Perché saltare il pranzo non fa curriculum


A cura di Rosalba Contentezza

Vicepresidente PLP

 

Lunedì mattina, ore nove. Una figura professionale avanza verso la sala riunioni stringendo un caffè nero che ha il colore del carbone e il sapore del dovere. Ha ripassato i dati della presentazione fino a notte fonda, ma mentre si siede e incrocia lo sguardo di colleghi e colleghe, il primo pensiero che le attraversa la mente non riguarda il fatturato. Riguarda lo spazio fisico che occupa su quella sedia. Forse la sera prima, dopo una giornata d’inferno tra scadenze e imprevisti, ha perso il controllo davanti al frigorifero e ora convive con un senso di colpa formato famiglia. O forse ha passato la mattinata a calcolare come “compensare” quel cornetto mangiato al volo al bar per non lasciare tracce visibili.

Diciamoci la verità: per molti e molte di noi, il corpo non è quasi mai solo un insieme di organi che cooperano per tenerci in vita. È un biglietto da visita, una performance richiesta, a volte un giudice spietato.

È proprio in questa frattura, dove il valore personale viene agganciato alla taglia, che mettono radici i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA). E no, non parliamo di “capricci” o di vanità da copertina, ma di strategie disperate – e clinicamente complesse – per gestire ferite profonde, frammentazioni dell’identità e dolori emotivi che non trovano altre valvole di sfogo.

Scattare la foto del solo corpo emaciato dell’anoressia significa ignorare la realtà. La sofferenza legata al cibo oggi è molto meno fotogenica, più affollata e si nasconde dietro un’apparente normalità da ufficio. C’è chi riduce il corpo ai minimi termini per mettere un silenziatore al mondo, chi vive nel frullatore delle abbuffate compulsive seguite da digiuni punitivi o sport estremo per cancellare il senso di colpa, e chi usa il cibo come un anestetico rapido, affrontando poi il silenzio della vergogna e lo stigma sociale di un peso non conforme. Che si scelga di digiunare o di riempirsi, la radice psicologica è identica: l’impossibilità di verbalizzare una sofferenza interna che viene scaricata sull’unico perimetro che sentiamo di poter governare.

Questo cortocircuito non è una prerogativa dell’adolescenza in crisi. Per quanto l’età di esordio si sia abbassata drammaticamente alle scuole elementari, queste patologie colpiscono la popolazione adulta nel pieno della carriera, tanto che oggi assistiamo ai primi casi storici di DNA di terza e quarta generazione, con modelli disfunzionali tramandati di generazione in generazione come un’eredità invisibile.

Le dinamiche tossiche adorano i contesti professionali stimolanti e si nascondono benissimo dietro la maschera del successo. Il perfezionismo clinico, l’iper-controllo e la resistenza alla fatica vengono premiati dal mercato del lavoro, mentre le persone consumano risorse vitali enormi per nascondere il proprio disagio. Il posto di lavoro fa da amplificatore: tra chi celebra il digiuno perché “sommerso dalle scadenze” e i complimenti non richiesti per un dimagrimento improvviso, si normalizza l’idea che l’efficienza dipenda dalla restrizione.

Ma la vulnerabilità psicologica e i fattori scatenanti – che spesso affondano le radici in esperienze traumatiche, dinamiche familiari complesse, bullismo o vissuti di profonda inadeguatezza – trovano un terreno fertilissimo nella cultura che ci circonda.

Come spiegano gli antropologi Elisabetta Moro e Marino Niola nel saggio Mangiare come Dio comanda, le regole alimentari sono da sempre la materia prima della morale. Nel corso del tempo abbiamo assistito a una bizzarra secolarizzazione: i vecchi tabù spirituali – come l’antico digiuno mistico delle sante – si sono trasferiti direttamente nel piatto, trasformando la gestione della linea nella nuova “religione laica” del nostro tempo.

