Dal Tec ai rider: com’è cambiato il decreto sul “salario giusto”


ROMA (Public Policy) – Il “salario giusto” non mette d’accordo, tutt’altro. Il decreto Lavoro, varato dal Governo in occasione del 1° maggio, è stato approvato dalla Camera (dopo l’ok alla fiducia di mercoledì mattina) ampliando la distanza tra maggioranza e opposizioni. Queste ultime hanno abbandonato i lavori della commissione, in dissenso con l’andamento dei lavori e con i correttivi più cruciali del decreto arrivati solo alla vigilia dell’approdo in aula del provvedimento, quando sono stati sciolti alcuni dei nodi che hanno ingessato la commissione Lavoro della Camera.

Primo tra tutti la definizione di trattamento economico complessivo (Tec) su cui si è alzata la voce di Cgil, Cisl e Uil, contrarie al passaggio dell’emendamento dei relatori che avrebbe permesso anche ai contratti equivalenti siglati dai sindacati minori di accedere agli incentivi per le assunzioni. Così, è arrivato il passo indietro con la riscrittura della norma che adesso si limita a definire il Tec come la somma delle voci retributive e delle prestazioni welfare definite dai contratti leader stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

“Sta alla contrattazione collettiva, quindi, definire l’alveo del Tec: cosa che mi auguro faranno nel più breve tempo possibile attraverso un accordo interconfederale”, ha commentato il presidente della commissione Lavoro e relatore per FdI del decreto, Walter Rizzetto. Ciò non toglie spazio, tuttavia, alla possibilità che anche i sindacati minori possano accedere ai benefici del decreto. D’altronde, “c’è già nel decreto un principio di equivalenza”, ha evidenziato Rizzetto secondo cui in questo modo viene “garantita la pluralità sindacale”.

SALTA LA RETROATTIVITÀ VOLUTA DA DURIGON. LEGA RINUNCIA A EMENDAMENTO SU CCNL SCADUTI

Nonostante i ripetuti annunci, alla fine il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon non è riuscito a fare in modo che l’articolo 10 sui rinnovi contrattuali venisse riscritto inserendo la retroattività automatica degli aumenti retributivi come previsto in una prima bozza del decreto poi corretta anche per la contrarietà manifestata da Confindustria e Confcommercio.

Così, adesso ci si limita a chiedere alle parti stipulanti di prevedere “procedure idonee a garantire regolarità nei rinnovi” e “meccanismi volti ad assicurare adeguata copertura economica nel periodo intercorrente tra la scadenza del contratto” e la sottoscrizione del relativo rinnovo.

Nel caso in cui però il contratto non dovesse essere rinnovato entro i primi nove mesi dalla scadenza, le retribuzioni dovranno essere adeguate, “a titolo di anticipazione forfettaria dell’incremento retributivo, alla variazione dell’Ipca, nella misura pari al 50% della stessa” e non più del 30% come inizialmente previsto.

Un passo indietro della Lega si registra anche sull’emendamento con cui il Carroccio puntava a stabilire che “nel caso di aziende che applicano contratti collettivi nazionali che non sono rinnovati per un periodo superiore ai 6 anni, i predetti contratti cessano ogni efficacia e vengono cancellati dall’Archivio dei contratti del Cnel”. La proposta normativa, ritirata nel corso dell’esame in commissione, concedeva alle aziende che applicano il contratto cessato 90 giorni di tempo entro cui adottare un diverso contratto. Lo stesso emendamento, infine, puntava a escludere da qualsiasi “incentivo o sgravio normativo, fiscale e contributivo” le aziende che “applicano contratti collettivi nazionali che non sono rinnovati per un periodo superiore ai 36 mesi”.

QUARTA FUMATA NERA PER LA NORMA “SALVA IMPRENDITORI”

È passato alle cronache parlamentari come “emendamento Pogliese” la norma con cui il centrodestra per la quarta volta, senza successo, ha provato a evitare che i datori di lavoro debbano versare gli arretrati retributivi se un giudice accerta la non conformità della retribuzione all’articolo 36 della Costituzione. L’emendamento è stato già ritirato un anno fa da un decreto sull’ex Ilva dal proponente Salvo Pogliese (FdI), poi è stato stralciato in extremis dall’ultima legge di Bilancio e più di recente è rispuntato in una bozza del decreto Pnrr.

Infine, l’ultimo tentativo con il decreto Lavoro è stato compito da Lega e Forza Italia che puntavano a stabilire che “nei confronti dei datori di lavoro che applicano il trattamento economico complessivo” previsto dai contratti siglati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, “l’eventuale rideterminazione giudiziale della retribuzione ha efficacia esclusivamente per il periodo successivo alla proposizione della domanda avente ad oggetto l’accertamento della non conformità ai principi dell’articolo 36 della Costituzione”.

LA STRETTA SUL LAVORO TRAMITE PIATTAFORME CIRCOSCRITTA AI RIDER

Il pacchetto di norme sul lavoro tramite piattaforme digitali riguarderà solo i rider. Lo chiarisce un emendamento firmato dai tre relatori che, in questo modo, esclude dalla stretta sulle piattaforme Taxi e Ncc, come chiedeva Forza Italia.

