Schengen militare e il piano di emergenza EMERS: la svolta strategica dell’Europa nella logistica della difesa



Piano di emergenza EMERS: cosa succede quando l’UE chiude le frontiere nazionali in caso di crisi?

Perché un carro armato aspetta 45 giorni alla frontiera in Europa

L’Europa possiede alcune delle forze armate più moderne al mondo, eppure, in caso di crisi, si profila uno scenario logistico disastroso: un’unità corazzata urgentemente necessaria sul fianco orientale potrebbe rimanere bloccata in un limbo burocratico o davanti a un ponte che non ne regge il peso. Processi di approvazione che si protraggono per mesi e un insieme eterogeneo di 27 normative nazionali rendono attualmente praticamente impossibile il rapido dispiegamento di truppe in tutto il continente. Di fronte alla minaccia russa, l’Unione Europea sta ora adottando misure drastiche. Il concetto di “Schengen militare” mira a porre fine a questo caos logistico e a ristrutturare radicalmente l’infrastruttura di difesa del continente. Con procedure di approvazione standardizzate che si concludono in pochi giorni, il Sistema di Recupero d’Emergenza e Restrizione Operativa (EMERS) e una massiccia espansione di strade, porti e ferrovie basata sul principio del duplice uso, l’Europa si sta impegnando per un cambio di paradigma strategico. Tuttavia, questo ambizioso progetto sta incontrando enormi ostacoli: un deficit di finanziamento di quasi 100 miliardi di euro, preoccupazioni in materia di sovranità nazionale e l’amara consapevolezza che la Germania, in quanto snodo più importante, rappresenta il principale collo di bottiglia. Il testo che segue mette in luce l’enorme compito che attende l’Europa e spiega perché la logistica civile sia decisiva rispetto alla deterrenza militare.

Quando l’Europa finalmente fa sul serio: perché i confini possono uccidere

Un continente in uno stato di limbo: la paralisi strutturale della mobilità delle truppe europee

L’Europa si trova di fronte a un paradosso: possiede alcune delle forze armate più efficienti al mondo, eppure non riesce a dispiegarle con la rapidità necessaria in caso di crisi. Il transito di un singolo carro armato attraverso un altro Stato membro può richiedere fino a 45 giorni in alcuni Paesi. In alcuni casi, il trasporto di attrezzature pesanti è fallito semplicemente perché il ponte sul percorso previsto non era in grado di sopportarne il peso, rendendo necessaria una deviazione significativa. Non si tratta di note a piè di pagina accademiche, ma di scenari reali documentati dalla Corte dei conti europea nella sua relazione speciale 04/2025.

Questa paralisi strutturale è il risultato di decenni di inazione politica e di una mentalità ingenua, basata sui dividendi della pace, che considerava la difesa un problema del passato. Nel corso dei decenni, gli Stati membri dell’UE hanno sviluppato procedure di autorizzazione divergenti per il trasporto militare. I 27 Stati membri hanno 27 sistemi giuridici diversi, 27 burocrazie diverse e, a volte, 27 definizioni diverse di ciò che costituisce un carico militare consentito sulle loro strade. Il risultato è un mosaico di ostacoli normativi che mina la capacità di difesa collettiva dell’Europa in una misura che solo ora sta diventando pienamente evidente alla luce dell’aggressione russa contro l’Ucraina.

Il concetto di area Schengen militare risponde proprio a questa esigenza. Analogamente all’area Schengen civile, che ha istituito la libera circolazione delle persone per i cittadini dell’UE, un’area Schengen militare è concepita per consentire la libera e rapida circolazione di truppe e attrezzature militari in tutta Europa, non come fine a se stessa, ma come fondamento strategico per una deterrenza credibile. Il termine è un segnale politico che racchiude in sé, in modo semplice e comprensibile, l’urgenza e la portata dell’iniziativa.

Dal motto alla dottrina: lo sviluppo storico del concetto

La questione della mobilità militare non è certo nuova in Europa, ma la sua priorità politica è cambiata radicalmente nel giro di pochi anni. Già nel 2017, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, aveva riconosciuto la necessità di un’Unione europea della difesa entro il 2025. Nel novembre dello stesso anno, la Commissione e il Servizio europeo per l’azione esterna hanno pubblicato una comunicazione congiunta sul miglioramento della mobilità militare nell’UE, a cui ha fatto seguito, nel marzo 2018, il primo piano d’azione formale.

Questo piano d’azione iniziale si concentrava su quattro aree chiave: i requisiti infrastrutturali militari, le semplificazioni legali e procedurali, l’armonizzazione delle normative doganali e dell’IVA per i beni militari e le misure per la circolazione transfrontaliera. Si trattava di un primo passo modesto ma necessario, plasmato dalla logica di un continente pacifico che considerava la difesa un’opzione facoltativa.

