Jeju, per generazioni di sudcoreani, è stata l’isola dell’amore, quella dove si partiva dopo il matrimonio quando attraversare un oceano era ancora qualcosa riservato a pochi, dove negli anni Settanta e Ottanta arrivavano sposi da tutto il Paese per farsi fotografare davanti al mare, alle palme e alle scogliere vulcaniche e dove, prima della liberalizzazione dei viaggi internazionali del 1989, l’equazione «luna di miele uguale Jeju» era diventata quasi automatica. Ancora oggi l’isola continua a portarsi dietro quell’immaginario fatto di coppie, wedding photography, resort e tramonti, un piccolo altrove romantico separato dalla penisola da poco più di un’ora di volo.

Da qualche giorno, però, Jeju racconta una storia completamente diversa, perché tra il 22 e il 24 agosto sull’isola sono stati ritrovati i corpi di quattro persone precedentemente denunciate come scomparse e due di loro, prima di morire, erano passate attraverso le mani dello stesso agente della Jeju Western Police Station, che nei sistemi della polizia le aveva già considerate rintracciate. Alle famiglie era stato detto che stavano bene e non volevano rivelare dove si trovassero, ma secondo gli investigatori quelle conversazioni non sarebbero mai avvenute.

È da qui, e non dalle teorie che nel frattempo hanno cominciato inevitabilmente a circolare online, che bisogna partire per capire il caso che sta sconvolgendo la Corea del Sud, perché ciò che è già accertato è sufficientemente inquietante senza bisogno di aggiungere altro: due persone dichiarate rintracciate sono state successivamente trovate morte, lo stesso agente aveva gestito 298 fascicoli di scomparsa in circa diciassette mesi e la vicenda ha spinto la polizia nazionale a ordinare il riesame di circa 310 mila casi chiusi negli ultimi tre anni in tutto il Paese.

Jang Mi-ran, la donna che per la polizia era già stata trovata

La prima storia ha il nome di Jang Mi-ran, 37 anni, che la sera del 12 maggio 2026 viene ripresa da una telecamera mentre lascia l’alloggio nel quale soggiorna nella zona di Hallim-eup, nella parte occidentale di Jeju. È l’ultima immagine conosciuta della donna ancora in vita e, secondo la ricostruzione fornita dalla polizia dopo il ritrovamento del corpo, Jang sarebbe probabilmente morta nelle prime ore del 13 maggio, poco dopo essersi allontanata, senza che dal suo telefono risultassero nel frattempo chiamate o spostamenti significativi. Gli accertamenti preliminari indicano una morte per impiccagione e gli investigatori ritengono al momento bassa la probabilità dell’intervento di un’altra persona, pur continuando a verificare le circostanze esatte del decesso.

È una precisazione fondamentale perché impedisce di confondere due piani completamente diversi: secondo la cronologia attualmente ricostruita, Jang era già morta quando il compagno, tre giorni dopo, ne denunciò la scomparsa e non esiste dunque alcun elemento per sostenere che l’operato della polizia ne abbia provocato il decesso. Lo scandalo comincia invece da quello che accade dopo la denuncia, quando una donna della quale nessuno conosce realmente la sorte viene trasformata, nell’arco di poche ore, in una persona che formalmente non ha più bisogno di essere cercata.

La segnalazione arriva alla Jeju Western Police Station alle 18.43 del 15 maggio e viene affidata a un agente sulla trentina identificato dalla stampa sudcoreana con il cognome Boo. Alle 21.16, appena due ore e trentatré minuti più tardi, la pratica è già conclusa: l’agente riferisce al compagno di Jang di essere riuscito a contattarla, di aver verificato che stia bene e di aver ricevuto da lei la richiesta di non comunicare dove si trovi.

In astratto non ci sarebbe nulla di impossibile, perché una persona adulta ha evidentemente il diritto di allontanarsi volontariamente e di chiedere che la propria posizione non venga comunicata alla famiglia; prima di archiviare una scomparsa, però, qualcuno deve avere effettivamente accertato che quella persona sia viva e che la volontà attribuitale sia realmente la sua. Ed è precisamente qui che il caso Jang cambia natura, perché secondo l’accusa Boo non avrebbe mai parlato con lei.

C’è poi un dettaglio ancora più difficile da spiegare. Mentre al compagno viene raccontato che Jang è viva ma non vuole essere trovata, all’interno del sistema informatico utilizzato dalla polizia per la gestione delle persone scomparse viene registrata un’altra cosa: «morte in incidente stradale». La classificazione «morte» determinava automaticamente la chiusura del caso e l’esclusione della persona dai fascicoli ancora da gestire, e gli investigatori sospettano che proprio questo meccanismo sia stato sfruttato dall’agente per far scomparire la pratica dal sistema.

