fuoco: «Dobbiamo stare attenti a non porre tutto l’accento sulle dichiarazioni che vengono formulate di volta in volta. Le persone assumono posizioni ed esprimono opinioni, ma è nella sostanza e nei negoziati che si concretizzano i risultati».

L’economia irlandese poggia sostanzialmente su due pilastri, il settore farmaceutico e quello delle Big Tech. Due settori estremamente esposti alle decisioni dell’amministrazione americana, sempre più volatili nell’epoca Trump. Ad attrarre le multinazionali statunitensi su quest’isola verde c’è un fattore principale: una fiscalità generosa. Un tasso del 12,5% che ora, dopo l’accordo sul livello di imposizione minima raggiunto in sede Ocse, è salito al 15%.


Certo, ormai sono lontani gli accordi fiscali siglati con Apple, che avevano permesso alla società di pagare un’imposta effettiva dello 0,05%: il contenzioso avviato dalla Commissione ha imposto al governo di Dublino di recuperare 13 miliardi di imposte arretrate e di archiviare l’epoca dei “tax ruling” di favore. Ma il sistema fiscale irlandese resta tra i più competitivi e tra i più attraenti. E le casse dello Stato ne beneficiano. Per il momento. «Le finanze pubbliche – ha avvertito la Commissione europea nel suo ultimo report – restano esposte ai cambiamenti nelle politiche commerciali e fiscali americane perché le entrate sono concentrate in poche società farmaceutiche e del settore Ict. E questo è un rischio importante».

L’imposta sulle società vale un terzo delle entrate pubbliche totali: 32,9 miliardi nel 2025, quando è stato registrato un aumento del 17% rispetto all’anno precedente (al netto del recupero delle imposte di Apple). Le stime per il 2026 parlano di 37 miliardi di euro. Ma la cosa più sorprendente è che l’87% delle imposte è versato da multinazionali estere e che il 40% del totale è pagato da due sole società: Apple e Microsoft. La terza, in termini di contributi al bilancio dello Stato, è l’americana Eli Lilly, che nel 2025 ha versato 6 miliardi di imposta sulle società e per numero di dipendenti in Irlanda è seconda soltanto a Pfizer.

L’export farmaceutico è passato dai 62,8 miliardi del 2021 ai 138,7 miliardi nel 2025 (principalmente verso gli Usa), l’anno in cui Donald Trump ha iniziato a minacciare dazi sui prodotti europei, costringendo le aziende ad incrementare le consegne verso gli Usa per metterle al riparo dalle tariffe. Il risultato? Nel 2025 il Pil irlandese ha registrato una crescita record del 12,5% e un surplus di bilancio dell’1,8%. Ma si tratta di valori totalmente drogati, tanto che per il 2026 è prevista una recessione. Nel primo trimestre di quest’anno, il Prodotto interno lordo ha avuto un crollo del 12,1% rispetto ai tre mesi precedenti, trascinando in territorio negativo il Pil dell’intera Eurozona, che infatti è calato di due decimali.

Le imprese farmaceutiche sono esposte ai dazi e alle limitazioni dei prezzi decise da Trump, ma hanno fatto investimenti in impianti che non possono essere dismessi dall’oggi al domani. Il business delle Big Tech in Irlanda, invece, è molto più virtuale. Qui hanno sede giganti come Apple, Google, Meta, Microsoft e Amazon: se non lo ritenessero più conveniente, potrebbero spostarsi altrove in un batter d’occhio, con conseguenze drammatiche per l’economia del Paese. Anche per questo il dibattito sulla Digital Tax europea viene affrontato con molta cautela dal governo irlandese, che nei prossimi sei mesi dovrà presiedere i tavoli Ue.

La stessa cautela che regna sullo sviluppo dell’Intelligenza artificiale, che porta con sé un vento incerto. Soffiando nella giusta direzione, potrebbe gonfiare ulteriormente le vele di un’economia già ampiamente sviluppata sul fronte del digitale. Ma non mancano le incognite e i rischi legati al possibile impatto sul fronte occupazionale: il mese scorso Meta ha deciso di tagliare il 20% della sua forza lavoro in Irlanda per fare investimenti sull’Ai. Il vento ha fatto suonare la campanella d’allarme.



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 Marco Bresolin

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