«La prima volta che ho suonato al Kappa FuturFestival è stata nel 2019», dice Enrico Sangiuliano. «Stasera sarà la sesta”. È uno dei nomi di punta del festival torinese. È arrivato alla scena globale dopo un lungo percorso nei rave e nei club, costruendo un suono personalissimo, che tiene insieme l’impatto fisico della techno e una ricerca più concettuale sulla ripetizione, sulla trance e sul rapporto tra macchina e corpo. Nato a Reggio Emilia, laureato in Sound Design allo IED di Milano, Sangiuliano è sposato con Charlotte de Witte, disc jockey e produttrice discografica belga, pure lei in cartellone stasera (“Siamo molto in sintonia, si capisce che siamo marito e moglie: quando mettiamo dischi insieme ci divertiamo tantissimo”).
Com’è cambiato il pubblico del Kappa FuturFestival in questi anni?
«Si è internazionalizzato, è sempre più consapevole e più connesso con l’evoluzione di un Festival che affianca grandi nomi ad altri di nicchia. Artisti che magari vendono meno, però alzano il valore culturale del festival e spingono il pubblico a scoprire nuova musica e ad andare in profondità. E poi c’è il calore del pubblico, il cibo, la location: così, visto da fuori, il Kappa è il festival italiano per eccellenza, lo vedo quando parlo con i miei colleghi».
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La techno è nata come una musica che guardava al futuro. E adesso che il futuro è arrivato?
«La techno è contemporanea, ma è sempre dinamicamente affacciata a ciò che ci verrà dopo. È un movimento continuo, inarrestabile. Però, rispetto a quarant’anni fa, comincia ad avere delle regole, uno stile».
Ad esempio?
«Alcuni ingredienti timbrici. Strumenti come le drum machine Roland, la 909, la 808, la 303, si identificano con la techno perché sono stati usati talmente tante volte che sono diventati classici. Oggi rimandano subito alla techno anche se vengono usati in un contesto molto diverso».
Con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, produrre musica è alla portata di tutti. Questo renderà più difficile emergere per produttori e deejay o farà venir fuori chi è più bravo?
«Più musica c’è, più è difficile che questa musica abbia valore. Ma chi ha talento emergerà comunque: non si tratta di usare o meno l’Ai, ma di avere una personalità sonora, una sound signature. Queste persone ci saranno sempre, però sarà importante coltivare la propria stanza interiore e non fare quello che fanno tutti».
Ha sperimentato o sta sperimentando con l’Ai?
«Non tanto. L’ho utilizzata più che altro per le voci, con la mia etichetta temporanea, NINETOZERO. A parte due, una di mia moglie e una di una voce vera, tutte le altre erano Ai. Erano voci parlate, nemmeno so se possiamo definirle Ai, forse solo text to speech. Però no, finora non ho mai usato l’Ai per creare un giro di melodia o un beat».
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D’altra parte, l’uso dell’Ai ha più senso per produrre grandi quantità di musica, magari per lo streaming, mentre dal vivo è tutto diverso…
«Sicuramente sì. Se si parla di esibizioni live è un altro tipo di esperienza. Finora un performer umano che suona davanti a te e fa accadere cose dal vivo è insostituibile».
In un live quanto spazio c’è per l’improvvisazione e quanto invece è già deciso prima?
«Dipende. Se suono in uno slot molto breve e voglio assicurarmi di mettere determinati dischi, mi preparo una mappa mentale piuttosto precisa di quello che andrò a suonare, inclusa l’intro. Se ho più tempo, come nel caso del set di quest’anno sul Futur Stage, di solito non parto con una scaletta, ho solo un’idea di quello che potrei mettere. Ascolto molti dischi nei giorni prima della performance, per rinfrescare la mia biblioteca musicale, tenerla attiva nel mio cervello e poter attingere sul momento a quello che mi serve».
Da quanto tempo suona?
