Ridurre Dolly Parton a cinque canzoni è quasi impossibile. La sua grandezza non risiede soltanto nel numero dei successi o nella capacità, rarissima per un’artista nata nel country, di diventare una figura della cultura pop mondiale. Risiede soprattutto nella scrittura: nella maniera in cui Parton ha trasformato esperienze private, povertà, desiderio, gelosia, lavoro e separazioni in racconti di immediata leggibilità emotiva.
Cinque brani, però, permettono di seguire con particolare chiarezza questa traiettoria. “Coat of Many Colors”, “Jolene”, “I Will Always Love You”, “Here You Come Again” e “9 to 5” non sono semplicemente cinque grandi successi. Sono cinque passaggi attraverso i quali Dolly Parton ha definito la propria identità artistica e, insieme, allargato i confini di ciò che una cantante country poteva rappresentare nella cultura americana.
1) Coat of Many Colors (1971)
Se esiste una canzone che permette di entrare nel nucleo più profondo dell’universo di Dolly Parton, è “Coat of Many Colors”. Pubblicata nel 1971, nasce da un episodio reale della sua infanzia nelle montagne del Tennessee. La madre confezionò per lei un cappotto utilizzando pezzi di stoffa diversi e, per renderlo prezioso agli occhi della bambina, gli associò la storia biblica della tunica di Giuseppe. A scuola, però, quel vestito divenne motivo di scherno.
Parton ne fece qualcosa di molto più complesso di un ricordo sentimentale. La canzone rovescia la definizione stessa di ricchezza: ciò che agli occhi del mondo segnala privazione economica può essere, per chi lo possiede, la manifestazione concreta dell’amore. È uno dei punti fondamentali della poetica di Parton: non negare la durezza delle proprie origini, ma rifiutare che siano gli altri a stabilirne il significato.
La Library of Congress sottolinea quanto il brano sia stato importante nel consolidare la sua credibilità come songwriter e ricorda che Parton stessa lo indicava come uno dei suoi lavori prediletti. Nel 2011 la registrazione è stata inserita nel National Recording Registry, riservato alle incisioni considerate culturalmente, storicamente o esteticamente significative per gli Stati Uniti.
2) Jolene (1973)
Con “Jolene”, pubblicata come singolo nel 1973 e poi inclusa nell’album omonimo del 1974, Parton costruisce uno dei personaggi più riconoscibili della popular music del Novecento. Ma il motivo della sua durata è più sottile della celebrità del ritornello.
La protagonista non attacca la donna che teme possa portarle via l’uomo che ama. La guarda, ne riconosce la bellezza e, soprattutto, ne riconosce il potere. È una canzone di gelosia costruita quasi interamente sulla vulnerabilità, non sull’aggressività. Il risultato è psicologicamente molto più moderno dello stereotipo della rivalità femminile che avrebbe potuto alimentare.
La storia possiede anche una singolare origine biografica. Parton ha raccontato che l’idea della possibile rivale venne da una cassiera di banca dai capelli rossi che attirava l’attenzione di suo marito, Carl Dean; il nome “Jolene”, invece, sarebbe stato ispirato da una giovane fan dai capelli rossi incontrata dopo uno spettacolo.
3) I Will Always Love You (1974)
La storia di “I Will Always Love You” è essenziale per capire Dolly Parton non soltanto come cantante, ma come donna capace di governare la propria carriera.
Contrariamente a quanto potrebbe suggerire il testo, la canzone non nacque come una tradizionale dichiarazione romantica. Parton la scrisse per Porter Wagoner, il cantante e conduttore televisivo con il quale aveva lavorato per sette anni, quando decise di lasciare il suo programma e perseguire pienamente la carriera solista. Era, in sostanza, una lettera di separazione professionale: gratitudine e affetto senza rinuncia alla propria autonomia.
La versione originale arrivò al numero uno della classifica country nel 1974. Parton registrò poi nuovamente il brano per il film The Best Little Whorehouse in Texas, portandolo ancora una volta al vertice della classifica country nel 1982: un risultato eccezionale per due differenti incisioni della stessa composizione.
Poi arrivò Whitney Houston. La sua interpretazione del 1992 per The Bodyguard trasformò una delle più grandi canzoni di Parton in un fenomeno globale: rimase 14 settimane al numero uno della Billboard Hot 100. Ma proprio l’enorme fortuna della cover finì anche per dimostrare l’universalità della composizione originale. Tolto il contesto biografico, la canzone poteva diventare un addio amoroso, un’elegia, una dichiarazione di gratitudine o un gesto di emancipazione.
La Recording Academy ha inserito l’incisione di Parton del 1974 nella GRAMMY Hall of Fame nel 2007; nel 2018 vi sarebbe entrata anche la versione di Houston.
4) Here You Come Again (1977)
“Here You Come Again” occupa una posizione particolare: è uno dei grandi successi di Dolly Parton che non furono scritti da Dolly Parton. Gli autori sono Barry Mann e Cynthia Weil, coppia fondamentale della grande tradizione compositiva americana. Ma proprio per questo il brano è indispensabile per raccontarne la carriera.
Pubblicato nel 1977, segnò il primo grande successo di Parton nel mercato pop. Arrivò al numero tre della Billboard Hot 100 e al numero uno della classifica country. Soprattutto, con quella interpretazione Parton vinse nel 1979 il primo GRAMMY della sua carriera, per la miglior performance vocale country femminile.
“Here You Come Again” certifica dunque il passaggio decisivo da star del country a star americana senza aggettivi. Il suo suono è più levigato e vicino al pop radiofonico della seconda metà degli anni Settanta; ciò che non cambia è la capacità di Parton di imprimere alla melodia una personalità immediatamente riconoscibile.
Il punto, infatti, non fu semplicemente “andare verso il pop”. Fu riuscire a farlo senza diventare intercambiabile. Dolly Parton entrò nel mainstream portando con sé Dolly Parton. Quel passaggio preparò il terreno per l’espansione definitiva della sua popolarità nei primi anni Ottanta.
5) 9 to 5 (1980)
Con “9 to 5” la traiettoria si completa. Parton non è più soltanto una delle maggiori cantanti country americane: è attrice cinematografica, autrice, pop star e interprete di un sentimento sociale condiviso.
Il brano fu scritto per il film omonimo del 1980, nel quale Parton recitava con Jane Fonda e Lily Tomlin. La sua nascita è ormai parte della storia della musica popolare: durante le pause sul set, Parton scoprì di poter utilizzare le unghie acriliche come percussione, imitando il rumore delle macchine da scrivere, e da quel ritmo sviluppò la canzone.
Dietro la trovata sonora c’era però un testo tutt’altro che leggero. “9 to 5” racconta il lavoro sottopagato, il mancato riconoscimento, le gerarchie e il desiderio di emancipazione di chi vive all’interno di un sistema che sfrutta il suo tempo. Nel contesto del film, quella condizione aveva anche una precisa dimensione femminile.
Il singolo divenne il primo numero uno di Dolly Parton nella Billboard Hot 100 e raggiunse contemporaneamente la vetta della classifica country. Vinse due GRAMMY — Best Country Song e Best Female Country Vocal Performance — e ottenne una candidatura all’Oscar come miglior canzone originale.
È il punto in cui il talento narrativo già evidente in “Coat of Many Colors” assume una dimensione collettiva. Parton parte ancora una volta dall’esperienza quotidiana, ma questa volta non racconta soltanto se stessa: racconta milioni di persone.
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Gianni Poglio
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