Punto di svolta storico: perché persino i sostenitori del libero scambio ora chiedono tariffe protezionistiche severe
Elettricità a 1,5 centesimi: le quattro vere ragioni dell’enorme vantaggio competitivo della Cina
Le industrie chiave europee lanciano l’allarme: i concorrenti cinesi stanno inondando il mercato europeo con vantaggi di prezzo fino al 40%, un divario enorme che non può più essere colmato con la tradizionale deregolamentazione o con tagli fiscali interni. Dietro la rapida crescita delle importazioni dall’Estremo Oriente si celano massicci interventi statali sul mercato, che vanno dall’elettricità industriale fortemente sovvenzionata a una valuta artificialmente svalutata. Questa situazione di partenza fortemente distorta ha portato a un ripensamento storico nella politica tedesca ed europea: persino i tradizionali sostenitori del libero scambio ora chiedono una protezione più incisiva per le economie nazionali. Ma la spinta europea verso i dazi protezionistici rimane un pericoloso gioco di equilibri, soprattutto per l’industria automobilistica tedesca, profondamente radicata in Cina e che spesso teme le potenziali ritorsioni di Pechino più della concorrenza sleale stessa.
Il vantaggio competitivo della Cina e i limiti delle contromisure europee: quando la volontà di riformare fallisce a causa di limiti matematici
Dietro i dati sugli scambi commerciali tra l’Unione Europea e la Repubblica Popolare Cinese si cela un dibattito fondamentale in materia di politica economica che va ben oltre le dispute politiche quotidiane. In sostanza, la questione è se le imprese cinesi abbiano più successo perché sono più innovative ed efficienti, o perché lo Stato cinese concede loro vantaggi competitivi che non possono essere compensati con mezzi puramente di mercato. Questa domanda non è affatto accademica, perché la sua risposta determinerà se l’Europa potrà fare affidamento sulle tradizionali politiche basate sulla localizzazione o se le misure di protezionismo strutturale diventeranno inevitabili.
La Federazione delle industrie tedesche (BDI) ha stimato che, negli ultimi due o tre anni, le imprese europee abbiano subito uno svantaggio in termini di costi rispetto ai concorrenti cinesi pari a circa il 40%. Questa enorme differenza non è dovuta a un singolo fattore, bensì alla complessa interazione di diversi meccanismi di distorsione: sussidi governativi a vari livelli amministrativi, costi del capitale distorti a causa di condizioni di finanziamento controllate dallo Stato, un tasso di cambio artificialmente sottovalutato e costi energetici significativamente inferiori grazie ai prezzi dell’elettricità industriale sostenuti dal governo. Per comprendere questa complessa situazione, è necessario esaminare singolarmente ciascuna di queste componenti, poiché solo la loro somma spiega perché gli sforzi di riforma europei si siano finora rivelati così inefficaci.
Perché le riforme tradizionali in materia di localizzazione non sono sufficienti da un punto di vista matematico
Sandra Detzer, portavoce per le politiche economiche del gruppo parlamentare dei Verdi, ha chiarito in modo inequivocabile durante una conferenza della Federazione tedesca dell’ingegneria che nessuna forma di deregolamentazione, riduzione delle tasse o sussidi all’innovazione sarebbe in grado di colmare a livello nazionale il divario di costi descritto. Semplicemente, non era matematicamente possibile. Pertanto, le misure protezionistiche strutturali erano inevitabili. È significativo che questa valutazione non provenisse da una politica tradizionalmente protezionista, bensì da una rappresentante di un partito che da sempre si è mostrato aperto ai principi del libero mercato e al libero scambio internazionale.
