Da un’isola tagliata in due da un confine ancora blindato a un’isola che ben conosce le ferite di una separazione e ancora convive con le sue cicatrici. Dal 1° luglio Cipro, che rappresenta l’estremità sudorientale dell’Unione europea, ha passato il testimone della presidenza di turno dell’Ue all’Irlanda, che invece si trova all’estremità nordoccidentale. Dal Medio Oriente all’Atlantico, l’Ue si trova guidata dal Paese che probabilmente più di tutti deve fare i conti con un’economia strettamente dipendente dalle decisioni di Donald Trump, ma anche da quello chiede in maniera più netta di sanzionare Israele per le violazioni dei diritti umani a Gaza e in Cisgiordania. Sono solo due dei tanti dossier-chiave che verranno affrontati durante la presidenza irlandese in questo semestre verde.
Sono Marco Bresolin e questa è Condominio Europa, la nuova newsletter de La Stampa che spedisco nella tua casella di posta elettronica direttamente da Bruxelles per aiutarti a decifrare la complessità degli affari europei attraverso notizie, storie, analisi e curiosità raccolte nei palazzi delle istituzioni Ue. Con un pizzico d’ironia, che non guasta mai. Puoi iscriverti gratuitamente qui.
*IL SEMESTRE VERDE*
Oggi ti scrivo da Cork, la seconda città più popolosa d’Irlanda, dove c’è stato il tradizionale incontro tra il collegio dei commissari e il governo del Paese guidato dal primo ministro (che qui si chiama Taoiseach) Micheal Martin.
Le celebrazioni si erano aperte mercoledì 1° luglio con una cerimonia piuttosto anomala nel Castello di Dublino, mentre fuori una piccola folla di contestatori chiedeva l’uscita dall’Unione europea. In un Paese che non fa parte della Nato e che fa della sua neutralità militare un vanto, l’ospite d’onore era il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, accolto da un alzabandiera e da una mini-parata degli uomini del (piccolo) esercito di Dublino (composto da meno di 8.000 unità).
L’evento si è poi chiuso su note di tutt’altro tenore, con un concerto di musica celtica e una versione di “Dreams” dei Cranberries cantata da Toly Makay, artista irlandese di origini nigeriane. Il tutto sotto gli occhi del presidente ucraino, alla vigilia del pesante attacco russo su Kiev che ha fatto 30 morti e 92 feriti.
Anche la neutrale Irlanda non è indifferente all’attuale contesto geopolitico e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione, ha sottolineato con soddisfazione la decisione del governo di aumentare del 55% le spese militari entro il 2030.
Tra l’altro, Dublino sta guardando con molta attenzione alle mosse dell’Italia perché è interessata a mettere le mani su parte dei fondi del piano Safe ai quali il governo Meloni intende rinunciare. Il che può sembrare un po’ paradossale e anzi, forse, lo è.
Da una parte un Paese con un debito pubblico enorme, che paga tassi d’interesse elevati, e che ha firmato un impegno in sede Nato per aumentare le spese militari. Dall’altro uno Stato con un debito pubblico pari al 32% del Pil, che ha costi di finanziamento molto bassi, non fa parte della Nato ed è neutrale dal punto di vista militare. Il primo si appresta a rinunciare ai prestiti a un tasso agevolato di Safe e il secondo è pronto a prendere ciò che resterà sul tavolo.
Strettamente legato alle questioni relative alla sicurezza, c’è il capitolo allargamento. Zelensky ha insistito molto sulla necessità di aprire al più presto tutti i “cluster” negoziali e l’Irlanda è pronta a fare la sua parte, ben consapevole dei benefici che l’ingresso nell’Unione europea può portare a un Paese. Nella conferenza stampa con il Taoiseach Martin, Ursula von der Leyen ha ricordato che prima dell’ingresso dell’Unione europea (avvenuto nel 1973) il Pil pro-capite irlandese era più o meno la metà della media Ue, mentre oggi è il doppio.
I risultati dell’economia irlandese sono però sotto la lente di Bruxelles perché ci sono alcuni potenziali “rischi” che potrebbero far esplodere la bolla. L’economia irlandese poggia sostanzialmente su due pilastri, il settore farmaceutico e quello delle Big Tech. Due settori estremamente esposti alle decisioni dell’amministrazione americana, sempre più volatili nell’epoca Trump. In questo reportage da Dublino spiego cosa si nasconde dietro i dati di un’economia certamente unica nel panorama europeo e quali sono i segnali d’allarme.
Diversi esponenti del governo irlandese che ho incontrato in questi giorni hanno confermato che faranno il possibile per cercare di portare la questione dei “valori” e dei “diritti umani” al centro dell’Unione europea, in particolare per quanto riguarda il dossier Israele. La Commissione ha confermato che presenterà delle “opzioni” per colpire il commercio dei beni dai territori occupati illegalmente in Cisgiordania, anche se “la palla è nel campo degli Stati membri”, ha subito messo le mani avanti Ursula von der Leyen, lavandosele.
L’altra grande partita che il governo irlandese dovrà giocare è quella del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea (quello per il periodo 2028-2034). La proposta di compromesso presentata dalla presidenza cipriota non ha permesso di accorciare le distanze e quindi ora tocca a Dublino cercare una soluzione con un piano che verrà presentato a ottobre.
Il pacchetto dovrà includere anche alcune “risorse proprie”, vale a dire entrate comuni per finanziare parte delle spese. Il Parlamento europeo ha proposto di inserire, tra queste, anche una tassa sui servizi digitali. Un tema estremamente spinoso per l’Irlanda, Paese in cui hanno la loro sede europea le principali Big Tech americane. Per il via libera, ovviamente, servirà l’unanimità e l’aria che tira a Dublino non sembra affatto favorevole.
