Quando Jang Mi-ran è scomparsa a Jeju, la sera del 12 maggio, la sua storia è entrata in un sistema abituato soprattutto a una cosa: chiudere molto velocemente i casi di adulti dei quali improvvisamente non si hanno più notizie. Nel 2025 la polizia sudcoreana ha ricevuto 70.814 segnalazioni di scomparsa riguardanti adulti ordinari e quasi una su due, il 48,1 per cento, è stata risolta entro sessanta minuti; dopo ventiquattro ore risultava già concluso l’89,4 per cento delle pratiche e nell’arco di trenta giorni la percentuale arrivava al 99 per cento. Numeri che raccontano un sistema estremamente efficiente quando la persona torna a casa, risponde finalmente al telefono o viene localizzata, ma che possono trasformarsi in una trappola quando l’eccezione viene trattata come se fosse statisticamente impossibile.

Jang era quell’eccezione. Tre giorni dopo la sua scomparsa, il compagno si rivolse alla Jeju Western Police Station e un agente sulla trentina, identificato dalla stampa coreana con il cognome Boo, chiuse la pratica in poco più di due ore sostenendo di avere parlato con la donna e di aver verificato che fosse al sicuro. Oggi sappiamo che quella conversazione non era mai avvenuta e, dopo giorni trascorsi a negare l’accusa, il 28 agosto lo stesso Boo ha ammesso agli investigatori di non aver parlato né con Jang né con il secondo uomo scomparso il cui fascicolo avrebbe chiuso utilizzando una ricostruzione analoga. Jang, secondo gli esami medico-legali, era probabilmente già morta quando il compagno presentò la denuncia e il suo corpo sarebbe stato ritrovato soltanto 104 giorni più tardi, a poche centinaia di metri dall’alloggio nel quale soggiornava.

Il caso Jeju ha quindi cominciato come la storia inquietante di un poliziotto che avrebbe falsificato due pratiche, entrambe relative a persone successivamente trovate morte, ma nel giro di pochi giorni si è trasformato in qualcosa di molto più grande, perché dietro il comportamento del singolo agente è apparso un sistema nazionale costruito intorno a una convinzione che, nella stragrande maggioranza dei casi, è statisticamente corretta: un adulto che scompare quasi sempre ricompare molto presto.

Il problema è tutto ciò che accade quando non succede.

Settantamila segnalazioni ogni anno

Per capire la dimensione della questione bisogna allontanarsi da Jeju e guardare i numeri della National Police Agency forniti in questi giorni al Parlamento sudcoreano. Le segnalazioni riguardanti adulti ordinari sono state 74.936 nel 2022, 74.847 nel 2023, 71.854 nel 2024 e 70.814 nel 2025, mentre nei primi sette mesi del 2026 ne erano già state registrate 41.894. Non si tratta necessariamente di altrettante persone uniche, perché uno stesso individuo può essere oggetto di più segnalazioni nel corso dell’anno, ma il dato restituisce comunque il volume enorme di pratiche che ogni giorno arrivano nelle stazioni di polizia del Paese.

La maggioranza assoluta di questi casi ha un finale rassicurante e spesso molto rapido. Nel 2025 il 48,1 per cento delle segnalazioni è stato chiuso entro un’ora, il 64,9 per cento entro tre ore, il 75,2 entro sei e l’82,9 entro dodici; dopo un giorno si arrivava all’89,4 per cento, dopo tre giorni al 95,1 e dopo una settimana al 97,1, fino al 99 per cento raggiunto entro trenta giorni.

C’è un dato ancora più significativo: 70.591 delle 70.814 segnalazioni del 2025, il 99,7 per cento, sono state concluse senza che fosse necessaria una ricerca della polizia su vasta scala, perché nella maggior parte dei casi la persona era tornata spontaneamente oppure era stata localizzata attraverso un contatto telefonico o altre verifiche relativamente semplici.

È facile capire come una percentuale del genere possa lentamente trasformarsi da statistica in cultura operativa. Se praticamente ogni adulto del quale viene denunciata la scomparsa torna a casa o viene ritrovato senza che servano giorni di ricerche, l’esperienza quotidiana suggerisce al poliziotto che anche il prossimo caso probabilmente finirà nello stesso modo.

Proprio qui, però, si nasconde il rischio. Il professor Lee Woong-hyuk, docente di scienze di polizia alla Konkuk University, ha spiegato a Yonhap che il fatto che la quasi totalità degli adulti torni nel giro di poco tempo può cristallizzare negli agenti l’idea che ogni nuova segnalazione abbia una bassa probabilità di nascondere un pericolo reale, mentre anche un caso statisticamente rarissimo può riguardare una persona che ha bisogno di essere trovata immediatamente.

