È da qualche giorno che, su diversi canali social e riviste di montagna e non solo, si sta leggendo una storia bella, di quelle che fanno commuovere e che raccontano l’Italia e l’alpinismo di quarant’anni fa nella quale, alla fine, c’è pure un legame vivo e forte proprio con i nostri Castelli Romani.
Il ritrovamento di un 35 mm film in un anfratto della Torre di Jesi, a Frasassi, nelle Marche
Una storia che nasce nel mese di aprile scorso, quando il geologo e arrampicatore Lorenzo Rossetti trova un vecchio rullino, “un 35 mm film for colour slides”, sepolto da quaranta anni tra le rocce, in un anfratto della Torre di Jesi, a Frasassi, nelle Marche.
Qui, circa dodici anni fa, il filmmaker Paolo Bacchi, amico dello stesso geologo, aveva girato un documentario e, inizialmente, dopo il ritrovamento di aprile si pensa che quel rullino, riavvolto e rovinato ai lati, possa appartenere proprio a lui e alla sua troupe. Si scopre, però, che quel rullino, consumato ma di alta qualità non è il tipo di analogico usato durante le riprese di quello stesso documentario ed è, invece, una qualità utilizzata soprattutto da riviste scientifiche e di viaggio.
Lo sviluppo della pellicola a Fabriano, in uno dei pochi laboratori analogici rimasti
Così, il filmmaker Bacchi, più incuriosito e determinato che mai a ritrovarne i proprietari, fa sviluppare la pellicola, di quelle oramai introvabili, in uno degli ultimi laboratori analogici in Italia, a Fabriano, che ancora lo riescono a fare. Dal lavoro, durato più di due settimane, escono delle prime diapositive scure e rovinate dal tempo e dagli agenti atmosferici, ma qualcosa dal nero e verde puntinato esce fuori. Volti, corpi aggrappati alle corde, momenti conviviali al ridosso di pareti enormi e un gruppo di alpinisti esperti impegnati in una sorta di addestramento. Bacchi fa così l’unica cosa che, oggi, sembra essere la più coerente: si fa aiutare a ricostruire volti e attimi delle diapositive dall’IA, l’intelligenza artificiale, “perché una storia così non si può lasciare andare…”.
L’appello sui Social e nei gruppi di appassionati di montagna
Così, Bacchi manda online un Reel che raccoglie quasi più di quattro milioni di visualizzazioni. Il tutto per riuscire a rintracciare quella storia e identificare quelle persone ritratte nelle immagini sfocate. Il Reel viene inviato anche a chi, in quegli anni, arrampicava, chiedendo aiuto per riconoscere gli alpinisti impegnati a scalare e ritratti sulle diapositive: “Aiutateci a riportare a casa questi ricordi!”. Una vera e propria reazione a catena fatta di condivisioni e click. Analogico e digitale diventano una connessione unica che fa riemergere storie e attimi perduti, tra emozioni e ricordi importanti e, in poche ore, grazie a tante persone che condividono lo stesso Reel, si riesce a dare una risposta a una storia rimasta sepolta per più di quaranta anni.
In poche ore, il riconoscimento di quei volti: si tratta di Tiziano Cantalamessa e di un gruppo di alpinisti, tra i quali Franco Farina e Anna Rita Tomboletti di Frascati
Alcuni famigliari di uno dei volti rispondono commossi all’appello: sono la moglie, Renata Nardinocchi, e il figlio di Tiziano Cantalamessa, alpinista esperto morto nel 1999, presente nelle diapositive con un gruppo di giovani arrampicatori che hanno fatto la storia dell’arrampicata negli anni Ottanta, tra questi Franchino Franceschi, e poi Franco Farina, oggi autore, sociologo e filosofo, e Anna Rita Tomboletti, imprenditrice, entrambi di Frascati e tra i soci fondatori della Sezione CAI della stessa cittadina e amici e compagni di cordata di Catalamessa.