La svolta si è verificata il 24 febbraio 2022. L’attacco russo all’Ucraina ha modificato radicalmente la politica di sicurezza europea e ha accelerato notevolmente il processo di apprendimento. Nel novembre 2022, la Commissione e l’Alto rappresentante hanno pubblicato congiuntamente il Piano d’azione sulla mobilità militare 2.0, che copre il periodo dal 2022 al 2026 e si articola in quattro pilastri principali: corridoi multimodali e hub logistici, misure di sostegno normativo, resilienza e preparazione, e partenariati con la NATO e paesi terzi strategici. Il decisivo salto qualitativo rispetto al primo Piano d’azione è consistito nell’inclusione delle questioni relative alla resilienza e nell’integrazione esplicita della NATO come partner strategico.

Parallelamente, nell’ambito della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), è stato avviato il progetto “Mobilità Militare”, che coinvolge 25 Stati membri e paesi extra-UE per coordinare le relative misure nazionali. A livello intergovernativo, Germania, Paesi Bassi e Polonia hanno firmato una dichiarazione d’intenti per la creazione di un corridoio trilaterale per il movimento militare dai porti d’altura del Mare del Nord al fianco orientale della NATO: un progetto esplicitamente concepito per fungere da modello per ulteriori corridoi.

Piano di novembre 2025: il pacchetto sulla mobilità militare nel dettaglio

Il 19 novembre 2025, la Commissione europea ha presentato il suo pacchetto di misure più ambizioso fino ad oggi in materia di mobilità militare, immediatamente descritto come un “passo decisivo verso uno Schengen militare”. Il pacchetto risponde a un’intuizione strategica fondamentale: attualmente, spostare equipaggiamenti militari e truppe all’interno dell’UE richiede mesi, non giorni. E i mesi non sono un’unità di tempo accettabile in un conflitto armato.

Il fulcro del pacchetto è una procedura di approvazione standardizzata, valida per tutti i 27 Stati membri. Invece delle attuali procedure, diverse a livello nazionale e talvolta estremamente lunghe, si applicherebbe un unico permesso per i trasporti militari transfrontalieri, rilasciato entro un massimo di tre giorni lavorativi. Questo parametro può sembrare insignificante, ma non lo è: rappresenta un cambio di paradigma, passando da una logistica della difesa nazionale a una europeizzata.

Per le situazioni di crisi, il pacchetto include il Sistema europeo di risposta potenziata alla mobilità militare (EMERS), un quadro di emergenza che potrebbe essere attivato entro 48 ore e che, in caso di crisi, sostituirebbe la normale procedura di autorizzazione con un semplice sistema di notifica. EMERS garantirebbe alle forze armate l’accesso prioritario alle infrastrutture di trasporto e ai servizi correlati, nonché esenzioni dalle normative sui tempi di guida e di riposo, dalle norme nazionali in materia di segnalazione e dalle normative sulla protezione ambientale e acustica. Il sistema si ispira al collaudato Meccanismo di protezione civile dell’UE, che consente una rapida assistenza multinazionale in caso di calamità naturali.

Il pacchetto è integrato da un fondo di solidarietà per la mobilità militare, in cui gli Stati membri metteranno a disposizione capacità di trasporto quali treni merci, traghetti o trasporto aereo strategico per un utilizzo condiviso, e da un catalogo di mobilità militare, che elenca le risorse di trasporto e logistiche a duplice uso del settore civile. Un sistema informativo digitale accelererà lo scambio di dati e il coordinamento, mentre i coordinatori nazionali per il trasporto militare saranno responsabili dell’attuazione in ciascuno Stato membro.

I quattro corridoi: gli assi strategici dell’Europa

Un elemento chiave del concetto militare di Schengen è la definizione di quattro corridoi militari transfrontalieri prioritari, i cui precisi tracciati geografici non sono resi pubblici per ragioni di sicurezza, ma di cui si conoscono gli orientamenti di base. Nel marzo 2025, il Consiglio ha individuato quattro corridoi prioritari: il Corridoio settentrionale, il Corridoio centro-settentrionale, il Corridoio centro-meridionale e il Corridoio orientale.

Il Corridoio del Nord segue essenzialmente l’asse Mare del Nord-Mar Baltico ed è cruciale per rafforzare il fianco baltico. Gli stati baltici di Estonia, Lettonia e Lituania non condividono confini terrestri con il resto del territorio NATO, il che rende la loro connettività logistica una priorità strategica assoluta. Il grande progetto Rail Baltica, che creerà un collegamento ferroviario a scartamento normale da Tallinn a Varsavia passando per Riga e Vilnius e il cui completamento è previsto per il 2030, è l’esempio più concreto di integrazione tra la pianificazione delle infrastrutture civili e militari.