Jang Mi-ran è diventata la dimostrazione più brutale di quanto possa accadere quando quella probabilità viene trasformata in certezza.

I 931 che non sono tornati vivi

C’è infatti un altro numero, molto meno rassicurante del 99 per cento dei casi chiusi entro un mese.

Nel solo 2025, 931 adulti denunciati come scomparsi sono stati successivamente ritrovati morti, pari all’1,31 per cento delle segnalazioni di quell’anno. Questo non significa che siano stati assassinati, né che la loro morte sia stata provocata da ritardi o errori della polizia: tra quei decessi rientrano suicidi, morti naturali, incidenti e altre circostanze che non hanno necessariamente alcuna origine criminale. Significa però che dietro una parte delle telefonate che inizialmente possono sembrare semplici casi di persone che hanno deciso di allontanarsi c’è qualcuno che non tornerà più.

Allargando il periodo, il dato diventa ancora più impressionante. Tra il 2021 e il 2025 sono state registrate 358.710 segnalazioni di scomparsa di adulti e 5.772 persone sono state successivamente ritrovate morte, una media superiore a tre al giorno.

Numeri che obbligano anche a leggere diversamente la rapidità con cui la maggior parte delle pratiche viene archiviata. Il problema non è che la polizia sudcoreana chiuda rapidamente molti casi, perché quando la persona viene realmente rintracciata è esattamente ciò che dovrebbe accadere; il problema è stabilire quanto deve essere solida la prova che permette di trasformare uno scomparso in una persona ritrovata.

Nel caso di Jang, quella prova era una telefonata che non esisteva.

Ed è proprio questa falla ad avere reso possibile che un fascicolo venisse cancellato mentre nessuno sapeva realmente dove fosse la donna.

Quasi 4.900 adulti scomparsi da oltre cinque anni

C’è poi il mondo opposto rispetto alle pratiche chiuse in sessanta minuti: quello delle persone che spariscono e non tornano per anni.

I dati della National Police Agency indicano 6.361 casi di persone che risultano ancora scomparse dopo più di cinque anni e, tra queste, 4.880 sono adulti, pari al 76,7 per cento del totale.

Sono numeri quasi invisibili se confrontati con le decine di migliaia di segnalazioni che ogni anno si risolvono rapidamente, ma raccontano il punto cieco del sistema: quando un adulto supera la prima fase della scomparsa e non viene ritrovato, il caso rischia di diventare progressivamente più difficile mentre telecamere vengono sovrascritte, ricordi diventano meno precisi, telefoni si spengono, transazioni cessano di lasciare tracce e testimonianze che avrebbero potuto essere raccolte nelle prime ore diventano sempre più fragili.

Nel caso di Jang, la polizia aveva a disposizione nell’area di Hallim decine di telecamere che avrebbero potuto aiutare a ricostruire i suoi ultimi movimenti, ma quando la ricerca venne realmente riattivata era ormai trascorso il periodo di conservazione di molte registrazioni.

Il concetto di golden time, il tempo iniziale nel quale una ricerca ha maggiori possibilità di successo, è quindi diventato una delle parole più utilizzate nel dibattito sudcoreano dopo Jeju, perché un sistema costruito per gestire rapidamente un numero enorme di segnalazioni può funzionare benissimo per il 99 per cento dei casi e fallire proprio nel momento in cui incontra quello che non assomiglia agli altri.

Per la legge non tutti gli scomparsi sono uguali

Dietro il problema operativo ce n’è poi uno giuridico, ed è probabilmente la parte meno conosciuta della storia fuori dalla Corea del Sud.

La principale legge nazionale dedicata alle persone scomparse è formalmente la Act on the Protection and Support of Missing Children, Etc., la normativa sulla protezione dei bambini scomparsi e delle altre categorie assimilate. Il testo comprende chi aveva meno di 18 anni al momento della scomparsa, persone con disabilità intellettive, autismo o determinate disabilità psichiche e persone affette da demenza. Per queste categorie lo Stato dispone di una struttura normativa specifica che comprende ricerca, sistemi informativi, registrazione di impronte e, in determinate condizioni, dati di localizzazione e analisi genetiche.

L’adulto ordinario che scompare non rientra invece nello stesso quadro.

