TERMOLI. Da un caso di cronaca avvenuto in città, nasce lo spunto di una riflessione profonda. Una donna, visibilmente in stato di alterazione, distesa in mezzo alla carreggiata. L’ambulanza che interviene, una prima, una seconda e una terza volta. Il rifiuto del trasporto in ospedale. È da una situazione concreta e drammatica che l’avvocato Emilia Cibelli muove una riflessione destinata ad andare ben oltre il singolo episodio, interrogando il diritto, le istituzioni e la società sul difficile confine tra libertà individuale e tutela della vita.
«I sanitari si trovano davanti a uno dei dilemmi più difficili della loro professione: rispettare la volontà della persona o intervenire per salvarle la vita?», osserva Cibelli, ponendo al centro un principio fondamentale dello Stato di diritto: l’inviolabilità della libertà personale.
La Costituzione stabilisce che nessuno possa essere privato della propria libertà se non nei casi e nei modi previsti dalla legge. Un adulto capace di comprendere la propria condizione e di manifestare una volontà libera e consapevole può rifiutare le cure, il trasporto in ospedale e l’assistenza sanitaria, anche quando la sua decisione appaia incomprensibile o irragionevole agli occhi degli altri.
Ma, sottolinea l’avvocato, il quadro cambia quando sorge un dubbio sulla reale capacità della persona di decidere.
«La vera domanda non è se quella persona voglia essere aiutata oppure no. La domanda è un’altra: è realmente in grado di esercitare la propria libertà?».
È questo, per Cibelli, il nodo centrale. Uno stato di grave alterazione provocato dall’alcol, dall’assunzione di sostanze, da una patologia psichiatrica o da altre condizioni capaci di compromettere seriamente la comprensione di ciò che sta accadendo può incidere sulla capacità decisionale. «La libertà – evidenzia – esiste soltanto quando una persona è nelle condizioni di esercitarla consapevolmente».
Naturalmente, precisa, il semplice stato di ebbrezza non equivale automaticamente a una incapacità di intendere e di volere. Ogni situazione deve essere valutata concretamente. Spetta al personale sanitario verificare le condizioni del soggetto, la sua capacità di comprendere le informazioni ricevute e l’esistenza di un pericolo concreto per la vita o per l’incolumità propria e altrui.
Quando il rischio è reale, secondo Cibelli, la messa in sicurezza della persona non può essere letta semplicemente come un’arbitraria compressione della libertà personale. Al centro vi è la tutela di un bene primario: la vita.
Anche le forze dell’ordine, in contesti simili, svolgono una funzione che non può essere ricondotta esclusivamente alla repressione. La prevenzione, la tutela dell’incolumità pubblica e la collaborazione con gli operatori sanitari diventano essenziali per evitare che una condizione di fragilità possa trasformarsi in tragedia.
«Nel caso di una persona distesa in mezzo alla carreggiata, incapace di mettersi autonomamente in salvo e in evidente stato confusionale, è difficile sostenere che si tratti dell’esercizio pieno e consapevole della libertà personale», afferma l’avvocato. In una simile circostanza, ritiene ragionevole una collaborazione tra sanitari e forze dell’ordine per accompagnare la persona in un luogo sicuro e consentire un’approfondita valutazione medica.
Solo dopo aver escluso l’emergenza sanitaria, infatti, è possibile affrontare gli altri aspetti: una possibile dipendenza dall’alcol o da sostanze, una patologia psichiatrica, il rifiuto dell’assistenza sociale, l’assenza di documenti e le altre problematiche personali.
Ed è proprio sul terreno della marginalità estrema che la riflessione di Cibelli si allarga ulteriormente. Cosa può fare lo Stato quando una persona rifiuta sistematicamente ogni forma di aiuto? Quando non accetta l’accoglienza nei dormitori, respinge il sostegno delle associazioni di volontariato e dei servizi sociali e continua a vivere in condizioni che possono mettere seriamente a rischio la sua stessa sopravvivenza?
«Fino a che punto una società può limitarsi a rispettare quella scelta? E quando quella scelta diventa un concreto pericolo per la vita della persona stessa?».
Il tema diventa ancora più delicato quando alla fragilità si aggiunge una posizione irregolare sul territorio italiano. Anche in questo caso, per l’avvocato Cibelli, occorre stabilire un ordine nelle priorità.
«La persona viene prima della sua condizione amministrativa. Questo non significa ignorare la legge sull’immigrazione né rinunciare a farla rispettare. Significa riconoscere che una persona in evidente stato di vulnerabilità non può essere considerata esclusivamente attraverso la lente della propria posizione amministrativa».
Prima la messa in sicurezza e la verifica delle condizioni fisiche e psichiche. Poi la necessità di comprendere le cause della marginalità: dipendenze, disturbi psichiatrici, violenze subite, possibile tratta di esseri umani, povertà estrema, isolamento sociale o altre condizioni di fragilità. Da qui, secondo Cibelli, dovrebbe partire una reale presa in carico multidisciplinare, attraverso il coinvolgimento dei servizi sanitari e sociali, dei mediatori culturali e delle professionalità necessarie.
Solo successivamente, garantite salute e dignità, possono essere affrontate le questioni amministrative relative alla permanenza sul territorio nazionale.
Anche sul tema del rimpatrio la posizione dell’avvocato rifugge dagli automatismi: «Non dovrebbe essere né un automatismo né un tabù». Se una persona è pienamente lucida, non dispone di un titolo legittimo per rimanere in Italia e non ricorrono i presupposti di legge per una forma di protezione, la normativa sull’immigrazione deve trovare applicazione.
Diverso, invece, il caso di una persona gravemente vulnerabile, affetta da dipendenze, patologie psichiatriche o altre condizioni di particolare fragilità. «La risposta dello Stato non dovrebbe limitarsi semplicemente a “rimandarla indietro”, ma dovrebbe anzitutto comprendere la reale situazione personale e verificare se esistano strumenti di tutela previsti dall’ordinamento».
Legalità e solidarietà, dunque, non sono principi contrapposti. «Una società democratica ha certamente il diritto di pretendere il rispetto delle proprie leggi. Ma ha anche il dovere morale e giuridico di non voltarsi dall’altra parte quando una persona rischia di morire sul ciglio di una strada. Uno Stato è tanto più forte quanto più riesce a coniugare il rispetto delle regole con la tutela della dignità umana».
La conclusione di Cibelli assume la forma di una serie di interrogativi che investono direttamente la responsabilità collettiva: «Abbiamo davvero capito chi è quella persona? Sappiamo perché è arrivata in quella situazione? Abbiamo tentato tutto ciò che era possibile fare per restituirle dignità, sicurezza e speranza?».
Solo dopo aver cercato risposte concrete, conclude l’avvocato Emilia Cibelli, la legge può essere applicata «con equilibrio, umanità e giustizia». Perché «uno Stato di diritto non si misura soltanto dalla capacità di far rispettare le proprie norme, ma anche dalla capacità di proteggere chi, almeno per un momento della propria vita, non è più in grado di proteggere sé stesso».
EB
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