«Sostituire la paura con l’amore: è il cuore di tutto quello che faccio»: e per Noa non è solo questione di lotta contro le guerre. L’impegno per essere voce di pace è così strenuo che a volte si dà per scontato che quella sua voce è sublime, senza contare il suo talento di autrice. Certo, basta poco a ricordarlo: al Festival della Tv di Dogliani ha intonato Beautiful that Way, indimenticata colonna sonora della Vita è bella, e l’incantesimo ha incatenato il pubblico. Una magia che colpisce al cuore anche con l’ultimo album The Giver and the See, ribaltamento semantico di una frase, «From the River to the Sea», slogan politico riferito alla terra compresa tra il fiume Giordano e il Mediterraneo: invocazione all’autodeterminazione per i palestinesi, incitamento all’odio secondo gli israeliani. Noa parla di «giver», colui che dona e di «see», un luogo sicuro, dove trovare protezione.
Come cambia il messaggio?
«Quella frase è diventata tossica, simbolo di conflitto. Io la interpreto al contrario: dal fiume al mare tutti i bambini devono essere liberi, tutti devono poter vivere, condividere, avere diritti. È un messaggio chiaro, ma raccontato in modo delicato, annidato in ogni canzone, in ciascuna si troverà il fiume, il mare o entrambi».
Cosa l’ha ispirata?
«Vediamo forze molto negative creare tensione, paura, instabilità, incertezza. Per quanto riguarda il mio Paese, Israele e Palestina stanno vivendo una fase molto difficile iniziata il 7 ottobre 2022, e ci siamo ancora dentro. Allora mi sono chiesta: cosa fa un’anima davanti a tutto questo?».
Lei cos’ha fatto?
«Io cerco sempre la luce, attraverso la musica. Questo significa andare in profondità, per trovare umanità condivisa, compassione, dialogo, gioia. Anche dolore, ma senza paura. Sostituire la paura con l’amore».
L’EVENTO
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È il primo lavoro senza lo storico collaboratore Gil Dor, con lei da decenni.
«Ho realizzato l’album con Ruslan Sirota, pianista straordinario di origine Ucraina, che ha anche vissuto in Israele, in America. Un genio. Avevo bisogno di cambiare, di ritrovarmi, anche musicalmente».
Un momento di svolta?
«Una scelta legata al mio percorso personale. Ho 56 anni, 3 figli e da quando avevo 20 anni mi sono prodigata per loro, per il lavoro, per diffondere parole di pace, una missione per me dalla morte Yitzhak Rabin nel 1995. Tutte queste cose le ho fatte insieme, come molte donne che devono prendersi cura di tutti, mettendo se stesse sempre all’ultimo posto. Arrivata a 50 anni, ho detto: ok, basta. I ragazzi sono cresciuti, ho fatto tanto nel lavoro e ho dato tanto di me. Ora devo scoprire chi è questa donna che vive dentro di me. La pace è qualcosa che va cercata anche dentro se stessi. Altrimenti è impossibile trovarla fuori».
Con l’album torna in Italia, a cui la lega un rapporto speciale, come nasce?
«Nei primi Anni ’90 mi portò qui l’agente e amico Pompeo Benincasa, siciliano. La prima volta fu Catania: amore a prima vista. Ho fatto centinaia di concerti, la mia carriera qui è cresciuta dal basso. Poi ci sono stati momenti fondamentali».
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L’incontro con Benigni?
Certo, ma anche quello con il Vaticano. Cantare l’Ave Maria di Gounod con un mio testo per Giovanni Paolo II nel 1994 mi ha cambiato la vita. Che il Vaticano lo accogliesse fu straordinario, non c’era nulla di consueto: non sono cattolica, non stavo cantando la preghiera dei cristiani in latino, bensì le mie parole di pace, un brano universale. In Israele furono scioccati, penso un po’ ovunque. Ho poi fatto molti concerti per il Vaticano e diversi papi, incluso Leone».
Un ruolo importante nella sua storia «italiana» ce l’ha anche la musica napoletana.
«Ho inciso un album di canzoni napoletane con il Solis String Quartet. Ci ho messo il cuore, ho cercato di rendere omaggio a quella tradizione con grande rispetto».
E ha lavorato anche con Pino Daniele, che ricordi ha?
«Abbiamo scritto Desert in My Head. Mi ha chiese di scrivere il testo in inglese. È stato molto divertente, abbiamo anche fatto dei concerti. Era una persona dolce. E Quando è una delle mie canzoni italiane preferite».
Il maestro Piovani nel suo libro scrive: “Il timbro di Noa ha trasformato una beguine di servizio nella canzone Beautiful That Way che il film di Benigni meritava”.
«C’è una storia dietro. Piovani mi chiese un testo per La vita è bella, sulle nota del tema principale. Gli dissi che era bello, ma non andava bene per una canzone, troppo lento. Invece il secondo tema, quello sì era perfetto. Si oppose, disse che doveva essere il primo, con cui iniziava il film. Gli proposi di aspettare, lo avrei inciso e poi avrebbe deciso. Io ero giovane e lui già un grande Maestro, temevo mi rispondesse come osavo dirgli cosa fare. Mi sono presa un rischio. Ma poi lui e Benigni e lo amarono. Questo cambiò la mia vita, certo anche la loro».
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C’è anche un Sanremo in gara nella sua carriera. Era il 2006, cosa ricorda?
«Esperienza bellissima. Spesso mi proponevano di andarci, ma non arrivava mai una canzone che sentissi veramente. Fino a Un discorso in generale di Carlo Fava: mi tolse il fiato. Vincemmo il premio della critica».
Ricorda chi vinse?
«No. In realtà eventi come Sanremo o Eurovision non li seguo moltissimo, ma li ritengo importanti perché sono occasioni per raggiungere tantissime persone».
A Eurovision ci andò con Mira Awad nel 2009. A Mosca: oggi pare impossibile.
«E anche allora era un momento difficile a Gaza. La nostra scelta era rischiosa, ma il messaggio era lo stesso di oggi: la realtà, è dura e dolorosa, ma vogliamo indicare un’alternativa — la pace, la riconciliazione, l’umanità condivisa».
Un impegno che ora si trasforma anche in un festival, il Re-Imagine Peace, a Firenze.
«E che fatica organizzarlo. Oggi perfino parlare di pace può essere divisivo. Scegliere l’odio è facile, ci vuole coraggio a scegliere l’amore. Saranno tre giorni di incontri, musica, cinema, testimonianze, anche cucina, tutto gratuito. Un’occasione unica per confrontarsi davvero. Avremo anche l’onore di avere il cardinale Pizzaballa, che ha accettato con entusiasmo. Gli italiani hanno una particolare sensibilità per il messaggio di pace che ho sempre cercato di lanciare, anche questo rende speciale che il rapporto con il questo Paese».
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Paola Italiano
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