Che avrebbe monopolizzato la serata di apertura del Magna Grecia Film Festival con la sua presenza era un facilmente immaginabile. A non esserlo era fino a quanto i deliri delle fan scatenate potessero spingersi, che è stato un po’ una sorpresa.
L’arrivo di Can Yaman all’apertura della 23esima edizione del Magna Grecia Film Festival è stata quella delle grandi occasioni, come una star di tutto rispetto richiede. L’area del Lungomare di Soverato è stata affollata come non mai, con gente al di qua e al di là delle transenne, in attesa a lungo di poter avvicinare gli ospiti della serata, soprattutto l’attore turco. Condotta dall’ormai consolidato sodalizio formato da Carolina Di Domenico e Marco Maccarini, la serata ha subito preso il largo facendo salire sul palco il patron del festival e suo ideatore insieme al fratello Alessandro, Gianvito Casadonte.
Per il suo secondo anno di ritorno nella location che l’ha visto nascere, Soverato, il Magna Grecia Film Festival, come ha ricordato Casadonte, proporrà come sempre proiezioni e incontri con personaggi anche al di là del mondo cinematografico, confermando la kermesse come un grande contenitore che vuole proporre un modo “altro” di raccontare la Calabria, capace di ospitare manifestazioni di questa portata.
Dopo i saluti di rito del sindaco di Soverato Daniele Vacca i saluti del professore Massimo Osanna, capo dipartimento del Ministero della Cultura, e la consegna dell’Ippocampo d’oro a Leonardo Metalli, del quale in serata era stato proiettato il documentario “Mister TV: SUPER Pippo Baudo Story”, è stato il turno del Magna Graecia Sport, con conduttori d’eccezione Massimo Mauro e Tommaso Labate. Ospite di questo primo incontro è stato il direttore sportivo dell’Inter Piero Ausilio. Anche chi non mastica di calcio ha potuto apprezzare la chiacchierata amichevole, piuttosto leggera e fresca, che Labate e Mauro sono riusciti a portare a casa pur trovandosi di fronte ad un personaggio chiave del calcio italiano: tra una battuta di Mauro che proponeva una valutazione, seria, del difensore giallorosso Favasulli da portare nella rosa dell’Inter, si è parlato di campionato, dell’arrivo di Thuram e Bisseck nei Nerazzurri, tra citazioni da “L’allenatore nel pallone” e un passaggio su Pirlo e su Maldini jr.
Chiusa la parentesi calcio, l’attenzione della prima serata del Magna Graecia Film Festival è stata catalizzata da Fotini Peluso, “ambassador” – madrina – del festival: la giovane attrice ha mostrato una notevole emozione, pur avendo una già intensa carriera sia nel mondo del cinema che in quello del teatro. Peluso ha voluto salutare il pubblico con una citazione dall’Epitaffio di Pericle agli Ateniesi, tramandato da Tucidide: “Amiamo il bello con semplicità e coltiviamo il sapere senza debolezza”, un momento veramente molto significativo ma forse insolito per il Magna Grecia, fatto più di red carpet e mondi patinati.
La serata poi si è tutta concentrata sull’arrivo del “nostro” Sandokan, anticipato da un video introduttivo sulle varie esperienze cinematografiche dell’attore turco, seguito da pillole tratte dallo sceneggiato televisivo della Rai dedicato al personaggio nato dalla penna di Salgari. L’incontro, guidato da Antonio Capellupo, ha voluto ed è riuscito a restituire un profilo più professionale di Yaman – parla cinque lingue, è laureato in Giurisprudenza -, lontano dalle cronache e dal gossip che invece lo vedono spesso al centro dei rotocalchi.
«Mi è sempre piaciuto leggere e studiare, grazie a mia madre – ha raccontato -. Mio padre mi aveva detto: “Prima studia giurisprudenza, ti plasmi e poi sei libero di scegliere quello che ti pare”». L’incontro si è incentrato proprio sulla produzione di Sandokan, con particolare riferimento al periodo vissuto in Calabria, dove Yaman è stato per cinque settimane per girare alcune scene dello sceneggiato ambientato in Malesia.