Le sue segnalazioni vengono gestite dalla polizia nella categoria amministrativa dei 가출인, termine che può essere tradotto come persona allontanatasi o “runaway”, una definizione che porta con sé una differenza concettuale enorme: un minore scomparso viene immediatamente percepito come qualcuno da proteggere, mentre un adulto può semplicemente avere deciso di andarsene. Ed è perfettamente vero che un adulto abbia il diritto di farlo.

Una donna può decidere di interrompere ogni rapporto con la propria famiglia; una vittima di violenza domestica può avere bisogno che l’ex partner non sappia dove si trova; una persona perseguitata da uno stalker o da un creditore può volontariamente cambiare città e telefono. Trasformare ogni segnalazione di scomparsa adulta in una ricerca dotata degli stessi strumenti invasivi utilizzati nei casi di minori significherebbe attribuire alla polizia un potere enorme sulla privacy e sulla libertà personale. È proprio questo conflitto ad avere bloccato per anni una riforma. In Parlamento risultano attualmente quattro proposte riconducibili a una cosiddetta “Missing Adults Act”, pensate per ampliare gli strumenti disponibili nei casi di adulti scomparsi, ma sono ancora ferme proprio perché occorre stabilire chi possa essere cercato contro la propria volontà, quando sia consentito accedere ai dati di localizzazione, chi possa fornire campioni genetici e come evitare che una denuncia venga utilizzata per localizzare una vittima di stalking, violenza domestica o recupero crediti aggressivo.

Il caso Jeju ha trasformato una discussione legislativa piuttosto tecnica in una questione nazionale.

Meno uomini per più scomparsi

C’è anche un problema molto più banale e, proprio per questo, difficilmente risolvibile con una modifica del software: gli uomini e le donne che devono occuparsi delle persone scomparse non sono abbastanza.

Secondo dati della National Police Agency citati da Yonhap, poco più della metà delle stazioni di polizia del Paese dispone di una vera squadra dedicata ai casi di scomparsa e circa tre quarti delle unità che operano durante la notte utilizzano un sistema nel quale può esserci un solo agente in servizio. Nel frattempo, mentre il numero complessivo delle segnalazioni rimane superiore alle 120 mila l’anno includendo tutte le categorie di scomparsi, gli organici dedicati sono diminuiti rispetto all’inizio del decennio.

Nel 2025 le segnalazioni complessive di scomparsa ricevute dalla polizia — quindi non soltanto adulti ordinari, ma anche minori e categorie protette — sono state 125.383, contro 107.381 nel 2021, un aumento di circa il 17 per cento, mentre le unità specializzate non hanno seguito la stessa crescita.

È importante sottolinearlo perché sarebbe troppo semplice trasformare Jeju nella storia di un “poliziotto cattivo” e archiviare tutto una volta stabilite le sue responsabilità.

La Jeju Western Police Station aveva una squadra dedicata agli scomparsi e Boo faceva parte proprio di quella struttura, quindi la presenza di un’unità specializzata non è sufficiente a impedire una falsa chiusura; allo stesso tempo, però, un sistema nel quale migliaia di pratiche devono essere filtrate rapidamente e una parte delle stazioni non dispone neppure di personale specializzato crea inevitabilmente le condizioni perché l’esperienza statistica — “questo adulto tornerà presto” — possa prendere il posto dell’indagine sul singolo caso.

Il caso Boo ha fatto esplodere il sistema

Boo aveva gestito 298 pratiche di scomparsa durante il periodo trascorso nell’unità di Jeju e tutte sono state sottoposte a revisione dopo che gli investigatori hanno individuato le anomalie nei casi di Jang e di un uomo sulla sessantina, anch’egli dichiarato rintracciato e successivamente trovato morto.

L’agente è stato arrestato con accuse che comprendono omissione dei doveri d’ufficio e falsificazione di registrazioni ufficiali e, dopo avere inizialmente sostenuto di avere realmente parlato con le due persone, ha ammesso il 28 agosto che quelle conversazioni non erano avvenute. La polizia sta ancora cercando di comprendere il movente, perché non è stato finora individuato un sistema di premi o valutazioni professionali che rendesse vantaggioso chiudere più pratiche.

Ed è proprio l’assenza di una spiegazione immediata a rendere il caso inquietante, ma anche a mostrare quanto sarebbe limitante fermarsi alla personalità dell’agente. Perché Boo ha potuto mentire dentro un sistema che gli ha creduto.

La domanda più importante non è quindi soltanto perché abbia dichiarato di aver parlato con Jang quando non era vero, ma quali controlli avrebbero dovuto accorgersi che quella telefonata non esisteva e perché una pratica potesse essere eliminata prima che qualcun altro verificasse realmente la sicurezza della persona scomparsa.

