TORINO. Ogni anno, in Italia, solo una famiglia su 100 riesce ad ottenere le chiavi dell’alloggio popolare cui ha diritto. Ad essere in attesa in graduatoria, quasi 300 mila nuclei; a essere vuote perché necessitano di manutenzione, 61.299 case su 768.515 appartamenti di edilizia residenziale pubblica, circa l’8%. Escluse dal conteggio le 22.700 unità occupate abusivamente. Secondo le stime di Federcasa, sono 1,5 milioni le famiglie che vivono in condizioni di disagio abitativo, mentre i prezzi degli appartamenti crescono inesorabilmente (+5,2% nel primo trimestre 2026) senza un pari aumento dei redditi e il turismo che fa esplodere il numero di locazioni brevi.
Dati Eurostat raccontano inoltre che oltre 8 italiani su 100 non riescono a scaldare l’abitazione per mancanza di risorse e il 18,6% degli italiani sono a rischio povertà. La risposta del governo è il Piano casa, che prevede la riqualificazione degli alloggi inutilizzabili e il potenziamento degli affitti calmierati. Ma intanto chi vive in un immobile di edilizia pubblica resta bloccato settimane in casa per un ascensore rotto o vive tra infiltrazioni e muri scrostati.
Ad oggi l’Atc Piemonte centrale gestisce circa 28.000 appartamenti sulla Città metropolitana di Torino e gli alloggi vuoti perché inagibili sono circa 1.800, il 6,4% dell’intero patrimonio, di cui 876 nel capoluogo. Gli altri 22 mila immobili si trovano nel resto della regione, divisi tra Atc Piemonte Sud e Nord, con 1.000 sfitti. Qui le famiglie in lista d’attesa sono circa 16 mila, anche se avere un numero preciso è impossibile: ogni Comune ha una propria graduatoria e non esiste un database regionale.
«Solo nel capoluogo – racconta Simone Pensato, segretario del Sindacato inquilini casa e territorio sia di Torino che del Piemonte – l’ultimo bando ha raccolto 12 mila domande, senza contare chi fa richiesta straordinaria per emergenza abitativa, come in caso di sfratto: ad essere soddisfatte saranno poche centinaia, il turno over è bassissimo. E la situazione non può che peggiorare, visto l’aumento di povertà e longevità». Il punto è semplice (almeno a dirsi): «Il patrimonio di case popolari non soddisfa la domanda. E nemmeno le persone che le abitano: i condomini sono vecchissimi, costruiti in un’epoca molto diversa. Di conseguenza, vediamo tantissimi anziani in case senza ascensore o con barriere architettoniche: ogni mese decine di persone chiedono il cambio».
Il dossier
La Torino dei 70mila alloggi vuoti ha 12.000 famiglie in attesa di casa: affitti saliti del 9,4%
Alessandro Agostinelli vive in sedia a rotelle, da 20 anni abita in un complesso di case popolari nella periferia Nord di Torino: «Questo era il villaggio dei giornalisti tirato su per le Olimpiadi 2006, quindi relativamente giovane». Ma, nonostante questo, «da anni gli ascensori si bloccano e rimangono fermi per settimane, perché magari manca un pezzo e ci mettono tempo a sostituirlo. Un signore di un’altra scala è rimasto chiuso in casa per settimane».
Tra il 2025 e l’inizio di quest’anno sono state 950 le case rimesse nella disponibilità degli amministratori locali in Piemonte, anche attraverso strumenti come l’autorecupero: chi è in graduatoria può ottenere un appartamento in cambio di lavori di manutenzione fino a 10 mila euro, poi scalati dai canoni. In totale sono 343 le case messe a disposizione con questa modalità, ma solo 30 i contratti di assegnazione fin’ora (più 12 entro agosto).C’è poi il contrasto alle occupazioni abusive, con 215 alloggi recuperati, e il piano “Una famiglia, una casa”: 36 milioni di risorse europee per 1000 nuovi alloggi destinati a giovani genitori.
Per accedere serve la cittadinanza o il permesso di soggiorno, la residenza o l’attività lavorativa nel Comune in cui si fa richiesta, l’assenza di proprietà. Ma i requisiti variano tra le Regioni, che legiferano in autonomia, creando differenze non da poco nel Paese. Cambia il limite massimo di Isee familiare, che va dai 10 mila della Calabria, passando per i 18 del Lazio fino ai 23 mila del Piemonte; ma ci sono diversità anche sull’assegnazione dei punteggi.
La Regione, quindi, detta le regole, la proprietà è dei Comuni, la gestione (o in alcuni casi anche la proprietà stessa) è di 84 agenzie su tutto il territorio, una frammentazione che ha sempre provocato disagi nelle manutenzioni, ma anche una grande difficoltà nella programmazione di investimenti. Guardando ad all’area metropolitana di Torino, circa 500 alloggi gestiti da Atc si trovano in stabili interamente di proprietà pubblica, mentre altri 1.300 convivono con appartamenti privati. Questo significa che, per installare una tenda da sole esterna o un condizionatore sul balcone di una casa, è necessaria una riunione di condominio.
