Difesa europea, pioggia di miliardi: Leonardo e Fincantieri rischiano di perdere il treno del riarmo?
ReArm Europe può mobilitare circa 800 miliardi: Germania, Francia e Regno Unito accelerano e la partita non riguarda soltanto le armi, ma commesse, tecnologia e posti di lavoro.
L’Italia resta una potenza industriale della difesa, ma una minore partecipazione ai grandi programmi comuni potrebbe costare miliardi di ricavi potenziali. Leonardo e Fincantieri hanno però le carte per evitare il sorpasso.
La scelta italiana di mantenere una posizione più prudente rispetto a Francia e Regno Unito nella Coalizione dei Volenterosi apre una questione che va ben oltre la politica estera e il sostegno all’Ucraina.
C’è infatti una gigantesca partita industriale che si sta giocando contemporaneamente alla costruzione della nuova architettura di sicurezza europea.
E qui la domanda diventa inevitabile: se Roma resta più defilata sul piano politico e militare, Leonardo e Fincantieri rischiano di rimanere indietro rispetto a Rheinmetall, BAE Systems, Thales e agli altri campioni europei della difesa?
La risposta non è automaticamente sì. Ma il rischio esiste, soprattutto se l’Italia dovesse trasformare una scelta politica contingente in un progressivo allontanamento dai grandi programmi multinazionali.
I principali player europei della difesa
|
Società |
Paese |
Ricavi difesa 2024* |
Principali attività |
Posizionamento |
|---|---|---|---|---|
|
BAE Systems |
🇬🇧 UK |
$32,3 mld |
Aerei, navi, sottomarini, missili, elettronica |
N.1 europeo |
|
Thales |
🇫🇷 Francia |
$15,9 mld |
Radar, elettronica, cyber, spazio, difesa aerea |
Leader elettronica |
|
Leonardo |
🇮🇹 Italia |
$13,8 mld |
Elettronica, elicotteri, radar, spazio, cyber |
N.2 UE |
|
Airbus |
🇪🇺 Europa |
$12,7 mld |
Aerei militari, spazio, satelliti, droni |
Aerospazio |
|
Rheinmetall |
🇩🇪 Germania |
$8,2 mld |
Veicoli, artiglieria, munizioni, difesa aerea |
Grande beneficiaria del riarmo tedesco |
|
Rolls-Royce |
🇬🇧 UK |
$5,7 mld |
Motori aeronautici e propulsione navale |
Propulsione |
|
Saab |
🇸🇪 Svezia |
$5,5 mld |
Gripen, radar, missili, sottomarini |
Alta tecnologia |
|
MBDA |
🇪🇺 Europa |
$5,3 mld |
Missili e difesa aerea |
Campione europeo dei missili |
|
Safran |
🇫🇷 Francia |
$5,2 mld |
Motori, avionica, optronica |
Aerospazio |
|
Naval Group |
🇫🇷 Francia |
$4,7 mld |
Navi, fregate, sottomarini |
N.1 navale UE |
|
Dassault Aviation |
🇫🇷 Francia |
$4,2 mld |
Rafale, droni, sistemi aeronautici |
Caccia militari |
|
KNDS |
🇫🇷🇩🇪 Francia/Germania |
$4,1 mld |
Carri armati, artiglieria, veicoli |
Land systems |
|
Fincantieri |
🇮🇹 Italia |
≈$2–3 mld difesa |
Fregate, sottomarini, underwater |
N.2 navale UE |
*Ricavi attribuibili alla difesa, non fatturato consolidato complessivo; dati comparabili principalmente riferiti al 2024. La classifica UE del Parlamento europeo colloca Thales, Leonardo, Airbus e Rheinmetall ai primi quattro posti all’interno dell’Unione; includendo il Regno Unito, BAE Systems diventa nettamente il maggiore gruppo europeo.