Trecentodiecimila fascicoli da riaprire e controllare

La risposta della National Police Agency dà la misura di quanto le stesse autorità considerino ormai il problema più grande di Jeju.

La polizia ha disposto un riesame di circa 310 mila pratiche di persone scomparse chiuse negli ultimi tre anni in tutta la Corea del Sud, da completare entro novembre, con particolare attenzione ai casi nei quali la chiusura potrebbe essere avvenuta senza una verifica sufficientemente solida della sicurezza della persona. Se emergeranno pratiche trattate in modo improprio o insufficiente, dovranno essere riaperte.

Anche qui il numero deve essere letto correttamente: 310 mila non significa 310 mila casi sospetti, né 310 mila adulti scomparsi, né tantomeno 310 mila possibili vittime. È il perimetro di fascicoli sul quale la polizia ha deciso di effettuare un controllo straordinario proprio perché Jeju ha dimostrato che il semplice fatto che un caso risulti “chiuso” non garantisce automaticamente che la persona sia stata realmente trovata.

Le procedure dovrebbero cambiare anche per il futuro, limitando le chiusure basate esclusivamente su verifiche telefoniche e rafforzando il controllo da parte dei superiori, mentre le strutture provinciali dovrebbero esaminare periodicamente le pratiche concluse dalle stazioni locali.

È una risposta enorme per una vicenda cominciata con una donna uscita da un alloggio di Jeju una sera di maggio.

Il paradosso della nuova polizia coreana

Il momento nel quale questo scandalo esplode non potrebbe inoltre essere politicamente più delicato, perché la Corea del Sud sta contemporaneamente ridisegnando il proprio sistema investigativo e trasferendo alla polizia responsabilità ancora maggiori dopo la drastica riduzione dei poteri investigativi della procura.

Il presidente Lee Jae-myung ha collegato direttamente i due temi, ricordando che all’aumento dell’autorità deve corrispondere un aumento della responsabilità, mentre il ministro dell’Interno e i vertici della polizia hanno presentato pubblicamente le proprie scuse dopo quanto accaduto a Jeju.

È forse qui che la storia assume una dimensione che va molto oltre il true crime.

La Corea del Sud non sta soltanto cercando di capire perché un agente abbia inventato due conversazioni con persone scomparse; sta discutendo quale equilibrio debba esistere tra privacy e diritto a essere cercati, velocità e accuratezza, autonomia degli agenti e controllo, efficienza statistica e attenzione all’eccezione.

Perché il sistema, guardando i numeri, funziona quasi sempre. O quasi.

Nel 2025 più di 70 mila segnalazioni di adulti sono entrate nelle banche dati della polizia e il 99 per cento è stato chiuso entro trenta giorni, un risultato che preso da solo potrebbe sembrare la prova di una macchina straordinariamente efficiente. Nello stesso anno, però, 931 persone denunciate come scomparse sono state ritrovate morte, mentre quasi 4.900 adulti risultano ancora irreperibili dopo più di cinque anni.

Sono due facce della stessa statistica.

Jeju non ha dimostrato che la Corea del Sud non sappia trovare le persone scomparse, perché i numeri raccontano esattamente il contrario; ha mostrato qualcosa di più sottile e forse più pericoloso, cioè quanto possa diventare facile confondere la probabilità che un adulto sia semplicemente andato via con la certezza che sia davvero così. Jang Mi-ran è entrata in quella distanza. Il suo caso è stato chiuso in poco più di due ore perché qualcuno ha scritto che era stata trovata, dentro un Paese nel quale quasi la metà delle segnalazioni di adulti viene comunque risolta entro un’ora. Solo che lei non era stata trovata, nessuno le aveva parlato e, quando il suo corpo è riemerso 104 giorni più tardi a poche centinaia di metri dall’alloggio, ciò che sembrava l’errore di un singolo poliziotto ha costretto un’intera nazione a rimettere in discussione 310 mila pratiche già considerate concluse.

Ed è forse questo il vero buco nero lasciato aperto da Jeju: non sapere quante persone siano scomparse, perché i numeri esistono e vengono registrati con precisione, ma capire quando una persona possa essere dichiarata ritrovata e chi debba controllare che lo sia davvero.

Perché, nel caso degli scomparsi, una pratica chiusa non dovrebbe essere semplicemente la fine di un dossier. Dovrebbe significare che qualcuno è tornato.


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 Marianna Baroli

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