«Più sicurezza, più salute»: basterebbero queste quattro parole per spiegare che cosa non funziona nel video diffuso dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste per promuovere il consumo di pasta prodotta con grano italiano.

Scegliere grano italiano significa, secondo il video che vede come protagoniste le azzurre della pallavolo, difendere «la nostra terra», sostenere «il lavoro di chi rispetta l’ambiente», avere «più sicurezza, più salute» e aiutare le imprese italiane. Conclusione: «Con la pasta e il grano italiano vince l’Italia». Infine l’invito: «Leggi l’etichetta, fai la scelta giusta». Peccato che dentro questa manciata di secondi vengano sovrapposti concetti molto diversi e informazioni fuorvianti.

Partiamo dalla salute. Non esiste un automatismo per cui un grano diventa più sano o più sicuro perché coltivato entro i confini italiani. La sicurezza alimentare dipende dal rispetto delle norme, dai controlli, dai contaminanti, dalla conservazione e dalla gestione della materia prima. La nazionalità del chicco non è un parametro sanitario. Il consumatore europeo è tutelato attraverso limiti ai residui presenti nel prodotto, indipendentemente dal luogo in cui il grano è stato coltivato. Il dibattito sulle differenti pratiche agricole adottate nei Paesi terzi è legittimo e la stessa Commissione sta lavorando a un maggiore allineamento su alcuni pesticidi particolarmente pericolosi. Ma da questo non consegue che «grano italiano» equivalga automaticamente a «più salute». L’origine geografica non è una categoria sanitaria. Un grano italiano può rispettare perfettamente tutti i parametri di sicurezza, così come può farlo un grano canadese, francese o statunitense. E un singolo lotto, italiano o straniero, può presentare una non conformità ed essere escluso dalla filiera.

La normativa europea stabilisce limiti massimi per residui di pesticidi e contaminanti e li applica anche agli alimenti importati. Quando un prodotto o una determinata provenienza mostra criticità ricorrenti, i controlli vengono intensificati e le partite non conformi possono essere respinte.

Prendiamo il DON, il deossinivalenolo, una micotossina prodotta da funghi del genere Fusarium che rappresenta uno dei contaminanti più rilevanti per il frumento. La sua presenza dipende anche dalle condizioni climatiche durante la coltivazione e la conservazione, ma di sicuro non dalla nazionalità del campo. Per questo l’Unione europea stabilisce limiti quantitativi precisi per grano, farine e pasta.

Lo stesso vale per i pesticidi: i dati EFSA pubblicati nel 2026 mostrano livelli di conformità molto elevati nel sistema alimentare europeo e un rischio alimentare complessivamente basso per la maggior parte delle sostanze considerate. Nei programmi mirati alle importazioni le non conformità risultano superiori, proprio perché i controlli vengono concentrati sulle merci e sulle provenienze considerate più a rischio. È questa la differenza tra sicurezza alimentare e propaganda: la prima misura, campiona, analizza e decide se un prodotto può essere commercializzato. La seconda prende un confine geografico e lo trasforma in una garanzia sanitaria.

Anche il glifosato, spesso evocato quando si parla di grano straniero, richiede maggiore precisione. Le regole europee fissano limiti ai residui ammessi negli alimenti importati e EFSA, nell’ultima valutazione complessiva della sostanza, non ha individuato criticità tali da impedirne l’autorizzazione, pur segnalando questioni ambientali e aspetti sui quali i dati non consentivano conclusioni definitive. Si può discutere, legittimamente, se l’Europa debba pretendere dagli agricoltori dei Paesi terzi standard produttivi sempre più simili a quelli richiesti ai produttori europei. È una questione politica, economica e ambientale seria. Dire invece che scegliendo il grano italiano otteniamo automaticamente «più sicurezza, più salute» significa trasformare una preferenza d’origine in una promessa sanitaria. E una promessa sanitaria dovrebbe essere dimostrata con i dati, non accompagnata sbandierando il tricolore.

Lo stesso vale per la qualità. Per un mugnaio il grano è una materia prima con precise caratteristiche tecnologiche e nella scelta contano proteine, glutine, forza, stabilità, attività enzimatica, caratteristiche dell’amido e destinazione d’uso. Grani diversi vengono selezionati e miscelati proprio per ottenere farine e semole dalle prestazioni costanti. Un passaporto italiano non sostituisce un’analisi di laboratorio.