L’Italia non parte da una posizione marginale. Leonardo è il secondo gruppo della difesa dell’UE per ricavi militari, mentre Fincantieri detiene circa il 15% del valore della produzione navale militare dell’Unione, contro il 24% di Naval Group, l’8% di TKMS e il 7% di Navantia.
Il vero pericolo è quindi prospettico: non che Leonardo e Fincantieri siano oggi troppo piccole, ma che Germania, Francia e Regno Unito crescano molto più rapidamente grazie alla nuova ondata di spesa militare. Rheinmetall è l’esempio più evidente: nel 2025 i ricavi sono già balzati del 29% a 9,94 miliardi di euro, con un backlog record di 63,8 miliardi.
ReArm Europe: una torta da circa 800 miliardi
Partiamo dai numeri. Quello che inizialmente è stato battezzato ReArm Europe e successivamente inserito nel quadro Readiness 2030 ha dimensioni difficili da sottovalutare.
La Commissione europea indica un potenziale di circa 800 miliardi di euro di maggiore capacità di investimento nella difesa.
Di questi, circa 650 miliardi deriverebbero dallo spazio fiscale ottenibile attraverso la clausola nazionale di salvaguardia del Patto di stabilità, ipotizzando un incremento della spesa per la difesa pari all’1,5% del Pil, mentre altri 150 miliardi arrivano da SAFE, lo strumento europeo di prestiti destinato principalmente agli acquisti congiunti.
Attenzione quindi a un punto: non esiste un assegno europeo da 800 miliardi da distribuire alle aziende della difesa. Una parte molto consistente è maggiore capacità di spesa dei singoli Stati. Ma proprio per questo la dimensione industriale potenziale è enorme.
E il processo è già iniziato. La European Defence Agency stimava la spesa militare dei 27 a 392 miliardi di euro nel 2025 a prezzi correnti, contro 343 miliardi nel 2024; gli investimenti nella difesa erano attesi vicino ai 130 miliardi, contro 106 miliardi dell’anno precedente.
Non stiamo quindi parlando di un programma una tantum. L’Europa sta entrando in un ciclo pluriennale di aumento strutturale della spesa militare.
Il punto decisivo: quei soldi dovranno rimanere in gran parte in Europa
Per Leonardo e Fincantieri c’è un elemento particolarmente importante.
SAFE finanzia settori che sembrano quasi una fotografia delle competenze delle due società italiane: munizioni e missili, difesa aerea e antimissile, capacità navali di superficie e subacquee, droni e sistemi anti-drone, C4ISTAR, spazio, intelligenza artificiale e guerra elettronica.
Inoltre, negli acquisti finanziati attraverso SAFE, la componente proveniente da fuori UE, SEE-EFTA e Ucraina non può superare il 35% del costo stimato dei componenti del prodotto finale.
È un dettaglio fondamentale.
Significa che una fetta consistente della gigantesca espansione della spesa europea dovrebbe trasformarsi in fatturato per l’industria europea, invece di finire prevalentemente nelle casse dei grandi contractor americani.
Ed è qui che essere dentro le alleanze industriali e politiche che stanno nascendo diventa estremamente importante.
Germania: il vero elefante nella stanza
Il concorrente più pericoloso per l’Italia probabilmente non è la Francia. È la Germania.
Berlino sta costruendo una capacità di spesa che nessun altro grande Paese europeo sembra oggi in grado di eguagliare.
I programmi prevedono di portare la spesa tedesca per la difesa da circa 95 miliardi nel 2025 a 162 miliardi nel 2029, con circa 378 miliardi di nuovo indebitamento destinabile alla difesa nel periodo 2025-2029.
E il fenomeno sta producendo un secondo effetto: la Germania sta diventando una calamita per l’industria mondiale della difesa.
Il piano tedesco contempla oltre 700 miliardi di spesa nei prossimi cinque anni e aziende straniere stanno creando stabilimenti, partnership e joint venture nel Paese per entrare nella nuova catena delle forniture.