«Mi sono reso conto qualche mese fa che suono da venticinque anni. Ho cominciato ai rave quando ne avevo sedici e a ottobre ne faccio quaranta».
A proposito di rave, com’è la situazione in Italia? Esistono ancora, nonostante i decreti?
«Non sono aggiornato sulla situazione rave. Sicuramente non è fiorente come negli anni in cui ne ho fatto parte anch’io, per motivi che conosciamo molto bene. Ma se trent’anni fa dei ragazzi si trovavano ad accendere un fuoco in spiaggia e a suonare una chitarra, oggi hanno una console: mettere musica e trovarsi in compagnia è un rituale sacrosanto, che non fa male a nessuno. Se non avessi suonato io stesso ai rave, non avrei capito il valore della musica come l’ho capito e non sarei riuscito a fare il percorso che ho fatto».
La techno, specie agli inizi, aveva una blanda connotazione politica, un’idea di amore e convivenza pacifica. Le sembra che esista ancora?
«Più che di politica parlerei di comunità e di unione attraverso la musica. È un momento di connessione, e allo stesso tempo di disconnessione: uno spazio in cui essere felici tutti insieme, ma anche in cui potersi isolare e sfogare. E non c’è spazio per il razzismo, la divisione di generi o per isolare qualcuno perché ha preferenze personali di un certo tipo. La techno è inclusiva per natura».
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Se dovesse spiegare a chi non ascolta techno come mai decine di migliaia di persone passano ore davanti a un DJ, da che cosa comincerebbe?
«Lo spiegherei dicendo che i riti, le litanie, le liturgie, le preghiere sono tutte basate sulla ripetizione. E la ripetizione crea uno stato di calma mentale, di ipnosi, di trance. È quello che succede con la techno. La techno in realtà cambia, si evolve, per cui non sei mai esattamente nello stesso punto, è una rappresentazione dello scorrere del tempo. Entrare in questo flusso è un’esperienza molto forte, e ancora di più se la condividi con chi hai attorno. Ci riporta a qualcosa di antico e rituale, alla magia del suono, del fare musica, delle vibrazioni. Quando il basso ti vibra nella cassa toracica la musica diventa un’esperienza multisensoriale e collettiva, che tutti almeno una volta dovremmo provare».
Già alla fine degli anni Novanta i Chemical Brothers parlavano di “superstar deejay”. Secondo te questa popolarità ha fatto bene o male alla musica elettronica?
«Bene e male. Mette la musica elettronica molto in evidenza, ma quando qualcosa è così popolare, si trasforma in oggetto di sfruttamento economico. In realtà è un lavoro molto complesso. Bisogna essere social media manager, avere competenze di comunicazione, essere bravi nello studio e nella composizione musicale, avere presenza sul palco. E bisogna accettare il fatto che la tua faccia arrivi prima della tua musica, che è allucinante. Devi essere disposto a finire sulle copertine dei giornali. Questo star system può essere fuorviante perché fa della musica un oggetto di entertainment e non solo di ricerca. E quando diventa entertainment, rischia di venire spogliata dei suoi valori e diventare solo funzionale a un piccolo clip che poi viene condiviso su TikTok. A me non è mai interessato essere conosciuto a livello internazionale, ho sempre voluto solo fare musica per esprimermi e condividerla con persone come me, che potessero apprezzarla, e ovviamente il mio sogno era riuscire a vivere di questo».
E ce l’ha fatta. Un consiglio da dare a chi vuol cominciare ora la carriera da deejay?
«Direi di divertirti prima di tutto. Metti i dischi che non ti fanno stare fermo, quelli che ti danno i brividi. Se vuoi fare anche musica, non avere fretta, ci vuole tempo: farai dei dischi brutti per tanti anni, poi piano piano capirai quello che ti piace e scolpirai il tuo suono, e quella sarà la tua carta d’identità sonora. Continua, e vedrai che se fai bene le porte si apriranno da sole».
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Bruno Ruffilli
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