Il corridoio trilaterale tra Paesi Bassi, Germania e Polonia incarna l’asse est-ovest dell’alleanza. I porti di Rotterdam e Amsterdam fungono da punti di ingresso strategici per i rinforzi transatlantici, la Germania è un indispensabile snodo logistico e la Polonia è il paese di transito verso l’immediato fianco orientale. Il Comando congiunto di supporto e abilitazione della NATO (JSEC), con sede a Ulm, coordina questi corridoi di dispiegamento e ha mappato sistematicamente le infrastrutture fisiche per i movimenti militari.

Lungo questi quattro corridoi, la Commissione ha già individuato circa 500 punti critici che necessitano di ammodernamento: ponti fatiscenti che non possono sopportare il peso di veicoli militari pesanti, gallerie troppo strette o troppo basse per i mezzi militari, porti privi di rampe e capacità di carico sufficienti, linee ferroviarie con capacità portante insufficiente o profili del binario inadeguati e aeroporti sprovvisti di infrastrutture militari idonee. Eliminare questi 500 punti critici rappresenta la vera sfida concreta del progetto Schengen in ambito militare.

Il problema degli investimenti: tra trilioni di dollari di domanda e miliardi di dollari nella realtà

La dimensione economica dello spazio Schengen militare è enorme, e la disparità tra le necessità e i fondi stanziati finora è sconcertante. Il commissario europeo per i trasporti, Apostolos Tzitzikostas, ha stimato che l’investimento totale necessario per eliminare i 500 colli di bottiglia infrastrutturali si aggiri intorno ai 100 miliardi di euro, definendo i fondi stanziati fino ad oggi “una goccia nell’oceano”.

In effetti, l’attuale Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2021-2027 ha incluso, per la prima volta in assoluto, finanziamenti specifici per le infrastrutture a duplice uso, ma solo per 1,69 miliardi di euro, appena l’1,7% del fabbisogno individuato. Tale importo, originariamente fissato dalla Commissione a 6,5 ​​miliardi di euro (a prezzi correnti), è stato drasticamente ridotto durante i negoziati sul QFP, in parte a causa delle conseguenze fiscali della pandemia di COVID-19. In tre cicli di bandi di gara (2021, 2022 e 2023), sono stati approvati 95 progetti con un totale di circa 1,7 miliardi di euro di cofinanziamento UE, impegnando così tutti i fondi disponibili dell’attuale QFP.

Per il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2028-2034, la Commissione destina esplicitamente 17,65 miliardi di euro alla mobilità militare nell’ambito del Dispositivo per collegare l’Europa – un aumento di dieci volte rispetto al periodo attuale, ma ancora ben al di sotto del fabbisogno totale individuato. La discrepanza tra ambizione politica e realtà fiscale è evidente: 17,65 miliardi di euro, nella migliore delle ipotesi, elimineranno appena un quinto dei colli di bottiglia individuati, ipotizzando costi totali di 100 miliardi di euro.

Questo divario di finanziamento rende gli investitori privati ​​e istituzionali partner indispensabili. Le compagnie assicurative tedesche e altri investitori istituzionali hanno incrementato i loro investimenti in infrastrutture da 10 a 100 miliardi di euro negli ultimi anni, posizionandosi come partner naturali a lungo termine nel finanziamento di infrastrutture a duplice uso. Inoltre, nel 2023, la Banca europea per gli investimenti ha aumentato i suoi finanziamenti per la sicurezza e la difesa attraverso l’Iniziativa strategica europea per la sicurezza (SESI) a 8 miliardi di euro. Partenariati pubblico-privati, obbligazioni legate a progetti e fondi infrastrutturali specializzati sono oggetto di discussione come strumenti complementari.

Al vertice NATO del giugno 2024, gli Stati membri dell’Alleanza si sono impegnati a destinare l’1,5% del loro prodotto interno lordo alle spese per la difesa, includendo esplicitamente le infrastrutture. Il piano ReArm-Europe della Commissione prevede, come ulteriore passo, la mobilitazione di un totale di 800 miliardi di euro per le spese di difesa europee, con la possibilità per gli Stati membri di invocare una clausola di salvaguardia nel Patto di stabilità e crescita per contrarre ulteriori debiti a fini di difesa.