Jang Mi-ran era così scomparsa due volte: la prima da Jeju, la seconda dal database di chi avrebbe dovuto cercarla.

Centoquattro giorni dopo, il corpo è a poche centinaia di metri

Il compagno e la famiglia, però, non smettono di chiedersi dove sia e, quando il caso torna finalmente a essere trattato come una vera scomparsa, sono trascorsi abbastanza giorni da aver cancellato una parte delle tracce che sarebbero state disponibili a maggio. Secondo i documenti resi pubblici in Corea, 118 telecamere di videosorveglianza presenti nell’area di Hallim avevano registrato i giorni immediatamente successivi alla scomparsa, ma le immagini venivano conservate soltanto per trenta giorni e sono state quindi automaticamente eliminate tra l’11 e il 19 giugno.

Quando la ricerca riparte seriamente, il tempo perduto non può più essere recuperato e il finale arriva soltanto il 24 agosto, 104 giorni dopo l’ultima volta in cui Jang era stata vista uscire dal suo alloggio, quando il suo corpo viene individuato in una zona alberata di Hallim. SBS colloca il luogo del ritrovamento a circa 400 metri dalla struttura nella quale soggiornava, una distanza diventata immediatamente uno dei simboli dell’intera vicenda: per più di tre mesi una donna ufficialmente «rintracciata» era rimasta morta a pochi minuti dal punto dal quale era scomparsa.

Non è però il ritrovamento di Jang a trasformare definitivamente il caso in qualcosa di più grande, perché nel momento in cui gli investigatori cominciano a controllare il lavoro dell’agente Boo scoprono che quella procedura apparentemente inspiegabile potrebbe non essere stata utilizzata una sola volta.

Il secondo uomo che «stava bene» e invece era morto

Il secondo fascicolo riguarda un uomo sulla sessantina, scomparso alla fine di giugno e denunciato dalla famiglia il 2 luglio. In questo caso i parenti avevano fornito alla polizia anche informazioni particolarmente preoccupanti, raccontando che l’uomo aveva problemi economici e aveva lasciato parole che facevano temere potesse togliersi la vita, ma Boo avrebbe comunque chiuso rapidamente la pratica dopo aver riferito alla famiglia di essere riuscito a contattarlo e di aver verificato che stesse bene.

Ancora una volta, però, i successivi accertamenti non avrebbero trovato riscontro di quella conversazione e, dopo che la famiglia presenta una nuova denuncia il 21 agosto, partono finalmente altre ricerche. Il giorno successivo il corpo dell’uomo viene ritrovato nella zona di Songdang-ri, a Gujwa-eup, ormai in avanzato stato di decomposizione, 51 giorni dopo la prima segnalazione.

A questo punto lo schema diventa impossibile da ignorare: due persone scompaiono, le loro famiglie chiedono aiuto, lo stesso agente sostiene di averle contattate e chiude i fascicoli, ma entrambe vengono successivamente ritrovate morte. Questo, è necessario sottolinearlo, non significa che Boo abbia avuto un ruolo nelle loro morti, perché allo stato attuale non esiste alcuna prova in questo senso e nel caso di Jang gli investigatori ritengono anzi che il decesso sia avvenuto prima della denuncia; significa però che per due volte la macchina incaricata di cercare uno scomparso si è fermata sulla base di una verifica che, secondo l’accusa, non era mai stata fatta.

Ed è una differenza enorme.

Quattro scomparsi trovati morti in tre giorni

Mentre il caso comincia a emergere, Jeju registra una sequenza che inevitabilmente trasforma l’inquietudine in paura: quattro persone precedentemente denunciate come scomparse vengono trovate morte nell’arco di tre giorni, dal 22 al 24 agosto. Oltre all’uomo sulla sessantina e a Jang Mi-ran, vengono recuperati il corpo di un uomo sulla settantina nelle acque davanti a Sinheung-ri e quello di un’altra persona scomparsa nella zona di Aewol-eup.

Per Jeju, che nel solo primo semestre del 2026 ha accolto circa 1,2 milioni di visitatori stranieri e continua a essere una delle destinazioni turistiche più amate della Corea del Sud, l’impatto è immediato e sui social cominciano a moltiplicarsi i commenti di chi parla di un’isola diventata improvvisamente pericolosa, fino a trasformare una serie di ritrovamenti in una sorta di incubo collettivo.