Johannes Volkmann, membro del Parlamento per la CDU e rinomato esperto di Cina, ha ribadito questa posizione con altrettanta chiarezza: sarebbe impossibile ridurre la burocrazia, abbassare le tasse o riformare così tanti costi accessori per compensare a livello nazionale questo vantaggio che distorce il mercato. Volkmann, insieme al politico dei Verdi Anton Hofreiter, ha presentato un documento congiunto CDU/Verdi sulla politica nei confronti della Cina, sostenendo con forza le contromisure europee come unico rimedio efficace. Ciò che è notevole non è tanto il contenuto della richiesta in sé, quanto la costellazione politica che la sostiene: un esperto di politica estera conservatore e un esperto di politica economica dei Verdi giungono a conclusioni praticamente identiche, il che rappresenta un segnale insolito di convergenza politica nel dibattito altrimenti acceso sulla politica economica.
Il presidente della Federazione delle industrie tedesche, Peter Leibinger, ha condiviso questa opinione, descrivendo come le aziende cinesi abbiano imparato a replicare il modello di successo tedesco in termini di innovazione e produzione industriale, ma che i sussidi e la svalutazione della valuta stiano distorcendo eccessivamente la concorrenza. Ha inoltre sottolineato che i prezzi alla produzione in Cina sono diminuiti di oltre il 40% negli ultimi anni rispetto all’Europa, rendendo la concorrenza estremamente difficile per i produttori europei.
Ingegneria meccanica come caso di studio di una graduale perdita di potenza
Il crescente predominio globale dei produttori cinesi è particolarmente evidente nel settore dell’ingegneria meccanica. Secondo i dati attuali dell’associazione di categoria, la quota di mercato globale dei produttori asiatici, principalmente cinesi, nel settore dell’ingegneria meccanica si attesta già intorno al 35%, mentre la quota della Germania è scesa a poco più dell’11%, facendola scivolare al terzo posto nella classifica mondiale, dietro agli Stati Uniti con il 13%. Questo cambiamento si è verificato in pochi anni e segna una rottura storica per un settore che per decenni è stato considerato il cuore pulsante delle esportazioni di ingegneria tedesca.
Il presidente dell’associazione, Bertram Kawlath, ha descritto i prossimi mesi come cruciali per il futuro del settore e ha auspicato una solida politica regolamentare europea che coniughi apertura e capacità di azione. Lo ha affermato senza mezzi termini: la Cina non gioca lealmente, poiché i concorrenti cinesi spesso ignorano le regole del commercio globale. È particolarmente significativo che l’associazione si sia battuta per decenni a favore di una politica regolamentare e del libero scambio, respingendo tradizionalmente l’intervento statale nel mercato. L’attuale, pressante richiesta di sostegno statale rappresenta un insolito cambio di rotta, che, secondo Kawlath, non indica un allontanamento fondamentale dal precedente approccio, ma riflette semplicemente il desiderio di una maggiore resilienza all’interno del quadro normativo esistente.
L’associazione documenta non solo la pura concorrenza sui prezzi, ma anche palesi violazioni delle normative. I rappresentanti dell’associazione segnalano casi in cui macchinari cinesi, pur recando la marcatura CE obbligatoria per il mercato europeo, non erano in realtà conformi agli standard di sicurezza europei perché gli importatori avevano interpretato erroneamente l’abbreviazione come sinonimo di “China Export” anziché come marcatura di conformità richiesta. Per prodotti critici per la sicurezza come le macchine laser, questa interpretazione permissiva può comportare rischi significativi per gli utilizzatori.
I quattro pilastri dei vantaggi di costo della Cina
Per rendere tangibile l’entità della distorsione competitiva, è opportuno considerare separatamente le singole componenti di costo, che costituiscono il vantaggio totale stimato intorno al quaranta-cinquanta percento.