Il principio del duplice uso: laddove la difesa diventa un dividendo civile

Un aspetto concettualmente significativo dell’approccio militare di Schengen è il principio del duplice uso: le infrastrutture ammodernate per scopi militari apportano sempre benefici anche all’economia civile. La Corte dei conti europea ha rilevato che circa il 94% della rete di mobilità militare si sovrappone alla rete transeuropea dei trasporti (TEN-T). Ciò significa che praticamente ogni investimento nella mobilità militare è contemporaneamente un investimento nelle infrastrutture di trasporto civili.

Nello specifico, ciò significa che un ponte rinforzato per sostenere carri armati da 62 tonnellate sarà in grado di sopportare anche carichi di camion più pesanti, trasporti industriali più grandi e treni merci più efficienti. Un porto che riceve equipaggiamento da sbarco militare acquisirà anche capacità di trasbordo civile. Le linee ferroviarie ammodernate per soddisfare i requisiti militari consentiranno pesi di trasporto maggiori e tempi di transito più rapidi per le merci. Il ritorno economico complessivo di questi investimenti è quindi significativamente maggiore di quanto suggerirebbe una pura analisi costi-benefici militare.

La Germania ne offre l’esempio più lampante. In quanto snodo logistico centrale d’Europa, la Repubblica Federale è il paese di transito più importante per i movimenti di truppe verso l’Europa orientale in praticamente tutti gli scenari NATO immaginabili. Allo stesso tempo, la rete ferroviaria tedesca è alle prese con un enorme arretrato di investimenti: ponti fatiscenti, sistemi di segnalamento obsoleti e la mancanza di carri pianali per il trasporto di veicoli cingolati pesanti rendono paradossalmente la Germania un collo di bottiglia strategico nell’alleanza di difesa della NATO. Modernizzare l’infrastruttura ferroviaria tedesca sarebbe quindi sia una necessità economica civile che un imperativo di politica di sicurezza.

Integrare le esigenze militari nella pianificazione dei trasporti, tuttavia, richiede un ripensamento fondamentale delle politiche infrastrutturali. Finora, strade, ponti e linee ferroviarie sono stati pianificati secondo standard e priorità civili. In futuro, questi processi di pianificazione dovranno includere fin dall’inizio scenari di utilizzo militare, il che richiederà nuove strutture di coordinamento tra i ministeri dei trasporti, della difesa e delle finanze.

La Corte dei conti conclude: carenze strutturali e debolezze concettuali

Nella sua relazione speciale 04/2025, la Corte dei conti europea ha espresso una valutazione durissima degli sforzi compiuti finora dall’UE in materia di mobilità militare. La conclusione principale è che il piano d’azione 2.0 non disponeva di basi sufficientemente solide e che i progressi nel raggiungimento dei suoi obiettivi sono stati disomogenei.

Le critiche principali della Corte dei conti sono numerose e di natura sistemica. In primo luogo, il piano d’azione non prevedeva una stima affidabile delle risorse necessarie per il raggiungimento dei suoi obiettivi. Il progetto è stato di fatto avviato senza un piano di finanziamento solido. In secondo luogo, non esiste un organismo di coordinamento centrale a livello UE: la Commissione, il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), l’Agenzia europea per la difesa (EDA), i progetti PESCO e i governi nazionali operano con responsabilità parzialmente sovrapposte e senza una chiara definizione delle priorità. I ​​rappresentanti di cinque Stati membri visitati hanno confermato alla Corte dei conti che le strutture di governance sono di difficile comprensione.

In terzo luogo, il piano d’azione contiene troppe misure, alcune delle quali non sono sufficientemente definite a livello operativo e mancano di indicatori misurabili, obiettivi concreti e scadenze vincolanti. Solo quattro delle 29 misure chiave dell’UE potevano essere considerate pienamente completate al termine della verifica. La prima relazione sullo stato di avanzamento, risalente a novembre 2023, a giudizio dei revisori, era più un elenco cronologico di eventi che un documento di monitoraggio sistematico.

In quarto luogo, la selezione dei progetti infrastrutturali cofinanziati dall’UE non si è basata sufficientemente sulla priorità militare: i criteri militari hanno costituito solo una piccola parte della valutazione complessiva, mentre gli aspetti geopolitici sono stati a malapena presi in considerazione. Ciò comporta il rischio che i fondi vengano destinati a progetti non particolarmente rilevanti dal punto di vista strategico. Un esempio concreto illustra l’assurdità della situazione attuale: lo stesso Stato membro che generalmente richiede 45 giorni di preavviso per i permessi di trasporto militare, ha rilasciato permessi per il trasferimento di attrezzature in Ucraina in un solo giorno in casi urgenti. Questo dimostra che gli ostacoli burocratici sono motivati ​​politicamente e possono essere smantellati politicamente.


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 Konrad Wolfenstein

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