«Nei momenti di grande crisi, c’è la possibilità di un risveglio»: Simonetta Gola, direttrice della comunicazione di Emergency e moglie di Gino Strada, racconta così il clima di oggi. Il 13 agosto saranno cinque anni dalla morte del fondatore di questa organizzazione umanitaria che è nata nel 1992 e che, grazie alla visione di Strada e alla sua voglia di contribuire, una goccia alla volta nel mare delle povertà e della diseguaglianza, ha aiutato migliaia di persone in tutto il mondo.
Emergency ha 32 anni. Dopo decenni di attività, le guerre sono aumentate. Dove c’è più bisogno?
«Oggi ci sono 62 guerre nel mondo, il numero più alto dalla Seconda guerra mondiale. Ci sono più aree di mondo che hanno bisogno di aiuto, sia per la guerra, sia per l’aumento delle diseguaglianze e delle povertà. Perfino in Paesi democratici avanzati, che si sentono portatori di diritti. Il bisogno sanitario è uno dei più rilevanti, perché se si perde la salute, se si muore, cosa se ne fa una persona degli altri diritti? C’è un peggioramento costante dell’uguaglianza nel mondo, fino ad arrivare alla situazione di Gaza, laboratorio per le guerre del futuro, dove è difficilissimo portare aiuti».
Quali attività svolge Emergency?
«I nostri programmi sono molto vari. In Afghanistan abbiamo tre ospedali, trenta posti di primo soccorso e un centro di maternità. In Sudan un centro di cardiochirurgia, un centro di cure in Iraq, un ospedale chirurgico in Sierra Leone, una nave per il soccorso nel Mediterraneo. Poi un programma in Italia in varie regioni. E c’è la nostra presenza a Gaza con due cliniche e in Ucraina con una sanità di comunità non lontana dal fronte, tra i 25 e i 70 chilometri. Non sempre però necessità e possibilità di aiuto sono coincidenti. A volte c’è necessità ma non si riesce a portare supporto, come a Gaza dove le difficoltà sono enormi e abbiamo faticato anche a portare attrezzature».
Quanto è importante il sostegno delle persone?
«Importantissimo. Abbiamo i donatori: con il 5 per 1000 siamo primi nel settore volontariato e terzi in tutti i settori. Poi c’è il sostegno diffuso con varie partnership con artisti e professionisti per esempio. Ma c’è anche una ampia comunità di persone che vogliono dare una mano: questo è il lascito di Gino Strada».
E il sostegno delle istituzioni?
«Stiamo portando avanti la campagna R1pud1a, che prende il nome da questa parola utilizzata nell’articolo 11 della Costituzione. Un termine forte: chi ha fatto la guerra in passato ha pensato che si dovesse cancellare, ripudiare appunto. Hanno aderito 700 comuni, più o meno uno ogni 10 in Italia: le iniziative prevedono di discutere il tema della guerra, e della pace, che solitamente sono considerati lontani, ma che riguardano tutti noi: i cittadini lo devono avere ben chiaro. Hanno aderito anche Toscana e Umbria, poi 4 università, 300 istituzioni culturali e 1500 scuole».
“R1PUD1A”, a Roma la campagna di Emergency contro la guerra
Anche il Festival di Emergency serve a diffondere i valori della pace.
«Il Festival, che si terrà a Reggio Emilia dal 4 al 6 settembre con incontri, dibattiti ed eventi per parlare di pace e del coraggio di sceglierla, investendo sulle persone e non sulle armi, vuole diffondere questa cultura. Si deve creare una comunità determinata su alcuni temi, convinta di poter cercare alternative, che si senta rappresentata nella volontà di realizzare i diritti umani. Le vittime si possono curare. Ma chi le ha create? perché ci sono? Anche questo va affrontato».
Quali sono i progetti futuri di Emergency?
«Ce ne sarà uno molto importante in un Paese che sta uscendo da una guerra. Ristruttureremo un grande ospedale distrutto: da lì durante il conflitto sparavano i cecchini. Ora tornerà a curare. Anche perché finite le guerre la situazione resta difficile: studi dicono che per ogni vittima diretta di un conflitto ci sono poi da 3 a 15 vittime indirette successive, perché il sistema sanitario non esiste più, perché manca l’acqua, perché c’è la criminalità. I conflitti seminano fragilità. E le vittime successive spesso non si vedono».
Gli angeli del mare, a Roma la mostra di Emergency: un viaggio attraverso dodici mesi di soccorsi navali nel Mediterraneo
ELEONORA CAMILLI
C’è un progetto in particolare voluto da Gino Strada che lui non ha fatto in tempo a vedere realizzato?
