La proprietà nega il rientro anticipato ma non chiude alla vendita. Intanto gli occupanti restano in strada e il Comune cerca alloggi d’emergenza. Il punto su una trattativa che intreccia diritto alla casa, soldi pubblici e un palazzo conteso da tredici anni.

Al dodicesimo giorno, il marciapiede di via di Santa Croce in Gerusalemme è ancora una casa a cielo aperto. Tende, brandine, piscine gonfiabili per resistere al bollino rosso: davanti al palazzo che fino a pochi giorni fa ha ospitato Spin Time Labs, decine di famiglie continuano il presidio in attesa di sapere dove andranno. Dalla notte tra il 29 e il 30 luglio, quando un principio d’incendio in un locale tecnico ha fatto evacuare lo stabile – poi posto sotto sequestro e dichiarato inagibile – nessuno dei circa 400 occupanti, di 27 nazionalità diverse, ha più potuto rientrare.

Qualcosa, nei giorni scorsi, si è mosso. Con un’ordinanza del 7 agosto il sindaco Roberto Gualtieri ha avviato un piano di assistenza alloggiativa d’emergenza della durata massima di 60 giorni, in strutture ricettive laiche e religiose convenzionate con la protezione civile, con l’impegno a garantire la continuità scolastica dei minori. Al 10 agosto, secondo il Campidoglio e gli stessi attivisti, risultavano ricollocate almeno 81 persone – 30 nuclei familiari – in sette strutture, tre delle quali fuori dal Raccordo. Ma i nuclei rimasti in strada erano circa 130, e per le case popolari, ricordano dal presidio, i tempi non sono inferiori ai sei mesi.

Il nodo, però, non è solo l’emergenza: è il futuro del palazzo. E qui conviene essere precisi, perché la vicenda è più sfumata di come a volte viene raccontata. Il 4 agosto il Comune ha formalizzato alla proprietà – il fondo Investire Sgr – una doppia proposta: acquistare l’immobile al valore che sarà stimato dall’Agenzia del Demanio o delle Entrate, e intanto firmare un “accordo ponte” per rientrare subito nel possesso e riportare gradualmente dentro le famiglie, a partire dai bambini in età scolare. Il 6 agosto, dopo un vertice in prefettura, Gualtieri ha annunciato in televisione il “no irrevocabile” della proprietà.

Ma quel no, come ha riportato l’ANSA e come emerge dal comunicato della stessa Investire, non riguarda la vendita: riguarda l’uso anticipato dell’immobile. Il fondo sostiene che consentire il rientro prima della cessione esporrebbe «la società e i suoi amministratori a rilevanti responsabilità civili e penali», e che non sussistono «le condizioni di legalità e di sicurezza». Il 7 agosto, ha dichiarato di essere disponibile a valutare una cessione.
Il Comune replica di essersi assunto ogni responsabilità giuridica, sollevando la proprietà. Secondo il Corriere della Sera, la linea del rigore contro il rientro arriverebbe soprattutto dal Viminale, sullo sfondo della sentenza del 18 dicembre 2025 con cui il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire Investire con oltre 21 milioni di euro per il mancato sgombero, più una penale di circa 207mila euro al mese.

È qui che la storia si allarga, e diventa un caso nazionale. Il palazzo di via Santa Croce è uno dei 396 immobili pubblici che lo Stato vendette nel 2004, con le cartolarizzazioni del governo Berlusconi, al Fondo Immobili Pubblici gestito da Investire Sgr, per incassare subito quasi 3 miliardi. Un’operazione che la Corte dei Conti bollò come una sostanziale svendita. Il paradosso, ricostruito dal quotidiano La Repubblica citando i calcoli dell’economista Luigi Corvo (Bicocca), è che lo Stato ha poi continuato a pagare per usare quegli stessi edifici: circa 5,4 miliardi di affitti nel tempo. Se si aggiungono circa 400 milioni spesi per il riacquisto di 22 immobili e almeno 200 milioni di manutenzione, il conto complessivo arriva a circa 6 miliardi. Sul palazzo dell’Esquilino, prima dell’occupazione del 2013, il Tesoro versava un canone; dopo, è arrivata la condanna al risarcimento. Per i movimenti per la casa, e per una parte dell’opposizione, comprarlo oggi a prezzo di mercato significherebbe pagarlo una seconda volta, e profumatamente. Il prezzo, per ora, non esiste: l’unica stima è del 2013, considerata troppo datata, e la perizia aggiornata è tutta da fare.

C’è poi la questione della destinazione. Per anni, in vista del Giubileo 2025, la proprietà ha indicato come destinazione dell’immobile quella alberghiera, con l’ipotesi di aprire un hotel proprio in occasione dell’Anno Santo. Ma il Giubileo è finito, e quel movente si è indebolito. Nel frattempo Roma è oggi una delle città con la maggiore crescita nel segmento alberghiero di lusso: dal 2021 hanno aperto 27 strutture a cinque stelle e sono previste altre 14 aperture entro il 2027, per circa 1.500 camere. Proprio all’Esquilino, a pochi passi da Spin Time, aprirà lo Hyatt Regency Rome Central, 238 stanze nell’ex Radisson. In questo scenario, un ulteriore hotel somiglierebbe più a una scommessa immobiliare che a una necessità della città.

Sullo sfondo resta lo scontro politico. Per il centrodestra la linea è netta: Spin Time è un’occupazione abusiva da sgomberare. Il deputato di Fratelli d’Italia Paolo Trancassini ha definito «imbarazzanti» le parole di Gualtieri al presidio, accusandolo di «confondere il diritto all’abitazione con il diritto all’occupazione» e di premiare chi occupa a scapito di chi aspetta una casa in graduatoria; sulla stessa linea il presidente della Regione Francesco Rocca (“le case non si occupano”). Da sinistra, invece, arriva il sostegno della segretaria del Pd Elly Schlein e di intellettuali e artisti, da Saviano a Parisi, dalla street artist Laika fino a Ken Loach. E c’è chi, a destra, rovescia l’accusa: non lassismo ma incoerenza, con il sindaco che a Cannes vende “Roma open to the future” agli investitori immobiliari e insieme difende un’occupazione.

Restano, sul marciapiede dell’Esquilino, quattrocento persone e una domanda che tredici anni di storia non hanno ancora sciolto: a chi appartiene, davvero, un palazzo nato pubblico, venduto ai privati e riempito da chi non aveva altro posto dove stare.


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