«Ero venuto una volta in Calabria, avevo un’infarinatura del territorio che mi è sembrato da subito una scelta ottima perché ci ha permesso di catturare tutte queste immagini stupende che sembrano comunque malesi. Non solo Calabria, ma tutta l’Italia secondo me è stata sorprendente: abbiamo fatto certe scene anche fuori Roma in un posto che sembra esotico e questa è sempre un po’ magia della regia, un po’ anche la genialità della produzione che hanno saputo ottimizzare il budget e il periodo in cui dovevamo girare e sfruttare la bellezza di una regione e di un Paese».
«Ho dovuto perdere 10 kg in un mese circa – ha raccontato in merito al personaggio Sandokan – all’inizio mi era sembrata una richiesta strana, ma mi sono reso conto che per tutte le scene di fighting, a cavallo, di danza, era necessario. Avevo già avuto molto tempo per prepararmi, addirittura cinque anni, per studiare, leggere i libri, migliorare il mio italiano vedere i film, pensare, contemplare, riflettere su questo personaggio che comincia come un semplice pirata, come Robin Hood, poi diventa anche un po’ come Gesù, perché avendo sofferto tanto tornava a salvare un popolo».
Ricordando il progetto internazionale della serie tv targata Rai, che prevede altre stagioni di Sandokan, si è chiuso il “momento” Can Yaman, in maniera ufficiale ma non nei fatti: mentre l’attore turco è sceso dal retro del palco, alcune persone, nonostante la serata non fosse finita e i conduttori fossero sul palco ad introdurre il momento successivo previsto in scaletta, alcune fan si sono addirittura permesse di salire sul palco cercando di avvicinare l’attore.
È stato un momento gestito bene, bisogna dirlo, ma di rara maleducazione: non appena Can Yaman ha lasciato il palco, un’intera sezione del parterre, le prime file, autorità comprese, da prassi poco elegante ma ben consolidata nelle 23 edizioni del Festival, hanno ben pensato di alzarsi tutti insieme e proseguire probabilmente la serata altrove. Questo ha in qualche modo fatto sentire autorizzate persone del pubblico, ma non solo, a sostare davanti al palco mentre ancora la serata stava proseguendo.
Immagine meno edificante del momento è stato il continuo movimento di persone nei pressi del palco quando Carolina Di Domenico e Marco Maccarini hanno accolto ai piedi del palco, vista la gradinata, i protagonisti Federico Richard Villa, Andrea Montovoli e Ivana Lotito, e Saverio Smeriglio, regista del film “Lo chiamava Rock ‘n Roll” che di lì a poco sarebbe stato proiettato, nonostante più volte la conduttrice della serata abbia ricordato più volte che c’erano delle persone ospiti davanti al parterre e che proprio in rispetto loro bisognava mantenere un certo decoro.
Allontanati dal parterre i non interessati, la serata – disturbata inizialmente dalle urla delle orde in attesa di qualsivoglia movimento di Yaman nell’angolo Magna Graecia Food Fest – è potuta procedere con la proiezione forse di un film tra i più delicati e originali degli ultimi periodi, “Lo chiamava Rock ‘n Roll”, un’opera che non racconta direttamente la disabilità, ma la sceglie come caratteristica, come parte della normalità. Una opzione narrativa sicuramente innovativa, laddove la cinematografia, ma anche, forse un po’ di meno, la televisione, l’ha sempre trattata come argomento di approfondimento e non come aspetto molto spesso comune della vita.
“Lo chiamava Rock ‘n Roll” è un racconto soprattutto di amicizia, di libertà, di affetti, che vale davvero la pena vedere. Ma, al solito, il parterre che ha voluto vederlo, era metà.
Per la serata di stasera, tra gli altri momenti in scaletta, è prevista un’altra grande ospite, Valeria Golino, attrice e ultimamente anche regista, che parlerà de “La gioia” di Nicolangelo Gelormini, insieme a Francesco Colella. L’ospite della seconda conversazione d’autore sarà invece l’attore Marco D’Amore.
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Clara Varano
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