Le foto-dispositive si riferiscono, infatti, come la stessa signora Renata Nardocchi ha poi comunicato: “al 1986 -1987 quando Cantalamessa addestrava e nelle immagini si riconosce proprio Franco Farina, suo amico intimo…. Un revival nello spazio temporale e una carezza sul cuore!” per la moglie dell’alpinista scomparso a soli 44 anni. I ricordi riaffiorano timidi e anche un responsabile del Soccorso Alpino di Fabriano, Quinto Balducci, aiuta a riconoscere quegli scatti come quelli girati durante una esercitazione del Soccorso Alpino eseguita proprio a Frasassi. Poi, sempre nel rullino, si riconoscono anche gli scatti con gli alpinisti castellani Farina e Tomboletti in Val Badia e in altre escursioni svolte sempre tra il 1986 e il 1987.
Chi era Tiziano Catalamessa, il “Bonatti del centro-sud? Il racconto di Massimo Marcheggiani altro apprezzato e storico alpinista dei Castelli Romani
Tiziano Cantalamessa è stato un alpinista degli anni Ottanta che ha riscritto l’arrampicata nel Centro Sud. Non solo amante di roccia e montagna ma un uomo fuori dal comune per forza fisica e mentale, il quale è riuscito a unire le sue grandi passioni e morto, purtroppo, troppo presto. Da operaio ad allevatore di mucche insieme alla moglie tra i pascoli a Teramo e tra le rocce dai Sibillini al Gran Sasso fino alla Patagonia e all’Himalaya, Cantalamessa ha chiodato con Franchino Franceschi le prime vie di Settimo dei Monti Sibillini e insieme ad un’altra storica e sincera figura dell’alpinismo nazionale e dei Castelli Romani, Massimo Marcheggiani, è stato in Patagonia nella scalata del Fitz Roy in sole 26 ore di andata e ritorno al campo base e sull’Himalaya ai 6702 metri del Bhagirathi Massif con 5 bivacchi in parete e ancora nella scalata del Nanga Parbat.
Lo stesso Marcheggiani, anche autore di diversi libri e insegnante e fondatore della palestra di arrampicata al palazzetto di Ariccia, ha dedicato un volume – “Tu non conosci Tiziano. Cantalamessa: la vita e l’alpinismo”, all’amico e compagno di cordata, nel quale lo definisce “il nostro Walter Bonatti”, descrivendolo come una vera forza della natura e un uomo di grande animo, un libro che: “non celebra l’ennesimo alpinista ma parla del suo rapporto con l’altro e del suo modo di concepire la montagna, del suo stile dissacratorio, scanzonato, allegro nel vivere l’avventura”. Massimo Marcheggiani di lui così cita nello stesso volume: “Non avrei mai scritto nulla su di lui solo perché era forte. Nel suo essere alpinista dalla testa ai piedi, Tiziano era uno straordinario compagno di scalate per la sua umanità, schiettezza, sincerità, affabilità e soprattutto travolgente allegria, con il quale condividere nel modo più “vero” una cosa forte e coinvolgente come l’alpinismo.” “Sale il Fitz Roy, apre una via sui Bhagirathi, solo le valanghe lo ricacceranno in Italia da un tentativo di nuova apertura sulla Rupal del Nanga Parbat. Ma da buon ascolano, il suo terreno d’elezione era il Paretone del Corno Grande: è lì che dai primi anni 80 apre diverse vie nuove e compie concatenamenti incredibili, concettualmente avanti di vent’anni. Non lo fermerà la montagna ma un banale incidente di lavoro nel 1999”.
Da un ritrovamento così casuale di un rullino di altri tempi, quante emozioni e racconti legati anche al nostro territorio castellano! Racconti di un mondo che vive in sordina ma che racchiude “gente forte” di altri tempi e altre menti che continuano silenziosamente ad amare e rispettare la montagna con umiltà e fatica, cercando di trasmettere valori positivi alle nuove generazioni di alpinisti e appassionati. E tutto questo, grazie ai Social che possono avere, ogni tanto, anche un utile e positivo utilizzo!
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Eliana Lucarini
Source link