Questa potrebbe essere la vera minaccia per l’Italia.
Non semplicemente Rheinmetall che vende più carri armati. Ma un ecosistema industriale tedesco che acquista massa critica, assorbe fornitori, tecnologia, capitale e competenze e finisce per diventare il baricentro della difesa europea.
Leonardo parte tutt’altro che battuta
Sarebbe però sbagliato concludere che Leonardo sia destinata a essere marginalizzata.
Anzi, il gruppo italiano possiede alcune delle tecnologie che saranno maggiormente richieste nel prossimo decennio: elettronica per la difesa, radar, elicotteri, avionica, cyber, spazio, sensoristica e sistemi unmanned.
E Leonardo è già profondamente integrata nell’industria europea.
Un esempio quasi perfetto è Hensoldt: Leonardo possiede circa il 23% del gruppo tedesco specializzato in radar, sensori e guerra elettronica, uno dei segmenti destinati a beneficiare maggiormente della nuova spesa. Hensoldt ha chiuso il 2025 con ordini cresciuti del 62% a 4,71 miliardi e un backlog arrivato a 8,83 miliardi.
Persino il Regno Unito ha appena assegnato a Leonardo un contratto da 1 miliardo di sterline per 23 elicotteri militari, prodotti nello stabilimento britannico di Yeovil.
Quindi la contrapposizione “Italia contro Germania-Francia-Regno Unito” rischia di essere troppo semplice: Leonardo è già parte delle filiere industriali di quei Paesi.
Ed è proprio per questo che Roma dovrebbe avere interesse a stare nel cuore della costruzione della nuova difesa europea.
Fincantieri potrebbe essere addirittura uno dei grandi vincitori
Per Fincantieri il ragionamento è ancora più interessante.
Uno dei settori prioritari di SAFE è costituito dalle capacità navali di superficie e subacquee. E l’underwater sta diventando uno degli assi principali della strategia del gruppo italiano.
Nel 2025 il business underwater di Fincantieri ha registrato una crescita dei ricavi dell’88%, mentre gli ordini complessivi del gruppo sono aumentati del 32% raggiungendo 20,3 miliardi di euro. L’azienda sta inoltre cercando acquisizioni in propulsione, elettronica, software command-and-control e telecomunicazioni.
Quindi anche qui il problema non è la qualità industriale.
Il problema è essere presenti nei programmi che riceveranno i soldi.
Quanto potrebbe perdere davvero l’Italia?
Qui bisogna evitare numeri sensazionalistici difficili da dimostrare.
Non possiamo dire che l’Italia rischi di “perdere 50 o 100 miliardi di ReArm Europe”, perché gli 800 miliardi non costituiscono un fondo da spartire proporzionalmente tra le industrie nazionali.
Possiamo però costruire uno scenario.
Se anche soltanto un quarto degli 800 miliardi potenziali si trasformasse nel tempo in nuovi ordini industriali effettivamente contendibili — quindi circa 200 miliardi — ogni punto percentuale di quota di mercato perso dall’industria italiana varrebbe:
circa 2 miliardi di euro di ordini.
Perdere 3 punti significherebbe circa 6 miliardi.
Perderne 5 significherebbe 10 miliardi.
Non è una previsione: è un semplice scenario utile a comprendere l’ordine di grandezza.
E soprattutto l’effetto non terminerebbe con la commessa iniziale. Un sistema d’arma genera manutenzione, ricambi, aggiornamenti software, munizioni, formazione e assistenza per decenni.
La posta economica reale può quindi essere molto superiore al valore iniziale del contratto.
E proprio oggi arriva una notizia importante: l’Italia chiede 8 miliardi a SAFE
C’è però un aggiornamento del 26 agosto che rende il quadro meno netto rispetto alla tesi di un’Italia completamente fuori dal riarmo europeo.
