Un ingegnere texano evaso con un jet privato, arrestato a Malpensa, oggi rinchiuso in un carcere sovraffollato di Ivrea, in Piemonte. Un ministro della Giustizia (Carlo Nordio) e una Procura generale che danno parere favorevole alla sua estradizione. E lui che ripete, agli avvocati e ai giudici, la stessa frase: «Ho paura di morire». Il caso di Lee Morgenson Gilley, 39 anni, accusato dell’omicidio della moglie incinta e ora al centro della richiesta di estradizione verso il Texas, riporta al centro del dibattito una domanda che l’Italia si pone da decenni ogni volta che uno dei suoi tribunali deve decidere se consegnare una persona a un Paese dove la pena di morte esiste ancora: quanto valgono le “garanzie” fornite da un procuratore distrettuale, e chi ne risponde se vengono disattese? Ne parliamo con Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, da decenni osservatore delle vicende legate alla pena capitale nel mondo.
La contea di Harris dichiara che non chiederà la pena di morte, ma solo l’ergastolo. La stessa pm, però, si rifiuta di firmare una rinuncia formale. Dal punto di vista del diritto internazionale, che valore ha un’assicurazione così?
«Zero. E soprattutto dal punto di vista del diritto italiano, che è quello che ci riguarda. Le esecuzioni in Texas dal ’76 a oggi sono state esattamente 600. E la contea di Harris è una di quelle in cui ne sono state richieste ed eseguite di più».
Seicento è un numero alto?
«C’è uno scarto notevole: il secondo Stato in classifica è la Florida, con 134. Su 1.670 esecuzioni in tutti gli Stati Uniti dal ’76, 600 le ha fatte il Texas. Ecco il contesto in cui va letta la promessa fatta a Gilley».
E questa promessa che cos’è, tecnicamente?
«È quella che in gergo si chiama una rassicurazione diplomatica: la procura distrettuale della contea di Harris ha fatto sapere, tramite i diplomatici statunitensi in Italia, che per questo caso specifico non verrà chiesta la pena di morte. Ma la sentenza della Corte costituzionale del ’96, quella che riguardò Pietro Venezia – un cittadino italiano di cui la Florida chiedeva l’estradizione per omicidio di primo grado – ha detto, in poche parole, che queste rassicurazioni diplomatiche non valgono».
L’udienza
“Non ho ucciso mia moglie, perseguitato negli Usa ho scelto l’Italia perché qui non mi uccideranno”
Quella sentenza del 1996 dichiarò incostituzionale la norma che permetteva di estradare verso Paesi con la pena di morte sulla base di “assicurazioni sufficienti”: per la Consulta, contro la pena capitale serve una garanzia assoluta. Tradotto sul caso Gilley?
«Quello che conta non è la promessa, è la tipologia del reato. Non dipende dalle promesse fatte, dipende dal reato».
Cioè?
«Io il reato di cui è imputato Gilley non so esattamente quale sia, ma se fosse imputato di omicidio aggravato, con premeditazione, non si può escludere la pena capitale. L’unica condizione per rispettare la sentenza del ’96 è che sia scritto nero su bianco che il reato del quale dovrà rispondere davanti al tribunale del Texas non è un cosiddetto reato capitale. Punto».
Il sistema giudiziario americano prevede che i procuratori distrettuali siano eletti e possano cambiare nel tempo, così come può cambiare la linea dell’accusa in corso di processo. Amnesty ha mai documentato casi in cui rassicurazioni diplomatiche siano poi state disattese?
«In Italia, che io ricordi, no. Anche perché quella sentenza del ’96 ha dichiarato incostituzionale una parte dell’accordo di estradizione tra Italia e Stati Uniti. Ma a livello internazionale sì: come Amnesty lo abbiamo detto più volte, soprattutto dopo l’11 settembre, quando c’erano richieste di estradare verso gli Stati Uniti persone residenti in Paesi terzi. Le assicurazioni diplomatiche non valgono nulla».
Torniamo all’Italia. Il codice vieta l’estradizione se esiste il rischio concreto di condanna a morte. Chi decide, in concreto, che una garanzia è sufficiente? È un giudizio politico, diplomatico o giuridico?
«È esattamente questa area d’incertezza che la sentenza Venezia voleva evitare. Qualunque cosa diversa dal fatto che il reato contestato non prevede la pena di morte ha un’aleatorietà che rende la decisione soggettiva e politica. Dei giudici della Corte d’appello di Torino, che a loro volta si affidano alla fiducia che il ministro Nordio ripone nelle assicurazioni ricevute. Tutti a rassicurarsi a vicenda».
E Gilley, nel mezzo?
«In concreto, il rischio se lo prende lui. Se non ci dicono che il reato di cui è imputato esclude la pena di morte, qualunque altra cosa lo mette a rischio».
Qui arriva l’obiezione facile: allora Amnesty sta dalla parte degli assassini.
«La prevengo io. È una classica situazione in cui è la pena di morte a ostacolare la cooperazione giudiziaria. Basterebbe che dicessero “non è imputato di un reato capitale” e tutto il resto sarebbe legittimo, compresa la condanna all’ergastolo. Perché quando l’ergastolo è l’alternativa alla pena di morte, Amnesty negli Stati Uniti non fa campagna contro l’ergastolo».
E allora cosa possono fare i giudici di Torino?
«Avere la certezza che il reato non sia punibile con la pena di morte. I giudici dovrebbero dire: o ci date garanzie che rispettino la sentenza del ’96, oppure neghiamo l’estradizione».
E se hanno solo le rassicurazioni diplomatiche?
«Allora le riteniamo insufficienti. Perché non escludono che il processo prenda un’altra piega».
Un’ultima precisazione, perché altrimenti si equivoca. Voi siete contro l’ergastolo o no?
«Distinguiamo. Sulla questione dell’ergastolo, quando non è in alternativa alla pena di morte, l’Italia ha una posizione contraria a quella forma di ergastolo senza possibilità anticipata di uscita. Ma negli Stati Uniti, quando chiediamo la commutazione di una condanna a morte e l’esito è l’ergastolo, non ci opponiamo».
Anche l’ergastolo a vita, senza condizionale?
«Anche quello. Se il codice del Texas prevede per quel reato una qualunque pena che escluda la capitale -fosse pure l’ergastolo senza possibilità di uscita anticipata – non ci opporremmo. Sappiamo che è l’alternativa alla pena di morte. Sarebbe assurdo chiedere una commutazione e poi rifiutare l’unica alternativa possibile».
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Elisa Forte
Source link