I costi energetici rappresentano una delle differenze più tangibili. Uno studio della Research Association for Energy Economics (FGYO) ha rilevato un prezzo dell’elettricità per l’industria in Cina di circa otto centesimi di dollaro per kilowattora, mentre i grandi consumatori tedeschi pagavano circa tredici centesimi e le medie imprese industriali addirittura circa diciotto centesimi di dollaro per kilowattora. Secondo i calcoli del sindacato IG BCE, il prezzo dell’elettricità per l’industria in Cina, tenendo conto dei sussidi comunali, a volte scende fino a un centesimo e mezzo o due centesimi di dollaro per kilowattora, ovvero da sette a dieci volte superiore al prezzo tedesco. Questa enorme differenza si spiega strutturalmente con il fatto che sia i produttori di energia elettrica che i gestori di rete in Cina sono interamente di proprietà statale, il che consente allo Stato di influenzare direttamente i prezzi, ad esempio attraverso sussidi comunali mirati per le industrie ad alta intensità energetica. Il prezzo dell’elettricità industriale di cinque centesimi per kilowattora, obiettivo fissato dal governo tedesco, si è finora rivelato poco efficace nella pratica a causa dei rigidi requisiti di finanziamento, come dimostra una ricerca della rivista economica ARD Plusminus, secondo la quale la riduzione effettiva, in base a calcoli di esempio, ammonta solo a un importo compreso tra diciotto e diciassette centesimi e mezzo.
La politica del tasso di cambio rappresenta il secondo pilastro del vantaggio di costo della Cina. Secondo diversi economisti, lo yuan è artificialmente sottovalutato, con stime che variano dal 20 al 30%. L’economista americano Brad Setser e l’economista tedesco Jürgen Matthes dell’Istituto di economia tedesco (IW), applicando gli standard metodologici del Fondo monetario internazionale, concludono che il surplus delle partite correnti della Cina è salito a circa 735 miliardi di dollari lo scorso anno, pari al 3,7% del PIL cinese. Questo approccio metodologico suggerisce già una sottovalutazione di circa il 19%. Tuttavia, Setser e Matthes ipotizzano che il surplus strutturale effettivo sia più vicino al 5% del PIL, con una conseguente sottovalutazione di circa il 30%. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affrontato pubblicamente questa critica, avvertendo che senza una correzione di questa politica del tasso di cambio, la Germania rimarrà permanentemente svantaggiata. Uno studio dell’Istituto economico tedesco stima che uno yuan correttamente valutato potrebbe incrementare il prodotto interno lordo della Germania, al netto dell’inflazione, di circa 43 miliardi di euro entro il 2028, rispetto ai prezzi del 2025.
Il terzo pilastro è costituito da sussidi diretti e indiretti, che si manifestano in forme diverse e talvolta difficili da tracciare. Jürgen Matthes, esperto di commercio estero presso l’Istituto economico tedesco, descrive in modo efficace come i governi provinciali forniscano alle aziende terreni gratuitamente o, in alcuni casi, persino interi stabilimenti produttivi senza alcun compenso. Quando queste diverse forme di sussidi si sommano alla sottovalutazione del tasso di cambio, Matthes stima un vantaggio di prezzo sleale per i fornitori cinesi pari o superiore al cinquanta percento. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) conclude, in un proprio studio, che circa il sessanta percento dell’aumento della quota di mercato globale della Cina tra il 2005 e il 2023 è attribuibile agli eccezionalmente elevati sussidi industriali cinesi rispetto ad altri Paesi. Quando questi vantaggi derivanti dai sussidi si combinano con la sottovalutazione della valuta controllata dallo Stato, rimane relativamente poco margine per i successi delle aziende cinesi guidati esclusivamente dal mercato.
La quarta componente riguarda il costo del capitale, che viene sistematicamente distorto da un sistema bancario controllato dallo Stato. Le banche statali cinesi concedono spesso prestiti a settori strategicamente favoriti a condizioni che non sarebbero ottenibili sul libero mercato dei capitali, influenzando così le decisioni di investimento in modo politico anziché puramente dettato dalle forze di mercato. Sebbene questa distorsione sia più difficile da quantificare rispetto ai prezzi dell’energia o ai tassi di cambio, gli esperti la considerano una componente strutturale dell’intero sistema di sussidi cinese.
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Konrad Wolfenstein
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