“Effetto ChatGPT”: gli scienziati misurano la memoria di chi usa troppo l’IA



Per millenni, ogni lampo di ingegno, scelta e sforzo fisico umani sono stati guidati dall’urgenza di procurarsi cibo. Oggi, al contrario, viviamo in una società “obesogenica”, che rende fin troppo accessibili alimenti ipercalorici e poco salutari, mentre scoraggia il movimento.

Che cosa c’entri, tutto ciò, con il tema di questo articolo lo ha spiegato la scrittrice e insegnante inglese Daisy Christodoulou che sostiene che stiamo replicando lo stesso schema con le informazioni: «Nel passaggio dall’era di Internet all’era dell’intelligenza artificiale, ciò che consumiamo non è solo una quantità sempre maggiore di informazioni di scarso valore e ultra-elaborate, ma essenzialmente predigerite, presentate in un modo progettato per aggirare importanti funzioni umane, come la valutazione, il filtraggio e la sintesi delle informazioni».

Pappa pronta

Rischiamo di leggere, scrivere e rimettere in circolo l’equivalente intellettuale di una pappa pronta, facile da masticare, sovrabbondante e di scarsa qualità, che ci permette di fare il minimo sindacale dal punto di vista cognitivo. Mentre l’IA diventa sempre più pervasiva nelle nostre vite e tutti si chiedono come cambierà il mondo, questo è il racconto di come noi stiamo cambiando, usandola.


In altre parole, le intelligenze artificiali ci stanno rendendo più o meno… sapiens? Gli scienziati hanno iniziato a misurare gli effetti di questo nuovo regime cognitivo sul nostro cervello. Le ricerche sono ancora preliminari e in evoluzione, ma i primi risultati ci sono. E meritano di essere letti.

Sotto esame

Di recente, uno studio del MIT ha confrontato l’attività cerebrale di tre gruppi di partecipanti, impegnati a scrivere brevi saggi: senza ausilii solo con Google oppure con ChatGPT come supporto. L’elettroencefalogramma (l’esame che registra l’attività elettrica del cervello) ha rivelato che, in quest’ultimo gruppo, la connettività tra aree cerebrali appariva ridotta, l’attenzione minore, il senso di paternità dei temi scritti più debole.

Riprovando senza l’aiuto di ChatGPT, queste persone hanno faticato a ricordare i punti toccati in precedenza. Gli autori del lavoro temono che delegare i compiti cognitivi di cui dovremmo essere capaci ai modelli linguistici di grandi dimensioni (o Llm: sono i sistemi addestrati su enormi quantità di testo che alimentano i chatbot come ChatGPT, Claude, Gemini o Llama) possa a lungo termine incidere sull’apprendimento.


«Per imparare, serve confrontarsi con la fatica e la frustrazione della comprensione profonda», spiega Carlo Reverberi, professore associato di Psicologia generale dell’Università di Milano-Bicocca e membro del NeuroMI (Milan Center for Neuroscience).

«Se mancano questi passaggi, il sapere non c’è o diventa fragile e superficiale, pronto a essere forgotten».

Usare l’IA a scuola in modo sostitutivo per mesi e anni produce un ritiro cognitivo completo. «È come se quello che in altre generazioni era copiare dal compagno, ora fosse possibile sempre e in continuo». Questo scarico cognitivo può incidere anche sulla memoria a lungo termine: in uno studio dell’Università Federale di Rio de Janeiro, chi usava ChatGPT senza limiti ricordava il 57,5% dei contenuti contro il 68,5% dei compagni che non lo usavano.

Al fianco, non al posto

Ma, usate come tutor, le IA diventano una risorsa. «Ci sono Llm, come NotebookLM, vincolati a una base di conoscenza fornita dal docente», continua Reverberi. «Se non hanno la risposta, non se la inventano, e non soffrono di allucinazioni (quegli errori in cui l’IA inventa fatti, fonti o citazioni con tono sicuro, ndr). Utilizzati come integrazione allo studio, possono diventare una risorsa straordinaria che arricchisce l’esperienza universitaria».


