Ratko Mladić è morto il 27 agosto all’Aia, dove si trovava ricoverato mentre scontava la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Comandante dell’esercito serbo-bosniaco durante gran parte della guerra in Bosnia, Mladić fu uno dei principali responsabili della campagna di pulizia etnica. Il suo nome è legato ad alcuni dei crimini più gravi commessi durante le guerre nell’ex Jugoslavia.

I giudici hanno accertato il suo ruolo nella rimozione permanente di bosniaci musulmani e croati dai territori rivendicati dai serbo-bosniaci, nella campagna di terrore contro Sarajevo, nel genocidio di Srebrenica e nella presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite. La sentenza del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia risale al 2017 ed è diventata definitiva nel 2021.

Nato il 12 marzo 1942 nel comune bosniaco di Kalinovik, si era formato nell’Armata popolare jugoslava, la JNA. Nel 1991 arrivò a Knin, in Croazia, e il 12 maggio dell’anno successivo, con la guerra in Bosnia già iniziata, venne nominato comandante dello Stato maggiore della Vojska Republike Srpske, la VRS, il nuovo esercito serbo-bosniaco, nel quale confluirono uomini, strutture e mezzi provenienti dalla vecchia JNA.

La dissoluzione della Jugoslavia aveva trasformato anche l’apparato militare. La leadership serbo-bosniaca guidata da Radovan Karadžić rifiutava l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina e puntava al controllo dei territori rivendicati dai serbi attraverso un progetto che prevedeva anche l’espulsione delle popolazioni non serbe. Mladić comandava le forze che lo realizzarono sul terreno.

A Sarajevo questo significò quasi quattro anni di assedio, bombardamenti e cecchini. I civili venivano colpiti mentre attraversavano le strade, prendevano i mezzi pubblici o cercavano acqua e cibo. Il Tribunale dell’Aia ha stabilito che lo scopo principale della campagna di bombardamenti e cecchinaggio era diffondere il terrore tra la popolazione. Furono oltre diecimila i morti durante l’assedio.

Nel luglio 1995 arrivò Srebrenica, l’enclave bosniaca dichiarata zona protetta dalle Nazioni Unite. L’11 luglio le forze serbo-bosniache entrarono nella città. Mladić si fece riprendere davanti alle telecamere mentre presentava Srebrenica come un «dono» al popolo serbo e annunciava che era arrivato il momento di vendicarsi dei «turchi», come chiamava i bosniaci musulmani.

Quella sera convocò all’Hotel Fontana di Bratunac gli ufficiali dei caschi blu olandesi e i rappresentanti bosgnacchi, ai quali disse che la loro popolazione poteva «sopravvivere o scomparire». Il giorno successivo Mladić si fece riprendere mentre rassicurava i civili e distribuiva dolci ai bambini. Intanto uomini e ragazzi venivano separati dalle donne, dai bambini e dagli anziani. Migliaia di bosgnacchi furono catturati e detenuti, quindi trasferiti nei luoghi in cui vennero uccisi; donne, bambini e anziani furono invece caricati sugli autobus e costretti a lasciare l’enclave.

Le vittime del genocidio furono 8.372. Molti corpi vennero sepolti in fosse comuni, poi riesumati con mezzi pesanti e trasferiti in fosse secondarie nel tentativo di nascondere le prove.

Mladić non fu condannato soltanto perché comandava quelle forze. I giudici hanno ricostruito la sua presenza agli incontri dell’Hotel Fontana, gli ordini impartiti durante l’operazione, la separazione degli uomini dagli altri civili, la sua presenza nei luoghi in cui migliaia di prigionieri erano detenuti e le false rassicurazioni date agli uomini che sarebbero stati uccisi. Fu condannato per genocidio.

Srebrenica fu il crimine più grave di una guerra che provocò complessivamente più di centomila morti e oltre due milioni di sfollati, secondo le Nazioni Unite. La condanna di Mladić riguardò anche persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione e trasferimento forzato, il terrore e gli attacchi illegali contro i civili di Sarajevo e la presa in ostaggio di personale delle Nazioni Unite.

Dopo gli accordi di Dayton, che salvaguardarono l’integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina, rimase latitante, ma per anni non visse completamente nascosto. Come riportato da Reuters, fino alla caduta di Slobodan Milošević nel 2000 poté vivere a Belgrado con relativa sicurezza e durante la latitanza fu avvistato in ristoranti, a una corsa di cavalli, a una partita di calcio e al matrimonio del figlio.

Fu arrestato in Serbia soltanto il 26 maggio 2011. Nel frattempo, Mladić era diventato un simbolo per una parte del nazionalismo serbo. Il calcio è uno degli spazi nei quali questa rappresentazione è rimasta più visibile. Il suo nome è comparso ripetutamente in cori e striscioni che hanno trasformato un ufficiale militare condannato per genocidio in un simbolo del nazionalismo.

La Stella Rossa e i suoi Delije sono uno degli esempi più visibili. Lo si è visto anche a distanza di poche ore dalla morte di Mladić, quando i tifosi della Stella Rossa erano a Plzeň per la partita contro il Viktoria. Il suo nome è stato scandito dai sostenitori serbi, mentre nel settore ospiti è comparso uno striscione in sua memoria, rilanciato anche sul profilo X ufficiale della Stella Rossa con tanto di emoticon del saluto militare. Nelle stesse ore, a Novi Sad, sostenitori di Mladić si sono riuniti esponendo un ritratto in suo onore.

La distanza è quella tra il mito costruito dal nazionalismo e i fatti accertati dai tribunali. Mladić è morto mentre una parte del mondo serbo continua a celebrarlo come un eroe e a vedere nell’ex ufficiale dell’esercito jugoslavo il generale che combatté in difesa dei serbi di Bosnia. La realtà e le sentenze raccontano una storia diversa: quella del “macellaio” responsabile di una campagna di pulizia etnica, del terrore contro la popolazione civile di Sarajevo e, a Srebrenica, del genocidio di almeno 8.372 persone per il quale è stato condannato all’ergastolo.


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 Matteo Fabbri

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