Roma ha formalmente chiesto alla Commissione europea 8 miliardi di euro attraverso SAFE, dopo mesi di divisioni all’interno della maggioranza. L’Italia avrebbe potuto accedere fino a 14,9 miliardi.
Questo significa che l’Italia non si sta chiamando fuori dalla difesa europea sul piano industriale e finanziario.
Anzi, 8 miliardi rappresentano più della metà dell’intera dotazione potenziale italiana.
Ed è una distinzione importante: si può criticare la scelta politica sulle esercitazioni dei Volenterosi, ma non sarebbe corretto trasformarla automaticamente nella tesi secondo cui Roma sta abbandonando ReArm Europe.
Il vero rischio per Leonardo e Fincantieri è politico-industriale
La questione è più sottile.
I grandi programmi militari europei non vengono assegnati semplicemente perché un’impresa possiede il prodotto migliore. Sono il risultato di alleanze industriali, partecipazioni incrociate, joint venture, procurement comuni e rapporti strategici tra governi.
Il White Paper europeo punta esplicitamente ad arrivare almeno al 40% di procurement collaborativo.
Questo cambia completamente il gioco.
Se Francia, Germania, Regno Unito, Polonia e altri Paesi costruiscono insieme la futura architettura militare europea, è naturale che le loro industrie si trovino nella posizione migliore per definire standard, piattaforme e supply chain.
Chi entra nella progettazione oggi incassa gli ordini domani.
Ed è questo, più che gli 8 o 15 miliardi di un singolo fondo, il rischio strategico per l’Italia.
La ricostruzione dell’Ucraina è un’altra partita ancora
C’è poi il secondo enorme mercato: l’Ucraina.
La nuova politica industriale europea non considera più Kiev soltanto come destinataria degli aiuti. L’obiettivo dichiarato è integrare progressivamente l’industria militare ucraina nel mercato europeo della difesa.
Questo significa che le relazioni industriali costruite durante la guerra potrebbero sopravvivere alla guerra.
Difesa aerea, radar, droni, comunicazioni, infrastrutture, cybersecurity, energia, ferrovie, porti e ricostruzione civile rappresenteranno una partita gigantesca.
Non esiste una regola secondo cui Kiev assegnerà automaticamente gli appalti ai Paesi che l’hanno maggiormente sostenuta.
Ma rapporti politici, interoperabilità militare, sistemi già utilizzati e partnership costruite durante il conflitto possono certamente trasformarsi in un vantaggio competitivo.
Ed è difficile pensare che Francia, Germania e Regno Unito non cercheranno di capitalizzarlo.
Quindi Leonardo e Fincantieri rimarranno indietro?
Non necessariamente.
Leonardo e Fincantieri possiedono dimensioni, tecnologie, backlog e relazioni internazionali sufficienti per essere tra i vincitori del riarmo europeo.
Ma c’è una condizione.
L’Italia deve evitare che la prudenza politica si trasformi in marginalità industriale.
Perché il rischio non è perdere una singola commessa. È trovarsi fra cinque o dieci anni davanti a un’industria europea della difesa organizzata attorno ad alcuni grandi poli — tedesco, franco-tedesco e britannico — nella quale le aziende italiane siano ottimi fornitori ma non più protagoniste nella definizione dei grandi programmi.
E qui la questione diventa anche finanziaria.
ReArm Europe vale potenzialmente circa 800 miliardi di euro. SAFE ne mette sul tavolo 150. La Germania sta costruendo da sola un programma di spesa superiore a 700 miliardi nei prossimi cinque anni.
La nuova corsa agli armamenti europea è quindi anche uno dei più grandi cicli di investimento industriale del prossimo decennio.
Per Leonardo e Fincantieri il treno non è ancora partito senza di loro. Sono già a bordo.
La vera domanda è un’altra: l’Italia vuole viaggiare nel vagone di testa insieme a Germania, Francia e Regno Unito, oppure rischia di lasciare alle proprie aziende il compito di rincorrere industrialmente decisioni prese altrove?
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