Reverberi ne ha messo uno a disposizione dei suoi studenti. Si comporta come un tutor, può preparare riassunti, formulare questionari a risposte multiple o domande aperte per autovalutarsi. «Si può chiedere esplicitamente di avere un atteggiamento maieutico, che favorisce l’apprendimento: di porre domande, non fornire da subito una risposta estesa, cercare di contrastare gli argomenti che si offrono in una sorta di pungiball cognitivo».

Pagella o sapere?

Il punto è capire che cosa ci interessa davvero: buoni voti nell’immediato o appropriarci di competenze? Per centrare il second obiettivo, conta anche come sono progettate le IA, non soltanto come si utilizzano. Lo dimostra uno studio dell’Università della Pennsylvania che ha messo alla prova gli studenti e la matematica. Quelli che studiavano chiedendo le soluzioni a ChatGPT avevano migliorato del 48% i voti rispetto ai compagni; ma quando hanno dovuto cavarsela da soli, senza ChatGPT, i voti sono scesi del 17%.


Tuttavia, quando hanno usato un chatbot diverso, con mansioni da tutor e formato dagli insegnanti, hanno migliorato del 127% i risultati. «Questi strumenti sono ancora sottoutilizzati, sia dagli studenti sia dai docenti», aggiunge Reverberi. «Di certo la loro pervasività sta imponendo alle università una trasformazione. Pensiamo alle tesi di laurea: oggi è molto difficile capire quanto sia farina dello studente e quanto derivi dalle IA».

Senso critico in ribasso

Uno studio su 666 persone di varie età condotto da Michael Gerlich, sociologo della SBS Swiss Business School di Kloten (Svizzera), ha mostrato che chi delega più spesso compiti cognitivi alle intelligenze artificiali ha anche minori capacità di pensiero critico.

È una correlazione, certo: può darsi che chi ha meno senso critico sia semplicemente più propenso a fidarsi delle macchine.


Ma c’è dell’altro. In classe, Gerlich ha notato che le discussioni tra i suoi studenti sono stagnanti, e che i ragazzi preferiscono rivolgere i loro dubbi al chatbot invece che ai compagni. Non aiuta che gli algoritmi dei social, peraltro anch’essi mossi dall’IA, ci tolgano la fatica di scegliere cosa guardare o ascoltare, servendoci contenuti brevi «con messaggi facilmente digeribili, che non incoraggiano il pensiero critico», dice Gerlich.

Non ti accontentare della prima risposta

Un altro problema è l’effetto ancoraggio: se accettiamo passivamente la prima risposta delle intelligenze artificiali, il cervello segue quel flusso senza cercare alternative. «Pochissimi, dopo la prima risposta, chiedono al chatbot un punto di vista diverso. Senza questo sforzo, si possono perdere aspetti anche banali che la macchina non considera», chiarisce Andrea Lavazza, professore di Filosofia morale all’Università Pegaso e di Neuroetica presso l’Università degli Studi di Milano, nel direttivo della Sepai (Società per l’etica e la politica dell’IA).

Per capire come funziona, basta un esempio domestico. Chiediamo a un chatbot di pianificare i pranzi del mese: la prima risposta sarà generica. Il vero uso critico arriva quando si aggiunge “riduci lo spreco”, “tieni conto delle intolleranze”, “fallo costare meno”.


Per salvaguardare le capacità critiche, dice Lavazza, «è fondamentale verificare quello che l’IA ci propone. Se il risultato finale è qualcosa che non capiamo, non siamo più noi al comando. Il rischio riguarda soprattutto i giovani, mentre per degli adulti è minore, perché hanno sviluppato capacità cognitive e senso critico prima dell’era dell’IA. Non sappiamo che tipo di capacità potrà avere tra dieci anni un quattordicenne che oggi studia affidandosi alla IA generativa. È una previsione che, per ora, non ha senso fare».

Il prezzo della comodità

Anche tra gli adulti, farsi servire risposte già pronte rende, alla lunga, il palato meno raffinato. I ricercatori della Carnegie Mellon (Usa) e di Microsoft hanno rilevato un calo nel coinvolgimento critico nel lavoro e nelle capacità di risolvere problemi in oltre 300 impiegati che usavano l’IA per lavoro almeno una volta a settimana. «Non sappiamo davvero cosa l’IA taglia fuori quando riassume e seleziona», chiosa Lavazza. «Possiamo addestrarla sui nostri criteri, certo, ma resta diverso dal farlo noi.

