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La nemesi vuole che questa storia inizi da uno dei più noti casi di speculazione finanziaria di sempre: il crollo della sterlina inglese nel 1992. E’ la mattina del 16 settembre, Stan Druckenmiller – fra poco vi spiegherò chi è – arriva di buon mattino nel suo ufficio all’888 della settima strada, a Manhattan.
Druckenmiller è il responsabile quarantenne del Quantum Fund del finanziere di origini ungheresi George Soros. Nel 1992 la Gran Bretagna non naviga in buone acque. Premier è il pallido conservatore John Major, l’economia è in recessione e – come spesso accade in questi casi – la valuta sotto pressione. Soros aveva già iniziato a scommettere contro la sterlina, ma quella mattina accade un fatto che lo convince a puntare tutte le fiches alla roulette dei mercati. L’allora capo della Bundesbank Helmut Schlesinger parla in pubblico della necessità di un riallineamento delle valute europee: un modo diplomatico ma piuttosto aggressivo per dire che il cambio con il marco tedesco non rifletteva i fondamentali dell’economia.
Il governo inglese trasecola, contatta il governatore della Banca d’Inghilterra, gli chiede di chiamare Schlesinger per pregarlo di ritrattare la battuta. Schlesinger tergiversa, ma la frittata ormai è fatta. Druckenmiller entra nell’ufficio di Soros, e gli dice che è il momento di iniziare a vendere in maniera aggressiva – ma graduale – la moneta inglese.
Soros si convince invece che è l’ora del colpaccio, e ordina di vendere tutte le sterline possibili. Il giorno successivo a Londra è il caos. Tutti i trader in valuta seguono la linea di Soros. La Banca d’Inghilterra in poche ore compra un miliardo di sterline e alza i tassi di interesse di due punti percentuali, senza riuscire a fermare le vendite allo scoperto della valuta. Il resto è storia: la svalutazione fu così pesante che Londra fu costretta a uscire dal sistema di libero scambio (Sme) delle valute europee e rimase in recessione per un altro anno.
Torniamo rapidamente all’attualità. Oggi Stan Druckenmiller è un ricchissimo e anziano filantropo, nume tutelare di Wall Street. E’ noto per le sue donazioni, e per essere uno dei pochi finanzieri vicini ai repubblicani che ha dichiarato di non aver votato per il secondo mandato di Donald Trump. E’ soprattutto l’anello di congiunzione fra il segretario al Tesoro Scott Bessent e il governatore della Federal Reserve Kevin Warsh.
Nel settembre del 1992 Bessent era il capo dell’ufficio di Londra del Quantum Fund, Warsh qualche anno dopo diventerà invece socio di Druckenmiller nella società che gestisce l’immenso patrimonio del finanziere. Ebbene, pochi giorni fa sul Wall Street Journal è apparso un articolo di Druckenmiller in cui dice che il re è nudo: “Let the bond market speak”, “lasciamo che parlino i mercati”. Druckenmiller critica l’intervento – per nulla ortodosso – del Tesoro americano sul mercato dei titoli di stato, definendolo una pericolosa e per nulla efficace manipolazione dei prezzi.
Della questione vi avevo già parlato nella newsletter della scorsa settimana, e la possiamo sintetizzare così: l’America di Trump ha raggiunto un livello di indebitamento pubblico tale da mettere in discussione la storica percezione dei titoli di Stato come bene rifugio. Mentre l’Italia migliora la sua percezione di emittente solido, i fondamentali dell’economia americana si stanno italianizzando: se la crescita è di molto inferiore all’aumento del debito pubblico, chi investe – soprattutto in titoli a lungo termine – chiede rendimenti sempre più alti.
Di norma per evitare il peggio ci sono due strade: una politica di bilancio prudente, o gli acquisti di titoli da parte della Federal Reserve, quel che fece Mario Draghi negli anni alla Banca centrale europea a difesa dei Paesi più indebitati.
Quando i rendimenti dei T-Bond hanno superato la soglia psicologica del cinque per cento, alla Casa Bianca e al Tesoro è suonato l’allarme. Fatta eccezione per un breve picco tre anni fa, numeri così alti non si vedevano dai tempi del crollo di Lehman Brothers nel 2008.
E così Bessent – sotto la pressione di Trump – ha annunciato che fra settembre e novembre alzerà da due a quattro miliardi di dollari il tetto dei fondi del Tesoro dedicati ai riacquisti dei titoli di Stato. Una mossa per nulla ortodossa, e azzardata. La cifra – e qui sta il problema – è ridicola rispetto alle dimensioni del problema, niente se confrontata alle disponibilità della banca centrale. Risultato: i mercati hanno ignorato o quasi la mossa di Bessent, e i rendimenti dei trentennali, benché scesi lievemente, restano attorno al cinque per cento.
Mesi di scelte sbagliate e di tensioni fra la Casa Bianca e la Federal Reserve hanno fatto sì che oggi la priorità della Federal Reserve sia opposta a quella del Tesoro, ovvero contenere l’inflazione americana che oscilla pericolosamente verso il quattro per cento ed è alimentata dalla campagna di guerra iraniana. Per farlo, i tassi di interesse devono salire, e non è un bene per i titoli di Stato.
Draghi, uno che sulla materia ha una qualche competenza, una volta spiegò con rara semplicità come funziona l’indipendenza di una banca centrale, e perché è importante: “Se la perde, le persone possono pensare che le decisioni di politica monetaria seguano indicazioni dei governi piuttosto che la valutazione oggettiva di chi fa le previsioni economiche”.
Per capire il perché del cortocircuito fra la Casa Bianca e la sua banca centrale basta ricordare le immagini del presidente che accusa il predecessore di Warsh, Jerome Powell, di aver buttato soldi per la ristrutturazione degli uffici della Federal Reserve, salvo venire sbugiardato davanti alle telecamere dallo stesso Powell, che aveva pronto fra le mani un foglio coi numeri corretti. Per Trump l’indipendenza della banca centrale è uno dei tanti impicci alla sua vocazione autocratica, e l’antipatia verso Powell aveva a che fare con l’indisponibilità di quest’ultimo ad abbassare a comando i tassi di interesse per sostenere l’economia, incurante delle conseguenze per l’inflazione e la tenuta del dollaro, ed esponendolo al Soros di turno.
Ora il problema è nelle mani di Warsh, che ha fama di essere più morbido nei confronti della Casa Bianca. Questo week-end a Jackson Hole – nelle remote montagne del Wyoming – inizia l’incontro annuale fra i più importanti banchieri centrali del mondo. Tutti gli occhi sono su di lui, in attesa di capire se la Federal Reserve è indipendente come lo era ai tempi di Powell, oppure no. Nel secondo e malaugurato caso potrebbero essere guai per tutti.
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Alessandro Barbera
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