Non è l’intelligenza artificiale a provocare i licenziamenti. Accusare la tecnologia rappresenta una scorciatoia di cui i dirigenti aziendali dovrebbero vergognarsi. È questo, in sintesi, il messaggio lanciato da Jensen Huang, numero uno di Nvidia, in un’intervista rilasciata all’emittente di Singapore Channel NewsAsia durante una tappa a Taiwan. Il fondatore del colosso statunitense dei chip ha definito “un pretesto comodo” la tendenza, ormai diffusa tra le grandi imprese, a dare all’AI la colpa dei licenziamenti.
Si tratta di una presa di posizione che assume un peso particolare se si considera che a esprimerla è colui che ha dato vita alla società che più di ogni altra ha beneficiato del boom dell’intelligenza artificiale, ossia il fornitore stesso di quella tecnologia per il resto del mercato. Le sue parole, inoltre, arrivano in un momento in cui neolaureati e lavoratori del comparto tecnologico guardano con crescente preoccupazione alla solidità del proprio impiego, alimentando un dibattito che attraversa ormai l’intera economia americana.
Per Huang non è l’AI la causa dei licenziamenti
Il ragionamento di Huang ruota attorno a un elemento spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’intelligenza artificiale generativa, ha osservato il CEO, è diventata realmente produttiva e utile negli ambienti di lavoro solo in tempi recenti. “L’AI è appena arrivata. Com’è possibile che si stiano già perdendo posti di lavoro? Com’è possibile che l’AI sia diventata produttiva e utile solo sei mesi fa, mentre i tagli al personale risalgono già a due anni fa?”. Per Huang il collegamento “non ha alcun senso”.
Il giudizio dell’imprenditore sui colleghi del settore è netto: “Penso che la narrazione che collega l’AI alla perdita di posti di lavoro, utilizzata da molti CEO, sia semplicemente troppo pigra”, ha dichiarato. Secondo il dirigente alcuni amministratori delegati ricorrono alla “scusa” dell’intelligenza artificiale perché suona moderno e li fa apparire al passo con i tempi. È «un modo per sembrare intelligenti», ha osservato, una scelta comunicativa che ha detto di detestare apertamente. Tuttavia, addossare all’AI la responsabilità di una riduzione del personale, quando le cause reali possono essere legate a margini di profitto deboli oppure ordinarie ristrutturazioni aziendali, finisce per intaccare la fiducia di chi lavora e di chi investe.
L’attacco del CEO di Nvidia: “Stiamo spaventando le persone”
Huang non ha negato che l’intelligenza artificiale ponga interrogativi seri sul mondo del lavoro, ma ha contestato la deriva allarmistica del racconto pubblico. “Penso che stiamo spaventando le persone e questo è irresponsabile”, ha affermato, invitando i vertici aziendali a optare per una narrazione più equilibrata.
Il dirigente non ha citato nomi di aziende o di colleghi, ma le sue parole arrivano in una fase in cui i licenziamenti legati all’AI, veri o “falsi” che siano, hanno ormai toccato numerosi settori. Mark Zuckerberg, alla guida di Meta, ha comunicato ai dipendenti che «l’AI è la tecnologia più importante della nostra epoca», mentre Cisco Systems, attraverso una memo del CEO Chuck Robbins, ha giustificato i tagli di quasi 4.000 posti alla necessità di dover “prendere decisioni difficili” per vincere nell’era dell’intelligenza artificiale. Anche Block, la società che gestisce le piattaforme di pagamento Square, Cash App e Afterpay, ha ridimensionato la propria forza lavoro di oltre 4.000 persone, con il fondatore Jack Dorsey che ha spiegato come “un team significativamente più piccolo” possa ottenere risultati migliori grazie ai nuovi strumenti tecnologici.
Le posizioni di Huang nel tempo
Le recenti dichiarazioni di Huang arrivano a distanza di mesi da quando un dirigente della stessa Nvidia, il vicepresidente per il deep learning applicato Bryan Catanzaro, aveva sostenuto il contrario, affermando che per il suo team “il costo della potenza di calcolo supera di gran lunga quello dei dipendenti”.
La presa di posizione del CEO, però, risulta coerente con quanto aveva già espresso in un discorso recente alla Carnegie Mellon University, dove aveva accolto i laureati ricordando che la loro carriera avrebbe preso avvio proprio con la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Lo stesso messaggio, accolto con applausi davanti a una platea di formazione scientifica, era stato invece contestato in altri atenei quando rivolto a studenti di area umanistica.
Le dichiarazioni di Huang non rappresentano una voce isolata. Posizioni analoghe erano state espresse già da Demis Hassabis, alla guida di Google DeepMind, che aveva ricondotto le giustificazioni rispetto ai licenziamenti nel comparto degli sviluppatori a una “carenza di immaginazione” da parte dei datori di lavoro, definendolo quindi un problema di leadership più che di tecnologia.
Dicono lo stesso anche diversi esperti del mercato del lavoro, che segnalano da mesi come l’intelligenza artificiale venga spesso usata come capro espiatorio per giustificare tagli motivati in realtà da ragioni più ordinarie. Il fatto che due tra le figure più influenti del settore, entrambe a capo di aziende che costruiscono l’infrastruttura su cui l’AI si regge, convergano sullo stesso messaggio segnala come stia maturando un diverso modo di leggere il fenomeno.
Cosa dicono i numeri
Sul fronte dei dati il quadro resta complesso. La società di ricollocamento professionale Challenger, Gray & Christmas ha stimato in un rapporto di maggio che nel primo trimestre del 2026 le aziende globali hanno annunciato oltre 50.000 tagli collegati all’intelligenza artificiale, in crescita del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, una quota pari a circa il 17% dei 300.000 licenziamenti complessivi del 2026.
Una ricerca di Goldman Sachs ha calcolato che l’intelligenza artificiale ha ridotto la crescita mensile delle buste paga di circa 16.000 unità nell’ultimo anno, con un aumento dello 0,1 per cento del tasso di disoccupazione. Il World Economic Forum propone però una lettura diversa, citando dati LinkedIn secondo cui l’AI avrebbe invece generato 1,3 milioni di nuovi ruoli, dagli ingegneri specializzati agli annotatori di dati, accanto a oltre 600.000 posti legati ai data center.
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P. F.
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