«La nave di Emergency, che salva vite nel Mediterraneo. Gino diceva: il Mediterraneo è la guerra dell’Europa, dove ci sono vittime civili indiscriminate. Abbiamo avuto un lungo dibattito interno, anche perché noi ci occupiamo di portare supporto medico e sulla nave l’attività medica non è preponderante. Gino è morto nell’agosto 2021 e la nave ha svolto la sua prima missione nel 2022: fu estremamente importante, salvammo circa 130 persone. Sulla nave è riportata una frase che diceva sempre lui: i diritti o sono di tutti o sono privilegi. Pensiamoci: queste persone sono costrette a mettere in pericolo la vita per salvarsi. Mentre noi diamo per scontato il nostro diritto a muoverci. E facciamo accordi, come quello con la Libia, pur di non farli arrivare».
C’è un po’ di ottimismo per il futuro?
«Viviamo una crisi sistemica, lo dicono i fatti. Difficile invertire la rotta dal cambiamento climatico, che colpisce i più poveri. Non abbiamo ancora chiaro cosa porterà l’intelligenza artificiale. Ma se c’è uno spiraglio, dobbiamo inseguirlo fino in fondo. La crisi è matura, le persone stanno cambiando, ci sono più consapevolezze su clima, guerra. Sono nati i movimenti per Gaza con persone che non erano politicizzate ma che hanno preso coscienza. Certo, facciamo i conti con l’inadeguatezza della classe dirigente su tanti temi, ma c’è un risveglio delle persone. La situazione è gravissima: per questo vedo una inversione, piccole fiamme che si accendono. Non c’è più tempo. Pensiamo al clima: solo 4 o 5 anni fa se ne parlava ma non era percepito così urgente. Le migrazioni sono una sfida per i Paesi: metà mondo è senza acqua, non ha un reddito sufficiente. I conflitti in Ucraina e Medioriente si stanno saldando e tutto questo ci mette a rischio. E c’è la paura delle armi atomiche, più potenti 100 volte di quella che conosciamo tutti a Hiroshima».
Cosa pensava Gino Strada del futuro?
«Gino diceva: la guerra sarà il nostro problema. Comporterà un impoverimento generale, perché gli Stati investiranno in armi quello che per anni, dalla Seconda guerra mondiale in poi, hanno investito nei diritti. Lui diceva sempre: se vuoi fare qualcosa, inizia, poi il metodo lo trovi. Ha fatto scommesse azzardate e realizzato moltissime cose. Come il centro cardiochirurgico in Sudan: c’erano molte critiche, gli dicevano che non c’era il contesto, ma lui diceva che tutti devono potersi curare, che i malati di cuore del Sudan dovevano avere la stessa possibilità di cure. Aveva tanta determinazione e una grande libertà mentale».
Che mondo voleva Gino Strada?
«Voleva alzare lo standard per tutti. Non riusciva a concepire un mondo in cui ci può essere chi muore senza aver mai avuto la possibilità di vedere un medico. Aveva una fortissima idea di uguaglianza, ideale e pratica. Non lo spaventava il giudizio altrui».
E sul lato privato, cosa le manca di più?
«La sua voglia di stare bene. Non l’ho mai sentito lamentarsi di un problema fisico, aveva sempre qualcosa in testa. Non era egoriferito. Gettava la vita nel mondo. Ci sarebbe ancora bisogno di lui, la sua vita è finita ma ha lasciato idee, ispirazione. Ci sono persone che seguendo lui danno il loro contributo per migliorare il mondo. Anche nella camera ardente, il 13 agosto 2021, e poi successivamente con tante lettere, ricevevo testimonianze di chi raccontava di essere stato spinto a essere migliore. È la qualità di un grande leader, un grande trascinatore: ispirare le persone a essere migliori. Gino diceva che il mondo si può cambiare, che anche quando la situazione è disperata si può cambiare radicalmente la vita di qualcuno. Con fatica, passi avanti e indietro, ma si può».
Il Festival di Emergency
Dal 4 al 6 settembre a Reggio Emilia si svolge il Festival di Emergency, il tema sarà il coraggio. Il coraggio sta nel difendere i diritti, nel prendere posizione, nell’ascoltare le storie di chi cura sotto le bombe, di chi attraversa i confini per sopravvivere e di chi si oppone alla logica e alla pratica della guerra. È lo stesso coraggio che da oltre trent’anni guida l’attività dell’organizzazione. Tanti gli incontri in programma: con l’analista geopolitico Dario Fabbri, l’esperto ex Nato Ben Acheson e Lorenzo Tondo, inviato del The Guardian. Insieme agli operatori di Emergency attivi sul campo si parlerà di: Afghanistan, con la ricercatrice Orzala Nemat; Sudan con la giornalista Yousra Elbagir; Ucraina con la giornalista Marta Serafini; Palestina con la saggista Paola Caridi. Di Iran e Medio Oriente discuteranno la storica Farian Sabahi, le attiviste Sadra Valizadeh e Parisa Nazari, la giornalista Laura Silvia Battaglia al-Jalal. Con operatori e staff di Emergency e della sua nave Life support si farà il punto su migrazioni e accoglienza. E poi mostre, film e teatro e anche momenti dedicati ai più giovani.
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Lorenza Rapini
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