Qui si attiva un simbolico profondo che richiama direttamente all’etica: il digiuno e la restrizione proiettano un’idea di parsimonia, rigore e specchiata affidabilità.

Chi è in grado di controllare il proprio corpo viene automaticamente percepito come una persona integra ed efficiente, anche sul lavoro.

Al contrario, l’abbondanza nel piatto o la perdita di controllo evocano immediatamente i fantasmi dell’egoismo, della debolezza e dell’impulsività selvaggia. Mangiare o non mangiare diventa così una pagella morale.

Questa liturgia ha usato l’immagine del corpo come uno specchio flessibile delle richieste di mercato. Nel dopoguerra servivano corpi accoglienti e morbidi per comunicare un ritorno alla prosperità e alla dimensione domestica. Poi, con le prime ondate di emancipazione negli anni ’70, le donne hanno scelto coscientemente una silhouette androgina e filiforme: un rifiuto politico delle forme materne tradizionali per abbracciare una nuova essenzialità intellettuale e spirituale ispirata anche alle filosofie orientali. Quella spinta, però, è stata presto colonizzata dal mercato aziendale: dagli anni ’80 in poi, l’ingresso nel potere economico ha richiesto un corpo tonico, muscoloso ed efficiente, capace di dimostrare visibilmente di saper reggere lo stress. Fino alla deriva degli ultimi decenni, dove tra fotoritocchi e filtri social il canone si è staccato dalla biologia per imporre una perfezione artificiale e commerciale.

In tutto questo, il vero discrimine storico tra i generi è sempre stato economico. Se per l’uomo il canone corporeo era la glorificazione plastica di un potere che deteneva già per diritto di nascita, per la donna la conformità estetica è stata l’unica moneta di scambio per contrattare la propria collocazione sociale in un mondo che le negava l’indipendenza finanziaria.

Oggi, però, la pressione contemporanea ha livellato tutti e tutte verso il basso, presentando il conto anche al genere maschile. Il disagio si traveste da virilità performante attraverso l’ossessione per il corpo scolpito, la vigoressia o il controllo esasperato dei nutrienti in nome della massa muscolare perfetta. Anche dietro la scrivania di un professionista uomo può nascondersi lo stesso identico bisogno di controllare il piatto per compensare un senso di fragilità o di vuoto interiore.

La tavola si è trasformata in un tribunale: comprare bio o mangiare light equivale alla salvezza dello spirito; cedere a un dolce diventa il nuovo peccato mortale da espiare. Di fronte a una società che chiede l’impossibile – essere performanti nel lavoro, impeccabili fuori e purissimi dentro –, il cibo diventa uno strumento di regolazione emotiva, di punizione o di anestesia.

La buona notizia è che dal labirinto si può uscire, ma non basta la favoletta della “forza di volontà”. La letteratura scientifica internazionale è perentoria: serve un gioco di squadra, un approccio multidisciplinare integrato in cui la psicoterapia elabori i blocchi emotivi e i vissuti traumatici, la riabilitazione nutrizionale ricostruisca il rapporto con il piatto senza l’ansia del peccato, e la supervisione medica specialistica tuteli i parametri biologici.

Scrivere di disturbi della nutrizione su una rivista di professionisti e professioniste non significa fare un manifesto ideologico, ma un piccolo atto di buon senso. Significa impegnarsi a scardinare la cultura del giudizio estetico nei nostri studi e nei nostri uffici. La vera emancipazione comincia quando iniziamo a valutare le persone per il valore delle loro idee, dei loro progetti e delle loro competenze, restituendo finalmente a ognuno e a ognuna il diritto fondamentale di abitare la propria fisicità in santa pace.

Disclaimer medico: Le informazioni contenute in questo articolo hanno uno scopo puramente divulgativo e informativo e non sostituiscono in alcun modo il parere, la diagnosi o il trattamento medico o psicoterapeutico specialistico.




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