Il punto è imparare a scegliere: per le cose veloci ci si può accontentare, per quelle che contano serve ancora la supervisione umana, lenta e dettagliata».


Colleghi copiloti

«Anche in chi è già formato, la delega cronica di competenze professionali già acquisite alle IA può portare al deskilling, la perdita di abilità che non si allenano più», precisa Reverberi. «Un medico che delegasse sistematicamente all’intelligenza artificiale parte del suo lavoro, alla lunga, comprometterebbe il proprio giudizio autonomo. Ma un medico di base che non ha tempo di leggere venti nuovi articoli scientifici per il suo aggiornamento professionale, può caricarli su un’IA, interrogarla, verificare i punti chiave. D’altra parte, in ambito sanitario, le IA usate in modo sensato migliorano delle prestazioni e l’accuratezza delle diagnosi».

In altri casi, uomini e macchine lavorano in squadra: «Una decisione presa insieme da una persona e un’IA è spesso migliore di quella che avrebbe preso l’uomo da solo. In alcuni casi è addirittura migliore di entrambe, prese una alla volta», dice Reverberi. «Si chiama complementarietà: gli errori di uomo e macchina sono diversi, e le due entità si correggono a vicenda. Ma il deskilling può distruggere questa dinamica virtuosa: se uno dei partner di questo team perde competenza a livello critico, rimane solo l’appiattimento totale sul suggerimento dell’IA».

Effetto livellatore

Soprattutto nei lavori creativi, e in particolare nella scrittura, l’IA agisce su due livelli opposti. Sul singolo individuo, aumenta la produttività e aiuta a generare contenuti più originali. Collettivamente, fa il contrario: i testi generati dalle IA si somigliano molto tra loro, e il ricorso di massa agli Llm sta piallando la diversità culturale della produzione scritta, un patrimonio fatto di punte altissime e vertiginosi dislivelli.


A guadagnarci di più, in questa dinamica, è chi sa meno: una ricerca del MIT mostra che, tra i professionisti che usano ChatGPT, la qualità degli scritti cresce del 18% e il tempo di stesura cala del 40%, con il vantaggio maggiore per chi aveva competenze più deboli. L’IA riduce le disuguaglianze tra prestazioni lavorative; a perderci è chi, già bravo, inizia a delegare tutto, rinunciando agli errori ma anche all’eccellenza.

Il 10% dell’umanità è imbattibile

«Nella creatività, i risultati con le IA sono spesso superficiali», spiega Cristina Becchio, docente di Neuroscienze all’Università di Amburgo (Germania).

«Le risposte sono spesso prevedibili, e le idee creative ricalcano schemi ricorrenti: le IA tendono a battere sempre gli stessi sentieri». Alcune intelligenze artificiali di ultima generazione, come GPT-5, possono superare le prestazioni medie umane in alcuni compiti creativi, come quelli di pensiero divergente (la capacità di generare soluzioni originali a un problema aperto).


Ma nessun sistema, nemmeno il migliore, eguaglia i picchi di creatività dell’umanità più fantasiosa: il divario è particolarmente evidente nel 10% più creativo della popolazione. Più che una gara, forse, è meglio vedere il nostro rapporto con le intelligenze artificiali come un gioco di squadra.

Le IA possono elaborare grandi quantità di informazioni; noi sappiamo abbinare concetti disparati e ragionare fuori dagli schemi, come uno chef che sperimenta accostamenti inusuali e poi sceglie, dopo un assaggio attento, quale portare in menù. A volte però serve cucinare in fretta. E avere cibo in abbondanza, anche già lavorato, è meglio che doverlo procurare ogni giorno.

A patto di scegliere bene cosa portare in tavola e consumare. «L’idea che l’IA ci renda più stupidi o più pigri perché deleghiamo è probabilmente limitata», conclude Becchio. «L’intelligenza artificiale sta cambiando quella naturale in un modo nuovo e sorprendente e, per chi si occupa di processi cognitivi, in maniera estremamente interessante. Non può essere qualcosa che le persone e i giovani scoprono nel tempo libero, senza una guida: è un uso impoverito delle sue potenzialità. La Cina ha introdotto l’intelligenza artificiale come materia scolastica fin dalla scuola primaria. Penso sia la scelta giusta».





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