«Meglio in contanti», «Il Pos è scarico», «Non c’è connessione Internet». Ormai i piccoli commercianti hanno la battuta del copione pronta. Non solo in Italia, dove accettare i pagamenti elettronici con questo dispositivo è d’obbligo dal 2012, ma anche nel resto d’Europa. Da Berlino alla periferia parigina, passando per Barcellona.
Con gli esercenti attaccati alla scusa evergreen: commissioni troppo alte. Che, guardando da vicino, vengono spartite tra tre attori: le banche che emettono la carta di credito o di debito, il circuito su cui la carta si appoggia e il Pos stesso – dove molto varia a seconda che sia noleggiato o acquistato, e dai costi medi tra i 15 e 30 euro al mese -.
Dove si pagano di più?
Ma dov’è che le commissioni si pagano di più? Con l’1,5% è la Norvegia, Paese dove in media ogni abitante ha usato la carta 595 volte l’anno scorso. Un utilizzo annuo pro capite tra i più elevati al mondo, sottolinea Norges Bank. Dai più recenti dati di Banca d’Italia e Prometeia, poi, ci sono l’1,4% dei Paesi Bassi, l’1,3% della Germania, lo 0,8% del Regno Unito. E l’Italia? Ha tra le commissioni più basse con lo 0,7%, così come Francia e Spagna allo 0,4%.
Secondo un’indagine della Banca centrale europea, inoltre, dal 2018 al 2022 la commissione media netta tra 12 Paesi dell’eurozona (Italia compresa) per le carte di debito è aumentata dallo 0,27% allo 0,44%. Ma quella per le transazioni minime con carta di credito è diminuita di 0,5 punti percentuali.
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Il luogo comune da sfatare, comunque, è che «la commissione pagata dall’esercente non è un ricavo che finisce interamente “in banca” – sottolinea Maurizio Pimpinella, presidente dell’Associazione italiana prestatori servizi di pagamento (Apsp) -. La commissione al merchant si compone tipicamente dei costi industriali di produzione, delle commissioni d’interscambio, degli eventuali costi di noleggio e manutenzione dei terminali Pos e di un mark-up del prestatore che gestisce il rapporto con l’esercente».
Il contante resiste
Un’articolata infrastruttura invisibile che a livello Ue vede tetti dello 0,2% per le carte di debito e prepagate e dello 0,3% per quelle di credito.Nonostante un declino nell’uso a livello globale – dimezzato dal 2023 per il rapporto Global Payments del 2025 di McKinsey -, il contante è un metodo tutt’altro che estinto. Due anni fa Slovenia, Italia, Malta e Austria avevano ancora una quota di pagamenti cash sopra la soglia del 60%. Sotto il 30% c’erano soltanto Finlandia (27%) e Paesi Bassi (22%).
E proprio i consumatori olandesi risultavano quelli che più utilizzano i metodi di pagamento digitali nei punti vendita. Fra l’altro, la Banca dei Paesi Bassi evidenzia come l’ausilio dello smartphone sia lì «più frequente rispetto agli altri Paesi dell’area euro: in quasi un pagamento su cinque. Questa percentuale è doppia rispetto a quella dei consumatori in Finlandia e Irlanda (10%), che si posizionano tra i primi tre Paesi» a riguardo.
Nel frattempo, dai calcoli dell’osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano, nel 2025 i pagamenti digitali in Italia hanno visto un transato totale di 518 miliardi (+7% rispetto all’anno precedente). E sullo sfondo il sorpasso sul contante è realtà. E nelle operazioni con il Pos «ogni euro che transita richiede sistemi antifrode aggiornati in tempo reale, autenticazione forte del cliente e capacità di elaborazione che devono scalare senza mai fermarsi – chiarisce Pimpinella -. È proprio questa l’infrastruttura che la commissione remunera, non un costo accessorio e soprattutto va a vantaggio tanto del consumatore quanto dell’esercente».
La svolta dell’euro digitale
Come rimarca Valeria Portale, direttrice dell’osservatorio, «nel nostro Paese American Express applica fee mediamente più alte, che possono arrivare anche intorno al 2%. Per le carte di credito si attesta generalmente attorno all’1,5%. Per i Bancomat, di norma più economici, circa lo 0,5%».Ecco, sui circuiti, dove la frammentazione delle commissioni proposte regna sovrana, la sfida viene lanciata dall’euro digitale, che diventerà realtà nel 2029.
Con una commissione regolamentata e un massimale fissato per legge. «Per il merchant potrebbe rappresentare un’alternativa più conveniente – afferma Portale -. In teoria, per il cittadino europeo che decidesse di abbandonare la carta a favore dell’euro digitale, invece, potrebbe esserci un risparmio sul canone annuale, che di solito si paga sulla gestione della carta e si aggira attorno ai 30 euro annui».
Un nuovo protocollo in Italia
A metà giugno giugno, in Italia associazioni delle banche e dei fornitori di servizi di pagamento elettronici si sono accordate con le associazioni degli esercenti per provare a ridurre il costo delle commissioni sui pagamenti sotto i 30 euro. Un invito a transazioni «significativamente competitive» per quelli più bassi di 10 euro. Queste offerte sono dedicate a imprese con ricavi annui fino a 400 mila euro.
Le associazioni bancarie sono anche invitate a fornire offerte chiare e trasparenti rispetto ai costi delle transazioni, in modo che gli esercenti possano confrontarle e valutarle. L’accordo comunque non impone condizioni precise sulla riduzione delle commissioni e non è vincolante per le banche, che possono scegliere se aderire.
Pimpinella sostiene che «l’impianto dell’accordo è volto a garantire ulteriore trasparenza e comparabilità dei costi delle transazioni elettroniche a favore dei merchant, standardizzando le tabelle comparative e andando ad allargare la platea dei destinatari dal limite dei 400.000 euro di fatturato annuo della versione 2023, ai 750.000 di quella 2026». I risultati, prosegue, «sono ancora in fase di prima applicazione».
Questo perché «gli operatori stanno adeguando cataloghi commerciali e piattaforme di comparazione sul sito del Cnel. Ad oggi, abbiamo a disposizione i dati rilevati in occasione dell’accordo del 2023 secondo i quali l’impatto del protocollo è stato positivo sia lato merchant sia lato istituti finanziari. Alla base di questo, però, c’è la sempre più diffusa abitudine dei cittadini e dei consumatori italiani ad utilizzare gli strumenti digitali di pagamento».
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Giovanni Turi
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