Quanto è realmente credibile la minaccia russa contro l’Europa?
Negli ultimi giorni il dibattito sul riarmo europeo è tornato a ruotare attorno a una domanda apparentemente semplice: quanto è realmente credibile la minaccia russa contro l’Europa?
Nei commenti sui social ricorre spesso la stessa obiezione: se dopo oltre quattro anni di guerra Mosca non è riuscita a piegare l’Ucraina, perché Vladimir Putin dovrebbe pensare di affrontare una NATO militarmente ed economicamente molto più potente?
Da qui nasce il sospetto, espresso da molti, che dietro la corsa europea agli armamenti vi siano soprattutto interessi economici, industriali e politici.
Ma proprio gli avvenimenti degli ultimi giorni suggeriscono che la questione sia più complessa.
Il direttore della CIA John Ratcliffe vola a Mosca
Il direttore della CIA John Ratcliffe ha compiuto una rara visita a Mosca per consegnare un avvertimento diretto alla leadership russa, dopo nuove valutazioni dell’intelligence americana secondo cui Putin potrebbe tentare nei prossimi anni di mettere alla prova la NATO attraverso un’azione militare limitata, con particolare attenzione al fianco orientale e ai Paesi baltici.
Va però fatta una correzione importante rispetto alla ricostruzione secondo cui Ratcliffe sarebbe andato a Mosca specificamente per intimare a Putin di non utilizzare armi nucleari tattiche in Ucraina pena l’intervento diretto degli Stati Uniti: nelle fonti disponibili sulla visita di questa settimana, il messaggio riportato riguarda soprattutto il rischio di un attacco o di un’escalation contro Paesi NATO, oltre alla richiesta americana di ridurre il sostegno russo all’Iran. In ogni caso il mondo è con il fiato sospeso, anche se non è possibile attribuire alla missione un ultimatum nucleare specifico senza una fonte più solida.
Ed è proprio qui che la discussione diventa interessante anche per chi guarda ai mercati.
Non occorre immaginare i carri armati russi diretti verso Berlino perché l’Europa decida di spendere centinaia di miliardi nella difesa.
È sufficiente che governi e servizi di intelligence considerino credibile il rischio di un’azione limitata, di una provocazione contro il fianco orientale della NATO o di un’escalation capace di mettere alla prova la deterrenza occidentale.
La vera domanda per l’investitore diventa allora un’altra: questa percezione della minaccia è abbastanza duratura da sostenere per molti anni il gigantesco ciclo di investimenti militari già avviato in Europa?
È da questa risposta che dipende una parte importante delle prospettive di società come Leonardo, Fincantieri, Rheinmetall, BAE Systems, Thales e Saab.
Dai commenti sui diversi social emerge un dato interessante che va ben oltre il singolo post: una parte dell’opinione pubblica non mette in discussione soltanto l’opportunità del riarmo europeo, ma la premessa stessa sulla quale viene giustificato, cioè che la Russia rappresenti una minaccia militare sufficientemente concreta da richiedere un forte aumento della spesa per la difesa.
La prima cautela è metodologica: una discussione Facebook non è un sondaggio rappresentativo. Però può essere utile per individuare le narrative che circolano e che possono successivamente diventare politicamente rilevanti.
Il messaggio dominante: «Se la Russia fatica in Ucraina, perché dovrebbe attaccare la NATO?»
È probabilmente l’obiezione più ricorrente. Il ragionamento è intuitivo: dopo oltre quattro anni di guerra, Mosca non è riuscita a conquistare l’Ucraina; quindi appare poco plausibile che possa pensare di affrontare una NATO enormemente più potente.
È un’osservazione che contiene una parte di verità, ma parte da una definizione molto restrittiva della minaccia.
Un’invasione convenzionale su larga scala dell’Europa occidentale sarebbe un’impresa enormemente superiore alla guerra ucraina e, nelle condizioni attuali, difficilmente immaginabile.
Ma i pianificatori europei non ragionano principalmente sullo scenario dei carri armati russi diretti verso Parigi o Roma.
Il rischio comprende anche azioni limitate sul fianco orientale, pressione sui Baltici, sabotaggi, cyberattacchi, guerra elettronica, infrastrutture sottomarine, missili, droni e tentativi di mettere alla prova la coesione politica della NATO.
In altre parole, si può perfettamente ritenere bassa la probabilità di una guerra Russia-NATO su larga scala e contemporaneamente considerare razionale aumentare capacità di deterrenza e scorte militari.
Ed è proprio questa distinzione che manca in molti dei commenti dei “leoni da tastiera”.
«Perché Putin dovrebbe aspettare che l’Europa si riarmi?»
È forse l’obiezione più intelligente emersa nelle discussioni tra utenti social.
Se davvero Mosca avesse intenzione di attaccare l’Europa nel giro di pochi anni, perché dovrebbe aspettare che Germania, Polonia, Francia e gli altri Paesi abbiano completato il riarmo?
Ma qui entra in gioco il concetto fondamentale della deterrenza. L’obiettivo dichiarato del riarmo europeo non è prevedere il giorno in cui Putin attaccherà, bensì rendere quell’attacco sufficientemente costoso da far sì che non avvenga mai.
È quasi un paradosso: se Readiness 2030 (noto anche come ReArm Europe) funzionasse perfettamente, la guerra che dovrebbe prevenire non si verificherebbe. E questo renderebbe successivamente molto facile sostenere che il riarmo non fosse necessario.
È il classico problema della deterrenza: il suo successo consiste nell’evento che non accade.
La questione nucleare è invece spesso interpretata male
Un altro filone dei commenti sostiene sostanzialmente: Russia e NATO possiedono talmente tante armi nucleari che carri armati, missili convenzionali e riarmo europeo diventano quasi irrilevanti.