Fino ad arrivare a casi estremi, come quello che racconta Salvatore Calafiore, da oltre 30 anni presidente di un comitato inquilini a Torino, rappresentante di 320 famiglie in un gruppo di case che ha 70 anni: «Siamo stati transennati per 15 anni perché cadevano i piastrelloni dalle facciate. Comune e Atc non si mettevano d’accordo su chi dovesse mettere le risorse». Nel suo complesso vede da tempo immemore appartamenti chiusi per amianto o perché distrutti, ma una famiglia nuova ogni cinque anni.
E il punto è proprio qui. Perché il turnover medio negli immobili pubblici in Italia è dello 0,75%, meno di una famiglia all’anno su 100: significa che le persone continuano a mantenere i requisiti, senza riuscire ad abbandonare la situazione di precarietà in cui vivono. E il problema attraversa in modo democratico l’Italia da Nord a Sud. Le Regioni dove la pressione è più alta sono Campania, Emilia-Romagna, Veneto e Friuli-Venezia Giulia.
La “pressione” è un indicatore creato misurando quante famiglie in lista d’attesa possono teoricamente essere soddisfatte ogni anno considerando il turnover medio degli immobili pubblici in Italia: più il valore è basso, maggiore è l’emergenza. Prendiamo il caso della Campania: gli appartamenti totali del patrimonio Erp sono circa 37 mila, le famiglie che ne avrebbero diritto ma non hanno accesso 45 mila, le assegnazioni annue (teoriche) 280; l’indice di pressione è il rapporto tra le assegnazioni annue e i nuclei in attesa.
Qui la manutenzione degli alloggi vuoti rischia di non cambiare le sorti dell’emergenza, trattandosi solo del 2,7% del totale. La Lombardia, invece, conta quasi 144 mila immobili disponibili, con 60 mila famiglie in lista d’attesa; ma visto il turn over così basso, ogni anno vengono soddisfatte, in media, meno di 2 famiglie su 100.
Rimane ovunque il paradosso di tutte quelle case che potrebbero essere utilizzate ma sono fatiscenti, vecchie, piene di amianto: in Veneto si parla del 21,6% del patrimonio, in Molise del 17%. Lo vede con i suoi occhi tutti i giorni Giuseppe Deiacovo, inquilino da 45 anni di un alloggio popolare a Settimo, nella prima periferia di Torino: “Sono vent’anni che non vedo una famiglia nuova. D’altronde, ci sono 60 alloggi vuoti su 280 e né Atc né il Comune hanno i fondi per ripristinarli. Ma servirebbero anche altri lavori: gli ascensori non sono a norma, il tetto vecchio fa entrare l’acqua negli alloggi, i citofoni sono tutti da sostituire”.
Sugli appartamenti sfitti il Piano casa intende investire 970 milioni di euro da qua al 2030 (circa 15 mila euro ad appartamento), destinati agli enti gestori dell’edilizia pubblica attraverso avvisi pubblici organizzati da Invitalia. Le risorse possono essere utilizzate per ridurre i canoni calmierati e il recupero e la riconversione di immobili, mentre il Commissario straordinario Felice Squitieri dovrà attuare il piano dopo aver definito gli interventi insieme agli Enti che gestiscono gli alloggi popolari. Qui, la frammentazione tra Regione-Comune e Agenzia fa sì che non esista ancora, ad oggi, un’analisi precisa della situazione degli alloggi sui territori e, di conseguenza, dei progetti di recupero.
«Gli enti gestori vanno efficientati – conclude Pensato -, perché è vero che hanno risorse basse, ma ci sono grosse criticità nella gestione: poca trasparenza, ritardi, spese che vengono addebitate senza un motivo apparente. Questo non responsabilizza l’affittuario, e provoca la morosità». Lo racconta anche Agostinelli: «Sono arrivati conguagli per il riscaldamento da 2 mila euro a famiglia. Ma noi non sappiamo quanto consumiamo, non c’è un contatore per alloggio e non ci danno i conguagli».
Lo ammette lo stesso vicepresidente della Regione, Marrone: «La legge sulle case popolari in Piemonte, fatta nel 2010, va cambiata»: «Bisogna favorire l’acquisizione della proprietà da parte degli inquilini in blocchi omogenei così da finanziare nuove case popolari e uscire dal modello delle “assegnazioni eterne”, superare la frammentazione comunale dei bandi che rallenta le assegnazioni a macchia di leopardo, rafforzare i poteri disciplinari delle Atc per allontanare chi intende trasformare le palazzine popolari in ghetti con reiterati vandalismi e molestie agli altri inquilini onesti».
Ma anche «intervenire sulla natura giuridica delle Agenzie per efficientarle e farle accedere a nuovi canali aggiuntivi di finanziamenti. E urge coinvolgere le associazioni di proprietari nelle politiche di sostegno alla locazione per renderle davvero efficaci. Facendo infine tesoro sulle sperimentazioni avviate per far tornare competitiva nei bandi quella fascia di italiani a basso reddito che però lavora, destinataria originaria delle case popolari oggi più penalizzata, anche per garantire alle Atc un flusso di canoni adeguato a finanziare le manutenzioni».
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Giulia Ricci
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