Molti noduli vengono scoperti per caso durante una TAC. Solo una parte è maligna, ma distinguerli in tempo è fondamentale. Ecco cosa dicono oggi la ricerca e le linee guida.
Per milioni di italiani Franco Baresi è stato molto più di un campione. Capitano del Milan per quindici anni, simbolo della Nazionale e uno dei più grandi difensori della storia del calcio. La sua scomparsa, arrivata dopo una malattia iniziata con la scoperta di una nodulazione polmonare durante controlli di routine, ha suscitato profonda commozione. Il Milan aveva comunicato nel 2025 che l’ex capitano era stato sottoposto con successo a un intervento chirurgico mini-invasivo per l’asportazione del nodulo e che avrebbe poi affrontato un trattamento di consolidamento con immunoterapia. Non sono invece state diffuse informazioni ufficiali che colleghino direttamente la causa del decesso alla nodulazione polmonare. La vicenda, però, offre l’occasione per parlare di una diagnosi che ogni anno riguarda migliaia di persone e che genera inevitabilmente paura. Ma è bene sapere che leggere su un referto la dicitura “nodulo polmonare” non significa automaticamente avere un tumore. Anzi, nella maggior parte dei casi non è così. La vera sfida della medicina consiste nel capire rapidamente quali lesioni siano innocue e quali, invece, rappresentino il primo segnale di una neoplasia. Un nodulo polmonare è una piccola formazione tondeggiante visibile all’interno del polmone mediante radiografia o, più spesso, tomografia computerizzata (TAC). Per definizione misura meno di tre centimetri; oltre questa soglia si parla di massa polmonare, una situazione che richiede un iter diagnostico diverso.
Natura e diffusione dei noduli polmonari
Negli ultimi vent’anni il numero di noduli individuati è aumentato enormemente. Non perché la popolazione si ammali di più, ma perché gli esami radiologici sono diventati molto più sensibili. Oggi una TAC eseguita per altri motivi, come un controllo cardiologico, un trauma toracico o un follow-up post-operatorio, può individuare lesioni di pochi millimetri che fino a qualche anno fa sarebbero rimaste invisibili. La buona notizia è che la maggioranza dei noduli polmonari è benigna. Possono essere l’esito di vecchie infezioni, di processi infiammatori, di cicatrici lasciate da polmoniti o da malattie granulomatose. Solo una parte rappresenta un tumore primitivo del polmone o una metastasi proveniente da altri organi. Per questo motivo il semplice riscontro radiologico non basta per formulare una diagnosi. Gli specialisti valutano contemporaneamente numerosi elementi: le dimensioni, la forma, i margini, l’eventuale crescita nel tempo, l’età del paziente, la storia di fumo, l’esposizione professionale ad agenti cancerogeni come amianto o radon e la presenza di altri fattori di rischio. È la combinazione di tutti questi dati che permette di stimare la probabilità di malignità. Molto spesso il paziente non avverte alcun sintomo. È proprio questo uno degli aspetti più insidiosi. Il nodulo polmonareè frequentemente una scoperta occasionale, quando la malattia – se presente – è ancora in una fase iniziale. Ed è proprio questa diagnosi precoce a cambiare radicalmente le prospettive terapeutiche.
Dalla TAC alla biopsia: come si arriva alla diagnosi e quali cure sono oggi disponibili
Quando un nodulo viene identificato, il percorso non è uguale per tutti. Se appare molto piccolo e presenta caratteristiche rassicuranti, il medico può limitarsi a programmare controlli periodici con TAC a intervalli stabiliti. L’obiettivo è verificare se rimanga stabile oppure mostri una crescita sospetta. Quando invece il rischio di malignità è più elevato entrano in gioco esami di secondo livello. La PET-TAC permette di valutare l’attività metabolica della lesione, mentre la biopsia, effettuata mediante ago sotto guida TAC oppure con broncoscopia, consente di ottenere il tessuto necessario per la diagnosi istologica. Negli ultimi anni anche il trattamento è profondamente cambiato. Se il tumore viene individuato precocemente, la chirurgia mini-invasiva rappresenta spesso la terapia di scelta e permette, in molti casi, di preservare una parte importante del polmone. Accanto all’intervento sono arrivate le immunoterapie, che hanno modificato la storia naturale di numerosi tumori polmonari. Oggi questi farmaci non vengono utilizzati soltanto nelle forme metastatiche. Sempre più studi hanno dimostrato il beneficio dell’immunoterapia adiuvante, cioè somministrata dopo l’intervento chirurgico per ridurre il rischio di recidiva, oppure in alcuni casi anche prima dell’operazione in associazione alla chemioterapia. È proprio questo il percorso terapeutico che il Milan aveva annunciato per Franco Baresi dopo l’intervento chirurgico
La vera arma resta la diagnosi precoce: il futuro passa dallo screening
Se c’è una lezione che emerge da questa storia è che un controllo effettuato anche in assenza di sintomi può cambiare completamente il percorso clinico. Il tumore del polmone continua a rappresentare una delle principali cause di morte oncologica, ma è anche una delle neoplasie nelle quali la diagnosi precoce può incidere maggiormente sulla sopravvivenza. Il principale fattore di rischio rimane il fumo di sigaretta, responsabile della maggior parte dei casi, anche se la malattia può svilupparsi pure nei non fumatori. Per questo motivo cresce l’interesse verso i programmi di screening con TAC torace a basse dosi, rivolti alle persone considerate ad alto rischio, in particolare grandi fumatori ed ex fumatori. L’obiettivo non è individuare qualsiasi piccolo nodulo, ma riconoscere quelli realmente pericolosi riducendo al minimo falsi positivi e procedure inutili. In Italia sono in corso programmi sperimentali e la comunità scientifica considera sempre più promettente questa strategia, anche se uno screening nazionale organizzato non è ancora disponibile. Parallelamente, la ricerca sta lavorando a strumenti ancora più sofisticati. Biomarcatori nel sangue, analisi del DNA tumorale circolante e sistemi di intelligenza artificiale applicati alla TAC potrebbero, nei prossimi anni, aiutare i radiologi a distinguere con maggiore precisione i noduli innocui da quelli destinati a trasformarsi in un tumore. È un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico. Fino a pochi anni fa trovare un nodulo significava soprattutto attendere con ansia una diagnosi. Oggi, invece, significa sempre più spesso intercettare una malattia quando è ancora curabile.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Maddalena Bonaccorso
Source link

