Da Intel alle terre rare: il portafoglio da 27 miliardi dell’amministrazione Trump è un rebus


Tra gli altri investimenti figurano 400 milioni di dollari destinati alla società mineraria di terre rare MP Materials, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina nelle catene di approvvigionamento dei magneti; la cosiddetta “golden share” mantenuta dal governo in U.S. Steel come condizione per la sua vendita alla giapponese Nippon Steel; e una serie di partecipazioni in società attive nel settore del calcolo quantistico.

Tuttavia, a fronte di questa intensa attività di investimento, chi teme gli effetti distorsivi dell’intervento pubblico nell’economia – e le possibili implicazioni legate alle operazioni finanziarie del presidente Donald Trump – potrebbe aspettarsi un elevato livello di trasparenza. In realtà, il portafoglio di partecipazioni del governo non è consultabile in alcun archivio centralizzato.

Non esiste infatti un registro consolidato delle partecipazioni detenute dallo Stato: le quote risultano distribuite tra almeno quattro agenzie federali. Diciassette operazioni fanno capo al Dipartimento del Commercio, sette al Dipartimento della Difesa, sei alla Development Finance Corporation (DFC) e due al Dipartimento dell’Energia. Tra queste, soltanto la DFC dispone di una chiara autorizzazione legislativa a detenere partecipazioni azionarie, in base a un quadro normativo approvato dal Congresso nel 2018 per sostenere investimenti nei Paesi in via di sviluppo.

La Casa Bianca non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di Fortune. Un portavoce del Dipartimento del Tesoro ha spiegato che le diverse agenzie rendicontano le partecipazioni azionarie “in modi differenti”, a seconda della base giuridica che autorizza ciascun investimento.

Alcune delle cosiddette “partecipazioni” sono accordi già sottoscritti, mentre altre – comprese nove operazioni nel settore del calcolo quantistico annunciate dal Dipartimento del Commercio nell’arco di una sola settimana – risultano ancora meno definite, avvicinandosi più a semplici term sheet che a investimenti effettivamente perfezionati. La ricostruzione pubblica più completa del portafoglio federale è oggi mantenuta dal Council on Foreign Relations, un think tank statunitense.

“Gli accordi annunciati finora rappresentano solo la punta dell’iceberg”, ha dichiarato a Fortune Jonathan Hillman, senior fellow del Council on Foreign Relations e responsabile del monitoraggio di queste operazioni. “La vera sfida sarà capire se Washington riuscirà a costruire un sistema capace di gestire efficacemente, nel lungo periodo, un portafoglio di investimenti in continua crescita.”

La partecipazione meglio documentata è anche la più rilevante: quella in Intel. Nei documenti depositati dalla società nell’agosto 2025 presso la SEC, viene identificato chiaramente l’azionista: il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, controparte di un “Warrant and Common Stock Agreement” relativo a 433,3 milioni di azioni acquistate a 20,47 dollari ciascuna. Si tratta di una partecipazione puramente passiva: il governo non dispone di un posto nel consiglio di amministrazione né di diritti informativi particolari e si è impegnato a votare in linea con le raccomandazioni del board di Intel nella maggior parte delle deliberazioni.

Alcuni aspetti dell’operazione, tuttavia, appaiono insoliti. Circa due terzi delle azioni sono stati trasferiti al Dipartimento del Commercio al momento della chiusura dell’accordo; il restante terzo è stato depositato in escrow e verrà rilasciato soltanto al raggiungimento di specifici obiettivi previsti nell’ambito di un programma del Pentagono dedicato ai semiconduttori. Di conseguenza, una parte della principale partecipazione del governo non è ancora formalmente nelle sue mani.

Inoltre, sono state eliminate le clausole di claw-back e di condivisione degli utili che accompagnavano il precedente contributo da 2,2 miliardi di dollari concesso a Intel attraverso il CHIPS Act. I contributi pubblici tradizionali prevedono normalmente condizioni e vincoli che queste nuove partecipazioni azionarie, invece, non impongono.

Un ulteriore elemento ha attirato l’attenzione. Le dichiarazioni patrimoniali previste dalle norme etiche hanno rivelato che alcuni conti intestati personalmente al presidente Trump hanno iniziato ad acquistare azioni Intel nel mese di marzo, diversi mesi dopo che l’ingresso dell’amministrazione nel capitale della società aveva fatto impennare il titolo in Borsa. Non è stata formulata alcuna accusa di insider trading e la Casa Bianca sostiene che il patrimonio del presidente sia amministrato tramite un trust gestito dai suoi figli. Tuttavia, il mantenimento di consistenti investimenti personali da parte di Trump rappresenta un caso senza precedenti nella presidenza americana contemporanea.

Per quanto riguarda le partecipazioni detenute in società non quotate – come Vulcan Elements, xLight e altre – non esistono invece documenti pubblici depositati presso la SEC che consentano di ricostruire tali investimenti.

Anche quando le partecipazioni sono note, seguirne il valore economico resta complicato. Le regole del bilancio federale, pensate principalmente per sovvenzioni e prestiti, registrano l’acquisto di azioni semplicemente come un’uscita di denaro, senza prevedere meccanismi efficaci per contabilizzare gli eventuali guadagni successivi. È quanto emerge da una ricerca di William Henagan, fellow del Council on Foreign Relations. Di conseguenza, l’aumento di valore della partecipazione in Intel, passata da 8,9 miliardi a 42 miliardi di dollari, non compare in alcun documento ufficiale di bilancio.

La Development Finance Corporation, istituita dal Congresso nel 2018 proprio per effettuare investimenti azionari all’estero, rappresenta un’eccezione. Tuttavia, il quadro normativo che la disciplina è molto specifico: era stato concepito per finanziare infrastrutture come porti nei Paesi in via di sviluppo. Oggi, paradossalmente, costituisce il modello giuridico più vicino a disposizione di Washington per detenere partecipazioni in produttori di semiconduttori.

Un portavoce della DFC ha dichiarato a Fortune che l’agenzia contabilizza le proprie partecipazioni come attività di investimento e ne gestisce la proprietà caso per caso.

Gli Stati Uniti hanno già detenuto in passato partecipazioni societarie su larga scala, ma in un contesto caratterizzato da una forte supervisione istituzionale. Il Troubled Asset Relief Program (TARP), il fondo da 700 miliardi di dollari creato dal Congresso nell’ottobre 2008 durante la crisi finanziaria, prevedeva infatti un ispettore generale speciale incaricato di presentare relazioni trimestrali al Congresso, un comitato parlamentare di vigilanza e verifiche periodiche da parte del Government Accountability Office (GAO).

Eppure, persino quel sistema fu giudicato insufficiente. Nel 2009 lo stesso ispettore generale del programma dichiarò al Congresso che i contribuenti non disponevano di informazioni adeguate su come i beneficiari stessero utilizzando i fondi ricevuti.

L’attuale portafoglio di partecipazioni del governo federale non dispone di alcun meccanismo di controllo paragonabile. L’amministrazione, dal canto suo, non ha mai sostenuto il contrario e ha anzi lasciato intendere che queste partecipazioni rappresentino soltanto l’inizio di un progetto più ampio.

“È come un acconto per la creazione di un fondo sovrano, come quelli di cui dispongono molti altri Paesi”, ha dichiarato a CNBC Kevin Hassett, direttore del National Economic Council, dopo l’annuncio dell’accordo con Intel.

L’articolo originale è su Fortune.com


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 Eva Roytburg

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