C’è poi un problema ancora più grande, sul quale su queste pagine abbiamo scritto più e più volte: l’Italia ha bisogno del grano estero. Nel caso del frumento tenero, utilizzato per pane, pizza, biscotti e prodotti da forno, ne produciamo circa 2,5-3 milioni di tonnellate a fronte di un fabbisogno dell’industria molitoria superiore ai 6 milioni. Senza importazioni, una parte consistente della filiera italiana semplicemente non avrebbe materia prima sufficiente. Anche sul grano duro la questione è più complessa dello slogan: quantità disponibile, qualità tecnologica e caratteristiche delle diverse annate determinano gli approvvigionamenti dei pastifici. Comprare grano all’estero non significa quindi tradire l’agricoltura italiana ma permettere all’industria italiana di continuare a produrre, con tecnologia e saper fare italiano.

Poi c’è l’ambiente: «Grano italiano» e «lavoro che rispetta l’ambiente» vengono accostati come se fossero sinonimi, ma non lo sono. La sostenibilità di una coltivazione dipende dalle pratiche agronomiche, dall’uso di acqua e mezzi tecnici, dalle rese, dal suolo, dal clima, dalla logistica e da molti altri fattori. La frontiera nazionale, ancora una volta, non è una certificazione ambientale.

Ma la parte più interessante arriva con l’etichetta. «Leggi l’etichetta», dice il Ministero. Ottimo consiglio, se non fosse che per la pasta di semola di grano duro l’Italia ha introdotto già nel 2017 l’indicazione dell’origine del grano. Il consumatore dispone da quasi un decennio dell’informazione necessaria per decidere. Da qui a sostenere che una delle opzioni rappresenti «la scelta giusta» c’è però un salto che un’istituzione pubblica dovrebbe evitare, visto che l’etichetta informa ma non assegna patenti morali.

Ed è proprio parlando di trasparenza che emerge una contraddizione interessante. Pensiamo all’Aceto Balsamico di Modena IGP, altro prodotto fortemente associato nell’immaginario all’Italia e al territorio. Il suo disciplinare definisce l’area nella quale devono avvenire determinate fasi produttive, ma non prescrive che le uve utilizzate provengano necessariamente da Modena e Reggio Emilia. Tutto perfettamente legittimo, capiamoci: significa semplicemente che origine geografica di un prodotto e provenienza delle sue materie prime sono concetti differenti. Perché allora nel caso della pasta l’origine della materia prima dovrebbe trasformarsi addirittura in un indicatore di salute, sicurezza e correttezza della scelta?

Rimane infine la questione economica, probabilmente la più interessante. La filiera cerealicola italiana comprende agricoltori, stoccatori, commercianti, consorzi agrari, molini e industria di trasformazione. Consorzi Agrari d’Italia dichiara 190 centri di stoccaggio e oltre otto milioni di quintali di cereali gestiti e riconosce pubblicamente il supporto strategico di Coldiretti. Coldiretti, CAI e grandi operatori privati hanno inoltre sottoscritto negli anni accordi di filiera sul grano. È perfettamente legittimo, ma proprio per questo, quando dal sistema Coldiretti arrivano attacchi contro operatori che acquistano direttamente dagli agricoltori, il dibattito dovrebbe riguardare anche la struttura economica della filiera. La presenza di interessi economici nell’intermediazione e il conflitto tra rappresentanza e attività economica sono temi da indagare. 

Chi raccoglie il grano? Chi lo stocca? Chi lo intermedia? Quale margine rimane all’agricoltore? Quanto vale economicamente l’intermediazione? E quali interessi hanno i diversi soggetti quando chiedono che venga privilegiato un determinato modello di approvvigionamento?

Difendere il grano italiano significa costruire le condizioni perché coltivarlo sia conveniente, investire nella ricerca varietale, aumentarne qualità e quantità, programmare le produzioni e garantire agli agricoltori una remunerazione adeguata. Dire che quello italiano significa «più sicurezza, più salute» racconta invece al consumatore qualcosa che la provenienza geografica, da sola, non può garantire.

La sovranità alimentare dovrebbe partire dalla capacità di conoscere una filiera e renderla più forte. Gli slogan patriottici possono funzionare sui social, ma i campi, i molini e i pastifici funzionano con numeri, competenze e materia prima, e forse è questo che dovrebbe difendere un Ministero.


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 Anna Prandoni

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