Quando si parla di regime forfettario, il dibattito pubblico si concentra quasi sempre sullo stesso target: i professionisti che in autunno iniziano a contare le fatture per non superare la soglia degli 85.000 euro e uscire dalla flat tax. È una fetta di partite IVA che esiste, ma che rappresenta una categoria statisticamente marginale: appena 81.077 partite IVA, il 4% del totale.
La fotografia scattata dalla Corte dei conti nella Relazione sul rendiconto di fine giugno, infatti, dimostra che su 2.027.665 forfettari, quasi la metà – 936.000 persone, il 46% – dichiara ricavi sotto i 20.000 euro l’anno, l’equivalente di 1.667 euro al mese. Tra questi, circa 72.000 hanno indicato ricavi pari a zero nelle dichiarazioni dei redditi 2025. Ecco allora come si distribuiscono davvero i quasi due milioni di forfettari italiani, fascia per fascia, e cosa cambia concretamente a seconda di dove ci si colloca.

Sotto i 20.000 euro: il problema non è la soglia, è la pensione
Per quasi un forfettario su due il problema non è come evitare di sforare il tetto che consente di permanere nel regime agevolato, ma la copertura previdenziale. Sotto i 20.000 euro di fatturato, il versamento contributivo resta spesso sotto il minimale INPS e l’anno di attività rischia di non essere accreditato per intero ai fini pensionistici.
Per chi opera come artigiano o commerciante la questione pesa ancora di più: i contributi fissi dovuti superano i 4.500 euro l’anno a prescindere dal fatturato. Su ricavi di 15.000 euro, significa destinare circa un terzo dell’incasso solo alla previdenza, prima ancora di calcolare l’imposta sostitutiva.
Chi rientra in questa fascia – dipendenti che si mettono in proprio, giovani alle prime esperienze, pensionati con un’attività collaterale – dovrebbe quindi valutare con attenzione l’impatto sulla propria posizione contributiva, non solo il vantaggio fiscale immediato dell’aliquota al 15% (o al 5% per le nuove attività).
Per verificare il proprio carico fiscale, è possibile consultare il nostro calcolatore delle imposte.
Tra 20.000 e 50.000 euro: qui decide il coefficiente ATECO
La fascia tra i 20.000 e i 50.000 euro di ricavi è la più nutrita, rappresentata da oltre 700.000 forfettari, il 36% del totale. Una platea relativamente stabile, visto che fino al 2022 il tetto massimo del regime era proprio 65.000 euro.
Per chi si trova in questo target, la variabile che pesa di più non è la soglia, ma il coefficiente di redditività legato al codice ATECO: a parità di incassi, l’imponibile su cui si calcola l’imposta può cambiare radicalmente, dal 40% all’86% del fatturato, a seconda dell’attività svolta. Il risultato è che due professionisti con lo stesso fatturato possono pagare imposte molto diverse.
Tra 50.000 e 80.000 euro: i candidati naturali al superamento
Nella fascia tra i 50.000 e gli 80.000 di fatturato si trovano 276.758 forfettari, il 14% del totale. Sono, in un certo senso, i veri beneficiari dell’innalzamento della soglia da 65.000 a 85.000 euro deciso nel 2023: molti di loro erano già nel regime forfettario prima della modifica e vi sono rimasti solo grazie all’ampliamento del limite, senza aver cambiato nulla nella propria attività.
Non a caso, secondo la Corte dei conti, proprio la concentrazione di soggetti già forfettari appena sotto la vecchia soglia dei 65.000 euro è il principale fattore che ha reso il costo della riforma superiore alle previsioni iniziali. Chi si muove in questa fascia è quindi il candidato più realistico a un superamento della soglia nei prossimi anni e dovrebbe iniziare a monitorare l’andamento del fatturato con qualche mese di anticipo.
Oltre 80.000 euro: la decisione è già sul tavolo
Restano, infine, gli 81.077 forfettari che dichiarano ricavi tra 80.000 e 85.000 euro, il 4% del totale, quelli davvero a ridosso del tetto. Per loro questo significa valutare, fattura dopo fattura, se conviene rallentare per restare nel regime agevolato oppure accettare il passaggio al regime ordinario (che scatta comunque in modo retroattivo in caso di sforamento dei 100.000 euro).
Chi sono davvero i forfettari: la mappa per settori
Oltre alla distribuzione per fasce di ricavo, la Corte dei conti fornisce per la prima volta i venti settori con il maggior numero di aderenti al regime, ciascuno con il proprio codice ATECO:
- avvocati (ATECO 691010), 154.828 (7,4%);
- consulenza aziendale (ATECO 702209), 74.462 (3,6%);
- psicologi (ATECO 869030), 72.721 (3,5%);
- architetti (ATECO 711100), 69.790 (3,4%);
- paramedici indipendenti (ATECO 869029), 66.304 (3,2%);
- altre professioni (ATECO 749099), 62.166 (3%);
- parrucchieri (ATECO 960201), 56.598 (2,7%);
- muratori (ATECO 433901), 49.811 (2,4%);
- medici (ATECO 862100), 47.241 (2,3%);
- ingegneri (ATECO 711210), 47.218 (2,3%);
- geometri (ATECO 711230), 42.889 (2,1%);
- supporto alle imprese (ATECO 829999), 42.739 (2,1%);
- servizi alla persona (ATECO 960909), 41.769 (2%);
- fisioterapisti (ATECO 869021), 28.725 (1,4%);
- corsi sportivi (ATECO 855100), 26.698 (1,3%);
- procacciatori d’affari (ATECO 461902), 22.593 (1,1%);
- fotografi (ATECO 742019), 22.388 (1,1%);
- consulenti informatici (ATECO 620200), 21.883 (1%);
- estetisti (ATECO 960202), 20.560 (1%).
Per trovare il proprio codice ATECO, è possibile usare il nostro apposito strumento.
Colpisce, in particolare, il peso dei professionisti: sette forfettari su cento sono avvocati, dieci lavorano nel settore tecnico-edilizio (tra cui tre architetti) e altri dieci nei servizi di sanità privata (tra cui quattro psicologi). Un identikit ben diverso da quello, più diffuso nel dibattito pubblico, del piccolo artigiano o del commerciante al dettaglio.
Da segnalare anche il caso di barbieri, parrucchieri (56.598) ed estetiste (20.560): trattandosi di attività rivolte al consumatore finale e non soggette a IVA, godono di un vantaggio competitivo diretto rispetto ai concorrenti in regime ordinario, potendo scegliere se abbassare i prezzi o trattenere un margine più alto.
Le domande ancora aperte
La Corte dei conti segnala anche i limiti dei dati oggi disponibili: mancano analisi sistematiche che confrontino il gettito effettivamente incassato con quello che si sarebbe generato senza il regime forfettario. In altre parole, non è possibile stabilire con certezza se la flat tax abbia fatto emergere una base imponibile prima sommersa o se abbia semplicemente spinto alcuni contribuenti verso comportamenti specifici (dalla sottofatturazione alla scelta di operare come liberi professionisti individuali anziché in studi associati). Un interrogativo che riguarda da vicino categorie molto rappresentate nel regime, come avvocati, architetti e geometri, per i quali sarebbe interessante capire quanti operano effettivamente in monocommittenza o quasi, con un unico studio o cliente di riferimento.
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Ivana Zimbone
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