Ha aspettato il giardiniere per riuscire a entrare al Picco. Non un dirigente dello Spezia, non qualcuno del club che lo accompagnasse alla scoperta della sua nuova casa, ma il custode del terreno di gioco, l’unica persona trovata davanti allo stadio in un pomeriggio di inizio estate. José Antonio Gomez Marquez, per tutti Joselito, era arrivato in città da pochi giorni, non aveva ancora sostenuto le visite mediche né firmato il contratto, ma una cosa voleva farla prima di ogni altra: vedere il campo in cui avrebbe giocato. “Sono arrivato il giovedì, fino a domenica non avrei potuto fare le visite, quindi con il mio avvocato siamo andati al Picco ma non c’era nessuno. Ho trovato il giardiniere, gli ho chiesto di aprirmi e mi ha fatto vedere il campo, bellissimo”, racconta sorridendo il centrocampista spagnolo classe 2004, arrivato a titolo definitivo dal Perugia dopo due stagioni di crescita in Umbria. Un aneddoto che racconta bene il personaggio: curioso, spontaneo e desideroso di immergersi fin da subito nella realtà che aveva scelto.
Perché lo Spezia, in fondo, Joselito lo aveva scelto ancora prima di conoscere la città. “Il primo impatto con il mondo Spezia è stato bellissimo. Sapevo fosse una grandissima piazza, quando è arrivata la proposta sono stato molto contento”, spiega dal ritiro di Pontremoli. Un entusiasmo nato anche dai racconti ricevuti sulla passione della tifoseria, una dimensione che gli ricorda da vicino quella della sua Andalusia. “Io vengo da Huelva, il Recreativo è la squadra del mio paese e stanno vivendo un momento difficile, sono scesi in D ma sono una piazza straordinaria in cui si vede la passione per il calcio. A Spezia mi hanno parlato molto bene di questo e quando sono arrivato volevo vedere lo stadio”. Da qui quella passeggiata fino al Picco, conclusa grazie alla disponibilità del giardiniere e diventata il suo primo ricordo spezzino ancora prima dell’ufficialità.
Se la piazza ha avuto il suo peso, ancora di più lo ha avuto Marco Turati. Fin dai primi colloqui il tecnico gli ha trasmesso un’idea di calcio nella quale Joselito si è riconosciuto immediatamente. “Sono uno spagnolo, ci piace la personalità, giocare con la palla, e mi trovo molto bene con mister Turati perché ha uno stile di gioco molto spagnolo, mi piace”. Dopo tre anni trascorsi in Italia, tra Verona e Perugia, il centrocampista sentiva il bisogno di ritrovare una filosofia più vicina alle proprie caratteristiche, senza rinunciare a quanto imparato nel calcio italiano. Peraltro, l’impatto con il nostro Paese, infatti, non è stato semplice. “I primi mesi in Italia sono stati complicati per la lingua, ma alla fine l’italiano non è così diverso dallo spagnolo e studiando mi sono ambientato anche perché o imparavo la lingua o rimanevo da solo”. Una difficoltà superata rapidamente, seguita poi da quella tattica e fisica. “In Italia c’è più tattica e fisico che in Spagna, le differenze sostanziali sono queste, ma sono venuto a Spezia anche perché so che mister Turati vuole un tipo di gioco più vicino a quello spagnolo”. Un percorso di crescita che sente ancora lontano dall’essere concluso. “C’è sempre da migliorare, ogni giorno c’è qualcosa di nuovo da imparare. Il primo anno in Italia fisicamente ero indietro, ora ho messo un po’ più di chili, ma sto lavorando sulla posizione del corpo in campo, una cosa su cui il mister mi dà tanti consigli”.
Personalità è una parola che ricorre spesso nel suo modo di raccontarsi. Non solo perché rappresenta una caratteristica del suo gioco, ma perché è il modo in cui interpreta il ruolo di centrocampista. “Sono un giocatore di personalità e con tanta tecnica, mi piace molto combinare con i ragazzi per avere sempre il pallone. Con sacrificio e imparando ciò che mi chiede il mister possiamo fare un grande anno”. Un’identità che proverà a mettere al servizio di uno Spezia profondamente rinnovato, con tanti volti nuovi arrivati proprio dal girone A di Serie C. “Abbiamo parlato un po’ perché siamo tanti ragazzi nuovi che hanno giocato il girone A di Serie C. Abbiamo discusso delle differenze, ma in ogni caso dobbiamo fare il nostro campionato e pensare solo a noi”. C’è poi un altro concetto che ritorna spesso durante la conversazione: fiducia. È quella che sente di aver ricevuto dal club e dall’allenatore, uno degli aspetti che lo hanno convinto definitivamente a sposare il progetto bianco. “La fiducia per me è importantissima. Quando hai fiducia puoi dare cose che nemmeno sai di avere. Sentire questa cosa mi ha spinto tantissimo a venire allo Spezia”.
Dietro al sorriso c’è però anche una storia personale che emerge quando gli viene chiesto dell’esultanza. “È legata ai miei tatuaggi per i miei nonni. Sono scomparsi quando sono arrivato in Italia, a Verona, e ogni volta che esulto è una dedica a loro”. Un gesto che accompagna ogni gol e che custodisce un ricordo intimo, nato proprio nel momento in cui aveva lasciato la Spagna per inseguire il sogno del calcio professionistico. Sogno che, però, Joselito affronta con un approccio quasi maniacale, scherzandoci sopra. “Qualcuno mi dice che sono noioso, ma sono andato via di casa a sedici anni: il calcio è un sogno, una passione ma è anche il mio lavoro. Finito allenamento vado a casa e sono fissato con il recupero: riposo, crioterapia, fisioterapia. Poi chiaro che mi piace fare due passi in giro, stare con i miei compagni, la mia famiglia. Ma sono molto normale”, racconta sorridendo.
Una prima settimana da incorniciare, quella di Joselito allo Spezia, conclusa con la finale del Mondiale seguita proprio in ritiro a Pontremoli, festeggiando la sua Spagna campione del mondo. “L’ho vista in camera con i ragazzi e a fine secondo tempo mi sono ritrovato con il secondo mister, Spinelli, che è argentino. Abbiamo giocato una partita bellissima, sono molto contento che siamo diventati campioni del mondo. E quel gioco lo ritrovo anche nel mister”, prosegue, prima di concludere con un messaggio ai tifosi: “Ai tifosi dico di rimanere uniti, perché insieme possiamo fare grandi cose”.
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Niccolò Pasta
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