Una scalinata trasformata in luogo di cultura, una comunità riunita attorno ai libri e due romanzi che riportano alla luce memorie, tradizioni e vicende femminili del Novecento molisano.
PETACCIATO. Le trasformazioni del Novecento molisano, le storie dimenticate delle donne e il valore della memoria come strumento per comprendere il presente. Sono stati questi i temi al centro dell’incontro con Antonietta Aida Caruso, protagonista di un nuovo appuntamento della rassegna “Molise che scrive”, il progetto nato per valorizzare gli autori del territorio e riportare al centro la letteratura molisana.
La presentazione si è svolta nella suggestiva cornice della scalinata della Biblioteca comunale di Petacciato, trasformata per una sera in uno spazio di confronto e condivisione culturale.
Proprio dalla volontà di promuovere la produzione letteraria locale è nato il festival “Molise che scrive”, frutto dell’esperienza del gruppo di lettura L’Acciughina. Da anni il gruppo rappresenta una realtà attiva e partecipata all’interno della comunità: gli incontri si svolgono generalmente con cadenza mensile e i libri vengono scelti direttamente dai partecipanti attraverso proposte condivise e votazioni.
Ad aprire l’incontro è stata Giovanna Raspa, referente del MuSe, che ha dialogato con l’autrice. A seguire i saluti di Paola Lonzi de L’Acciughina. La rassegna nasce proprio con l’obiettivo di creare occasioni di incontro tra autori e lettori e di dare visibilità agli scrittori molisani. Nella Biblioteca comunale è stato inoltre realizzato uno spazio dedicato esclusivamente ai libri degli autori del territorio, pensato come un segno concreto di riconoscimento e valorizzazione della produzione culturale locale.
Tra gli appuntamenti della rassegna, quello con Antonietta Aida Caruso ha offerto l’occasione per approfondire un percorso artistico e professionale difficilmente racchiudibile in una sola definizione. Architetto, docente, artista e scrittrice, Caruso ha attraversato negli anni ambiti diversi, dall’insegnamento dei beni culturali e della storia dell’arte alla ricerca storica, fino alla pittura e alla scrittura.
Al centro di queste esperienze resta la parola, spesso affiancata dall’immagine. Nei suoi lavori il racconto dialoga con il disegno, dando vita a opere che uniscono narrazione e dimensione visiva in una forma espressiva particolarmente personale.
Durante l’incontro sono stati presentati i romanzi La guerra di Adelmina e La contessa e la badessa. Il canto delle rinascite, entrambi pubblicati da Cantieri Creativi (foto di Lucia Bocale).
Nel primo libro prende vita Adelmina, un personaggio immaginario costruito però a partire da storie vere, ascoltate, raccolte e custodite nella memoria collettiva. Attraverso il suo sguardo emerge il Molise rurale del Novecento: la cultura agropastorale, il legame con la terra, le tradizioni religiose, la solidarietà delle comunità e, allo stesso tempo, i pregiudizi e le rigidità sociali dell’epoca.
Adelmina diventa il simbolo di tante donne che hanno attraversato la storia senza lasciare testimonianze ufficiali, ma sostenendo il peso delle difficoltà quotidiane. La sua vicenda parla di giudizi, esclusioni, sofferenze e della complessa condizione femminile in una società governata da regole spesso severe e ingiuste.
Uno dei temi più significativi affrontati dall’autrice è quello della guerra. Non soltanto il conflitto mondiale che attraversa il Novecento, ma anche le guerre private e silenziose combattute nelle case, nelle famiglie e nelle relazioni. Una riflessione che restituisce dignità a quelle storie minori che raramente trovano spazio nei libri di storia, ma che contribuiscono a costruire la memoria collettiva di una comunità.
Nel romanzo emergono inoltre questioni ancora attuali: il peso della dote, il giudizio sul corpo femminile, la paura dell’emarginazione e la ricerca di autonomia. Temi che accompagnano il percorso di una protagonista capace di trasformare il dolore in una forma di riscatto personale.
Diversa l’origine de La contessa e la badessa. Il canto delle rinascite, dove la narrazione si intreccia con figure realmente esistite e con un rigoroso lavoro di ricerca documentale. Pur scegliendo la forma del romanzo, l’autrice mantiene un forte legame con le fonti storiche, gli archivi e le testimonianze che hanno permesso di ricostruire le vicende raccontate.
Anche in quest’opera ritorna uno dei nuclei centrali della sua produzione: la volontà di dare voce a donne che la storia ha spesso relegato ai margini, costringendole al silenzio, all’obbedienza o alla rinuncia. Raccontarle significa restituire loro presenza, dignità e memoria.
Caruso ha ricordato come per molti anni il suo lavoro sia stato guidato da un metodo rigoroso fatto di documenti, verifiche e ricerca storica. Con il tempo è nata però l’esigenza di una scrittura più libera, capace non solo di raccontare i luoghi, ma soprattutto di entrare nella vita delle persone che quei luoghi hanno abitato.
È proprio l’incontro tra rigore storico, sensibilità artistica e libertà narrativa a caratterizzare la sua produzione letteraria, una scrittura che riesce a rendere visibili paesaggi, atmosfere, volti e sentimenti attraverso immagini potenti e dettagli evocativi.
L’appuntamento ha confermato il significato più profondo di “Molise che scrive”: non soltanto presentare libri, ma creare occasioni di confronto attorno alle storie, alla memoria e all’identità di un territorio.
In un tempo in cui tutto sembra consumarsi rapidamente, incontri come questo ricordano che la letteratura può ancora essere uno strumento prezioso per comprendere il passato e leggere il presente. Perché dietro la storia di un territorio ci sono sempre le persone che lo hanno vissuto, trasformato e tramandato alle generazioni successive.
Elisabetta Candeloro














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