SIPRI stima che all’inizio del 2026 le nove potenze nucleari possedessero complessivamente circa 12.187 testate, con Russia e Stati Uniti titolari di gran parte dell’arsenale mondiale. Francia e Regno Unito dispongono inoltre dei propri deterrenti nucleari.
Ma proprio la distruttività delle armi nucleari rende molto difficile utilizzarle per rispondere a ogni forma di aggressione.
Se un Paese subisce un cyberattacco, il sabotaggio di un’infrastruttura o perfino un’incursione militare limitata, la risposta credibile non può essere automaticamente una guerra nucleare globale. Servono quindi capacità convenzionali.
La deterrenza nucleare e quella convenzionale non sono alternative: sono complementari.
Anche sull’articolo 5 c’è un equivoco importante
Alcuni commenti sui social sostengono che l’articolo 5 sarebbe sostanzialmente una “barzelletta” perché ogni Stato può scegliere se partecipare o meno.
La realtà è più sfumata.
L’articolo 5 stabilisce che un attacco contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti e crea un obbligo di assistenza.
È vero che ciascun Paese determina quale azione ritiene necessaria e che questa non deve necessariamente consistere nell’invio di truppe. Ma non significa che l’alleato possa semplicemente comportarsi come se nulla fosse.
Questa elasticità, peraltro, è intenzionale: mantiene la sovranità nazionale ma contemporaneamente rende credibile la risposta collettiva.
«Seguite i soldi»: qui c’è un punto che merita più attenzione
Molti commenti interpretano invece il riarmo come un gigantesco programma di politica industriale mascherato da emergenza militare.
La versione complottistica — “la minaccia viene inventata dalle lobby per vendere armi” — non è dimostrata.
Ma eliminata questa parte, resta una considerazione molto importante: il riarmo europeo è anche politica industriale.
Non è nemmeno nascosto.
Il programma ReArm Europe/Readiness 2030 punta a mobilitare oltre 800 miliardi di euro, mentre SAFE mette a disposizione 150 miliardi di prestiti per acquisti militari, privilegiando anche programmi comuni e rafforzamento della base industriale europea della difesa.
Quindi dire che dietro il riarmo ci saranno enormi interessi economici è banalmente vero.
La parte sbagliata sarebbe fare il salto logico: “Le aziende della difesa guadagnano dal riarmo, dunque il rischio geopolitico è inventato.”
Una cosa non dimostra l’altra.
Per un investitore la questione è ancora diversa.
Non è indispensabile stabilire se Putin attaccherà realmente l’Europa nel 2029, nel 2030 o mai.
Bisogna chiedersi: gli Stati europei spenderanno realmente centinaia di miliardi in più per la difesa?
Su questo la risposta, almeno per ora, è molto più chiara.
Al vertice NATO del 2025 gli alleati hanno concordato l’obiettivo di arrivare entro il 2035 al 5% del PIL per difesa e sicurezza collegata, di cui almeno il 3,5% destinato alla difesa core. Nel solo 2025 la spesa militare europea è salita del 14% a 864 miliardi di dollari, secondo SIPRI.
Questa è la distinzione fondamentale per la nostra analisi:
La tesi d’investimento sul settore difesa non richiede necessariamente una guerra Russia-NATO. Richiede che il riarmo europeo continui.
Ed è molto diverso.
Anzi, questo dibattito potrebbe essere particolarmente importante per l’Italia
I commenti mostrano anche qualcosa che avevamo intravisto parlando di Leonardo e Fincantieri nel precedente articolo sul settore difesa: in Italia potrebbe esserci una resistenza politica e sociale al riarmo maggiore rispetto ad alcuni Paesi dell’Europa orientale e settentrionale.
Se questa resistenza si traducesse in una posizione governativa più prudente, il rischio per l’industria italiana non sarebbe necessariamente un crollo degli ordini nazionali.
Il vero pericolo sarebbe partecipare meno alla definizione dei grandi programmi europei, mentre Germania, Francia, Regno Unito, Polonia e Paesi nordici accelerano.
Per Leonardo e Fincantieri la questione non è soltanto quanto spenderà Roma, ma quanta parte degli 800 miliardi europei riusciranno a intercettare.
E questo ci riporta esattamente alla domanda del nostro precedente articolo: se il baricentro politico della difesa europea si spostasse verso i Paesi più aggressivi sul riarmo e sul sostegno all’Ucraina, l’Italia potrebbe rischiare di avere due campioni industriali molto competitivi ma meno influenza nella distribuzione dei grandi programmi multinazionali.
Il vero paradosso del settore difesa
La grande scommessa sulle azioni della difesa europea non è una scommessa sul fatto che Putin attacchi.
È una scommessa sul fatto che i governi europei ritengano sufficientemente elevato quel rischio da spendere comunque centinaia di miliardi per assicurarsi contro di esso.
E per il momento è esattamente ciò che stanno facendo.
Anzi, c’è un paradosso: per Rheinmetall, Leonardo, BAE Systems, Thales, Saab o Fincantieri lo scenario economicamente migliore non è la guerra con la Russia. È una lunga fase di tensione, deterrenza e riarmo senza guerra diretta, perché sostiene per anni ordini, backlog e capacità produttiva evitando contemporaneamente la distruzione economica che provocherebbe un conflitto NATO-Russia.
È forse questo il punto più utile che possiamo ricavare dai commenti sui social: il pubblico discute se la guerra arriverà; il mercato della difesa sta già prezzando il fatto che l’Europa spenderà moltissimo perché quella guerra non arrivi.
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