*PIANO D’INVESTIMENTO*
L’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea rappresenta “un investimento geopolitico” che porterà “benefici reciproci”. E sul fronte delle spese militari, l’Europa deve “assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza” perché “il tempo in cui potevamo contare sugli altri per proteggerci è finito”.
Alla vigilia dell’ultima plenaria del Parlamento europeo prima della pausa estiva, che coinciderà con il vertice Nato di Ankara, ho intervistato la presidente Roberta Metsola per fare il punto sui principali dossier al centro dell’agenda Ue. E per capire se la politica dei due forni al Parlamento europeo (con le maggioranze variabili) è ormai qualcosa a cui dobbiamo abituarci oppure no.
*PUGNO D’ACCIAIO*
A 75 anni di distanza dalla nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, nell’epoca dell’intelligenza artificiale e dei cavi sottomarini in fibra ottica, l’Unione europea è ancora costretta ad occuparsi di acciaio. Soprattutto ora che l’industria militare sta lavorando a pieno ritmo per rispondere ai progetti di riarmo.
L’industria siderurgica europea, però, è in grande difficoltà. Deve affrontare problemi legati alla concorrenza sleale, soprattutto cinese, e alla sovraccapacità globale: la produzione mondiale oggi è stimata in 620 milioni di tonnellate l’anno, ma è destinata a salire a quota 720 milioni, pari a cinque volte la quantità consumata nell’Ue. E poi ci sono gli effetti collaterali dei dazi americani, che rischiano di dirottare verso l’Europa maggiori quantità d’acciaio.
Per questo l’Ue ha deciso di ridurre le quote di acciaio importato a dazio zero del 47%, limitandole a 18,3 milioni di tonnellate. Di queste, la metà (9,15 milioni) saranno riservate a tutti quei Paesi che hanno firmato un accordo di libero scambio con Bruxelles (dai quali l’Ue importa l’80% dell’acciaio), mentre il resto sarà distribuito tra gli altri partner in modo “non discriminatorio” attraverso una metodologia “equa e obiettiva”. Superata questa quota, l’acciaio importato sarà sottoposto a un dazio del 50%. A dazio, dazio e mezzo.
*MULTE GRAZIE*
La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha messo la parola fine a un contenzioso legale aperto dall’antitrust Ue nei confronti di Google. I giudici di Lussemburgo hanno infatti confermato la maxi-multa da 4,1 miliardi di euro inflitta nei confronti della società americana per il caso Android.
L’accusa è di aver adottato un comportamento anti-concorrenziale, preinstallando le app del suo motore di ricerca “Google Search” e del suo browser “Chrome” sui tablet e sugli smartphone che funzionano con il sistema operativo Android, anch’esso di proprietà di Google.
Si chiude così uno dei grandi contenziosi aperti da Bruxelles con l’azienda americana sul fronte della concorrenza, dopo la multa di 2,42 miliardi per il caso Google Shopping (inflitta nel 2017 e poi confermata dalla Corte di Giustizia). Resta aperto il filone relativo ai servizi pubblicitari: dopo che Google aveva vinto il ricorso contro la multa da 1,49 miliardi per il caso AdSense, nel settembre dello scorso anno la Commissione ha imposto una nuova sanzione da 2,95 miliardi di euro, attualmente all’esame del Tribunale dell’Ue dopo il ricorso dell’azienda.
Ma queste multe vengono effettivamente pagate dalle Big Tech? Certamente. Quando la Commissione adotta una decisione come quella contro Google, l’azienda è obbligata a versare la somma su un conto corrente bloccato (oppure a fornire garanzie bancarie) che viene svincolato nel momento in cui, in caso di ricorso, arriva la sentenza definitiva della Corte di Giustizia dell’Unione europea. Le somme vanno così ad alimentare il bilancio dell’Unione europea che serve a finanziare i programmi comunitari.
*TIRARE IL PACCO*
Dal 1° luglio, fare acquisti online potrebbe costare più caro. È entrato infatti in vigore il nuovo dazio sul commercio elettronico che si applica ai pacchi contenenti prodotti che valgono meno di 150 euro. Finora, sotto questa soglia c’era un’esenzione.
Secondo la Commissione, solo nel 2025, 5,9 miliardi di articoli in pacchetti di basso valore provenienti da Paesi terzi “hanno inondato il mercato dell’Ue senza pagare dazi doganali”. Un volume che equivale al “97% di tutti gli articoli importati nell’Ue, ma rappresenta solo il 2% del valore delle importazioni”.
*DI STRUTTO*
La Commissione europea ha approvato la registrazione dei «Brhlovské podlievané buchty» slovacchi tra le Indicazioni geografiche protette. Come, non sai cosa sono i «Brhlovské podlievané buchty»?
Secondo la Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, “si tratta di panini dolci preparati con pasta lievitata, farciti di marmellata di prugne o crema al cioccolato e ricoperti da un’impanatura di semi di papavero, noci, cannella o cacao. A differenza di altri panini dolci, che solitamente vengono cotti al forno, i «Brhlovské podlievané buchty» sono fritti nell’olio o nello strutto”.
Ma non è finita. “Prima che la frittura sia completa, i panini sono inumiditi con acqua e posti in un recipiente coperto. Il vapore che si sprigiona in questo modo fa sì che i panini restino croccanti in superficie e morbidi all’interno. Una volta rimossi dalla friggitrice, e mentre sono ancora caldi, vengono impanati”.
Un pasto fresco e leggero per combattere l’afa di questi giorni.
Buon weekend e alla prossima settimana!
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