I licenziamenti di massa che stanno colpendo la Silicon Valley potrebbero essere il segnale che molti amministratori delegati soffrono di una sorta di “psicosi da AI”.
A sostenerlo è Aaron Levie, fondatore e Ceo della piattaforma di gestione documentale Box, che in un recente post su X ha accusato diversi leader del settore tecnologico di non comprendere realmente quanto lavoro umano sia ancora necessario per ottenere valore dall’intelligenza artificiale.
“Gli amministratori delegati sono particolarmente inclini alla psicosi da AI perché sono abbastanza lontani dall’ultimo miglio del lavoro che deve ancora essere svolto per generare la maggior parte del valore con l’intelligenza artificiale”, ha scritto Levie. Ha poi aggiunto: “Quando usano l’AI vedono solo i risultati migliori, senza considerare le altre 10 o 20 attività che devono essere completate per ottenere risultati sostenibili dagli agenti AI”.
In altre parole, secondo Levie i Ceo vedono soltanto il lato positivo della tecnologia e non i bug, le allucinazioni dell’AI e gli altri problemi che i dipendenti incontrano quotidianamente utilizzandola sul campo.
I manager vedono l’AI in modo diverso dai dipendenti
L’osservazione di Levie trova riscontro anche nei dati. Un sondaggio del 2025 condotto dalla società di AI Rev ha rilevato che gli utenti che utilizzano maggiormente l’intelligenza artificiale si imbattono in un numero di allucinazioni tre volte superiore rispetto agli altri e impiegano quasi dieci volte più tempo per ottenere risposte affidabili. Si tratta spesso di quei lavoratori che praticano il cosiddetto “tokenmaxxing”, cioè cercano di massimizzare il numero di token consumati dagli strumenti AI. Secondo Levie, molti dirigenti non comprendono questa realtà mentre pianificano licenziamenti di migliaia di dipendenti con l’obiettivo di sostituirli con l’intelligenza artificiale.
Anche il ritorno sugli investimentiC appare tutt’altro che chiaro. Uno studio di Gartner condotto su 350 dirigenti di aziende con ricavi superiori al miliardo di dollari ha rilevato che l’80% delle organizzazioni che aveva sperimentato tecnologie AI o sistemi autonomi ha ridotto il personale, indipendentemente dal fatto che tali tecnologie stessero realmente generando benefici economici. In altre parole, molti licenziamenti attribuiti all’AI potrebbero essere più una scelta di comunicazione che una conseguenza diretta della tecnologia.
Diversi leader del settore, tra cui il Ceo di OpenAI Sam Altman, sostengono infatti che molte aziende stiano facendo “AI washing”, utilizzando l’intelligenza artificiale come giustificazione pubblica per tagli al personale che in realtà derivano da altri problemi di bilancio.
Il conto dell’AI continua a salire
Levie offre un esempio concreto di come questo problema si manifesti nelle aziende.
Un dipendente potrebbe dire: “Guarda, ho generato un contratto con l’AI”. Ma, osserva Levie, resta ancora molto lavoro da fare: “Non hai verificato tutte le clausole prima di inviarlo alla controparte e non hai collegato tutti i contratti precedenti necessari per far funzionare il sistema”. Esiste quindi una distanza significativa tra il risultato apparentemente ottenuto dall’AI e il lavoro effettivamente necessario per arrivarci. E questo sta diventando sempre più costoso.
Microsoft ha recentemente sostituito Claude con GitHub Copilot CLI. Il Cto di Uber, Praveen Neppalli Naga, ha dichiarato a The Information che l’azienda ha esaurito in appena quattro mesi l’intero budget annuale del 2026 destinato agli strumenti di programmazione basati sull’AI.
Axios ha inoltre raccontato il caso di un cliente di una società di consulenza AI che avrebbe speso accidentalmente circa 500 milioni di dollari dopo aver dimenticato di impostare limiti di utilizzo per le licenze Claude assegnate ai dipendenti.
Anche i leader dell’AI stanno ridimensionando le aspettative
Nonostante le Big Tech continuino a investire massicciamente nell’intelligenza artificiale – con quasi 700 miliardi di dollari destinati alla costruzione di infrastrutture AI – alcuni dei principali protagonisti del settore stanno rivedendo le loro previsioni sulla capacità dell’AI di sostituire i lavoratori.
Sam Altman, ad esempio, ha recentemente ammesso di essersi sbagliato. “Sono felice di essermi sbagliato su questo punto”, ha dichiarato durante un’intervista con Matt Comyn, Ceo della Commonwealth Bank of Australia. “Pensavo che a questo punto avremmo già visto un impatto molto più forte sull’eliminazione dei posti di lavoro impiegatizi entry-level di quanto sia realmente accaduto.”
Anche Dario Amodei, Ceo di Anthropic, ha in parte ridimensionato le precedenti previsioni sulla sostituzione massiccia dei lavoratori da parte dell’AI.
I licenziamenti però continuano
Nonostante queste ammissioni, le aziende tecnologiche continuano a ridurre il personale.
La piattaforma per la creazione di siti web Wix ha annunciato giovedì il licenziamento di 1.000 dipendenti, pari al 20% della forza lavoro, citando tra le motivazioni anche le efficienze generate dall’intelligenza artificiale. Meta ha recentemente tagliato il 10% del personale, mentre Mark Zuckerberg ha definito l’AI “la tecnologia più importante della nostra vita”. Secondo la società Challenger, Gray & Christmas, dall’inizio dell’anno 49.135 licenziamenti sono stati attribuiti all’intelligenza artificiale, un dato vicino ai circa 55.000 licenziamenti collegati all’AI registrati nell’intero 2025.
Il consiglio di Levie ai Ceo
Per comprendere davvero le capacità e i limiti dell’intelligenza artificiale, Levie suggerisce ai dirigenti di utilizzarla in prima persona e in modo intensivo. “Usate l’AI tantissimo”, ha scritto. “Solo così potrete capire le reali implicazioni degli agenti AI nelle aziende e arrivare a comprendere sia le opportunità sia il lavoro concreto necessario per farli funzionare”.
Questo articolo è stato pubblicato su Fortune.com.
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Jake Angelo
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