È proprio in questo punto, tuttavia, che il true crime rischia di correre molto più velocemente delle prove, perché la polizia è stata netta nel dire che i quattro decessi non risultano collegati tra loro e che soltanto due riguardano le presunte false chiusure attribuite allo stesso agente. Non c’è, al momento, alcuna evidenza di una serie di omicidi e tanto meno di un serial killer che si muove sull’isola.

Eppure esiste un numero che rende quasi inevitabile porsi una domanda più inquietante.

Il numero è 298

Boo aveva lavorato nell’unità dedicata alle persone scomparse per circa un anno e cinque mesi e, in quel periodo, aveva gestito 298 fascicoli. È per questo che, dopo aver individuato anomalie nei primi due casi, la polizia ha deciso di riesaminarli uno per uno, cercando di verificare che le persone indicate come ritrovate fossero state davvero localizzate e che i contatti riportati nella documentazione fossero realmente avvenuti.

Il numero, però, ha cominciato immediatamente a vivere una vita propria, perché 298 non è un numero qualsiasi quando due delle persone presenti in quei dossier sono state trovate morte e quando l’uomo che li ha gestiti è accusato di aver dichiarato falsamente di aver parlato con loro.

Ed è qui che questa storia entra inevitabilmente nel territorio più oscuro del true crime.

Se anche solo per un istante si immaginasse lo scenario più estremo, quello in cui dietro una parte consistente di quei fascicoli non ci fosse una serie di scorciatoie burocratiche ma qualcosa di criminalmente molto più grave, 298 sarebbe un numero capace di collocare il caso oltre alcuni dei serial killer più prolifici della storia moderna. Harold Shipman, il medico britannico divenuto uno dei simboli mondiali dell’omicidio seriale, viene indicato dal Guinness World Records come responsabile di circa 250 vittime, nonostante le condanne giudiziarie abbiano riguardato un numero molto inferiore di omicidi.

È un paragone che produce vertigine, ma che oggi appartiene esclusivamente all’aritmetica delle ipotesi e non alle indagini.

I 298 sono fascicoli, non cadaveri; non sono 298 persone ancora scomparse, non sono 298 morti sospette e non sono nemmeno 298 casi che la polizia ritiene falsificati. Fino a questo momento le presunte false chiusure che hanno prodotto lo scandalo sono due e non esiste alcun elemento che permetta di attribuire a Boo un solo omicidio, figurarsi centinaia.

La domanda interessante, almeno per ora, è quindi un’altra: perché dichiarare di aver trovato qualcuno che non era stato trovato?

Il mistero del movente

È forse questo l’aspetto più straniante dell’intera vicenda, perché sarebbe molto più semplice comprendere ciò che è accaduto se dietro la chiusura dei fascicoli fosse già emerso un vantaggio immediato, un sistema di premi, un obiettivo numerico imposto dall’alto o qualsiasi altra ragione capace almeno di spiegare razionalmente perché un agente potesse voler trasformare una scomparsa ancora irrisolta in una pratica conclusa.

Finora, però, non è stata resa pubblica una spiegazione del genere e proprio l’assenza di un movente evidente rende necessario capire se si sia trattato di negligenza estrema, di una modalità utilizzata per alleggerire il carico di lavoro, di falsificazioni ripetute per ragioni ancora sconosciute o di qualcosa che gli investigatori non hanno ancora ricostruito.

Nel frattempo i primi controlli sui 298 dossier hanno aggiunto un altro elemento destinato a tenere alta l’attenzione. Secondo SBS, circa dieci pratiche erano state inizialmente considerate sospette perché presentavano caratteristiche che richiedevano ulteriori verifiche e, tra queste, in tre casi le persone indicate nei fascicoli non risultavano ancora raggiungibili al momento del controllo. La stessa polizia provinciale di Jeju ha mantenuto prudenza, precisando che la situazione era ancora in fase di accertamento: non significa quindi che esistano tre nuove vittime o tre nuove false chiusure, ma semplicemente che quelle persone dovevano ancora essere localizzate e che i relativi fascicoli non potevano essere considerati definitivamente chiariti.

È esattamente il tipo di particolare sul quale, in un caso del genere, può costruirsi nel giro di poche ore una leggenda nera; ed è anche il motivo per cui sarà necessario osservare attentamente ciò che emergerà dalla verifica degli altri dossier senza trasformare ogni anomalia in una prova di qualcosa che, per ora, nessuno ha dimostrato.

L’agente arrestato, quattro superiori rimossi

Boo è stato arrestato dopo che il tribunale di Jeju ha ritenuto sussistente il rischio di fuga e di distruzione delle prove ed è indagato per ipotesi che comprendono l’omissione dei doveri d’ufficio, la falsificazione di documenti elettronici ufficiali e l’ostacolo all’attività pubblica. Lui nega le accuse e sostiene di aver realmente contattato gli scomparsi, una versione che dovrà essere confrontata con tabulati, registrazioni, dati telefonici e con tutto ciò che gli investigatori stanno recuperando dai fascicoli.

Lo scandalo, tuttavia, ha già superato la responsabilità del singolo agente, tanto che la National Police Agency ha rimosso temporaneamente dalle funzioni quattro persone lungo la sua catena di comando, compresi l’ex e l’attuale capo della Jeju Western Police Station, il responsabile della divisione investigativa e il capo dell’unità persone scomparse.

A finire sotto accusa è infatti anche il sistema che permetteva a un agente di chiudere una pratica senza una preventiva approvazione da parte di un superiore e senza che qualcuno verificasse indipendentemente che la persona fosse stata davvero localizzata, una falla diventata ancora più delicata in un momento in cui la Corea del Sud sta attribuendo alla polizia un peso crescente nelle indagini dopo la riforma che ridimensiona drasticamente il ruolo investigativo della procura.

Il presidente Lee Jae-myung è intervenuto personalmente sulla vicenda ricordando che all’aumento dell’autorità deve corrispondere un aumento della responsabilità, mentre il ministro dell’Interno Yun Ho-jung e i vertici della polizia hanno presentato pubblicamente le proprie scuse alle famiglie e alla popolazione. In attesa di una modifica del sistema informatico, è già stata disposta l’approvazione da parte di un superiore per la chiusura dei casi di scomparsa.

Ed è a questo punto che Jeju smette definitivamente di essere il centro della storia.

Dai 298 casi di Jeju ai 310 mila di tutta la Corea

La National Police Agency ha infatti deciso di avviare un riesame di circa 310 mila casi di persone scomparse chiusi negli ultimi tre anni in tutta la Corea del Sud, un controllo straordinario che dovrà concludersi entro novembre e che dovrà stabilire se le persone indicate come rintracciate fossero realmente al sicuro e se le procedure seguite prima di archiviare i fascicoli fossero corrette. Qualora emergessero casi trattati impropriamente o con verifiche insufficienti, le indagini dovranno essere riaperte immediatamente.

La riforma prevista va oltre il semplice controllo retroattivo, perché la polizia vuole limitare le chiusure effettuate senza una verifica diretta dello scomparso, aumentare il controllo dei superiori e sottoporre periodicamente le pratiche concluse dalle singole stazioni a revisioni da parte dei comandi provinciali e metropolitani.

È una reazione enorme a una vicenda cominciata quasi in silenzio con una donna che, una sera di maggio, esce da un alloggio nella parte occidentale di Jeju e non torna più. Tre giorni dopo un agente dice di averle parlato e la ricerca finisce; 104 giorni più tardi Jang Mi-ran viene trovata morta a poche centinaia di metri da lì, poi emerge un secondo uomo dichiarato rintracciato dallo stesso agente e anche lui viene trovato morto, quindi si scopre che Boo aveva gestito 298 pratiche e infine un intero Paese decide di tornare indietro e ricontrollarne 310 mila.

Jeju rimane sullo sfondo, bellissima come sempre, con le sue coppie davanti al mare, gli hotel delle lune di miele e quell’immaginario romantico costruito in decenni di storia coreana, ma da qualche giorno accanto alla sua fotografia da cartolina ce n’è un’altra, molto più buia, nella quale quattro scomparsi vengono trovati morti in tre giorni e due famiglie scoprono che la persona che credevano fosse stata rintracciata dalla polizia in realtà non lo era mai stata.

La tentazione di guardare quei 298 fascicoli e chiedersi se possano nascondere il serial killer più prolifico della storia è comprensibile, ed è esattamente il genere di domanda che una vicenda del genere inevitabilmente produce, ma oggi i fatti raccontano qualcosa di diverso e già abbastanza grave: non sappiamo se dentro quei dossier si nasconda un crimine più grande, mentre sappiamo che almeno due pratiche sarebbero state chiuse raccontando alle famiglie una realtà che non esisteva.

Ed è forse questo, fino a quando le indagini non diranno altro, il dettaglio più inquietante di tutti, perché quando qualcuno scompare la differenza tra una pratica aperta e una pratica chiusa non è una formalità amministrativa, ma stabilisce se la polizia continuerà a cercarlo oppure no.

A Jeju, almeno due volte, qualcuno ha smesso di cercare troppo presto.


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 Marianna Baroli

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