Resta la presunzione di lavoro subordinato (salvo prova contraria) quando “emergono fatti che indicano direzione e controllo, anche mediante sistemi di monitoraggio automatizzati e di sistemi decisionali automatizzati”. Nella qualificazione del rapporto di lavoro si dovrà tenere conto “tra l’altro, dell’esercizio, anche per il tramite di sistemi di monitoraggio automatizzati e di sistemi decisionali automatizzati, di tutti gli elementi utili alla riconduzione del rapporto di lavoro all’effettivo tipo contrattuale”.

Ai rider viene poi riconosciuto il “diritto di ottenere, su richiesta, una spiegazione intelligibile e il riesame mediante intervento umano delle decisioni automatizzate che dispongono la limitazione, la sospensione o la chiusura del suo account, il diniego della retribuzione per il lavoro prestato o la modifica della situazione contrattuale del lavoratore stesso”. Infine, slitta da luglio a ottobre l’entrata in vigore dell’obbligo per il committente di redazione e consegna al lavoratore del libro unico del lavoro nel quale dovranno essere annotati “per ciascun mese di attività, anche il numero di consegne e l’importo totale erogato al lavoratore”.

INTERINALI, SI ALLUNGANO PERIODI MISSIONI LAVORATORI SOMMINISTRATI

Con un emendamento dei relatori si interviene sul lavoro interinale innalzando la durata del contratto in somministrazione portandola da 24 a 36 mesi.

Nel dettaglio, si individua un arco temporale di massimo 36 mesi, “anche non continuativo ed ulteriore rispetto a quello” di 24 mesi, nell’ambito del quale un utilizzatore può impiegare in somministrazione, con “mansioni riconducibili al medesimo livello e alla medesima categoria legale”, uno stesso lavoratore assunto a tempo indeterminato dalla agenzia per essere inviato in missione a termine. Resta salva l’ipotesi che “il contratto collettivo applicato dall’utilizzatore non preveda un diverso limite”.

BONUS ASSUNZIONI INVARIATI MA DECONTRIBUZIONE FAMIGLIA-LAVORO SOLO FINO AL 2028

L’esonero del versamento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, introdotto dal decreto 1° maggio per “sostenere la conciliazione tra famiglia e lavoro, la maternità e la paternità” troverà applicazione solo fino al 2028. Lo prevede un emendamento firmato dai relatori con cui si circoscrive l’operatività della misura ai soli anni 2026, 2027 e 2028. Si tratta dell’unica modifica apportata in riferimento ai vari incentivi per le assunzioni previsti dal decreto.

IL DISTACCO DEI LAVORATORI SARÀ CONSENTITO ANCHE TRA AZIENDE DI SETTORI DIVERSI

Con l’approvazione di un emendamento della Lega si consente il distacco dei lavoratori anche “tra aziende non appartenenti allo stesso settore o contratto collettivo” purché ci siano “finalità di salvaguardia occupazionale e continuità produttiva” a giustificare il distacco.

La norma stabilisce che “previo accordo sindacale” è ammesso, “in via sperimentale per un triennio” e fino massimo al 31 dicembre 2029, “il distacco di uno o più lavoratori che non comporti il mutamento delle mansioni, anche in assenza dell’interesse del datore di lavoro distaccante ove sia finalizzato alla salvaguardia dei livelli occupazionali o della continuità produttiva, alla conservazione delle competenze professionali ovvero a evitare o a limitare sospensioni dell’attività lavorativa, riduzioni dell’orario di lavoro, ricorso agli ammortizzatori sociali o situazioni di esubero di personale, anche tra aziende non appartenenti allo stesso settore o contratto collettivo”.

ARRIVA IL TUTOR PER LA SOSTENIBILITÀ ECONOMICA DEL DISOCCUPATO

Tra i primi emendamenti approvati in commissione, si segnala quello di Fratelli d’Italia con cui arriva la figura del tutor per la sostenibilità economica del disoccupato o del lavoratore fragile. “Nell’ambito dei programmi operativi, nazionali o regionali, cofinanziati con fondi strutturali periodo di programmazione 2021-2027, gli enti responsabili possono istituire la figura del ‘tutor per la sostenibilità economica’, al fine di fornire servizi di assistenza intensiva ai lavoratori fragili o coinvolti in processi di transizione occupazionale”, recita l’emendamento.

Il tutor “svolge funzioni di accompagnamento, orientamento e assistenza finalizzate alla riorganizzazione della sostenibilità economica della persona che abbia subito la perdita del lavoro o una significativa riduzione del reddito di lavoro, con particolare riferimento ai lavoratori ultracinquantenni, ai soggetti in condizioni di fragilità occupazionale e ai lavoratori caratterizzati da difficoltà di reinserimento lavorativo”.

LAVORATORI CON DISABILITÀ E BONUS ASILI NIDO

Sempre in quota Fratelli d’Italia, entra nel decreto la norma con cui si garantisce che i lavoratori con disabilità mantengano la posizione in graduatoria nell’ambito del collocamento mirato “anche quando assunti con contratto di apprendistato o con contratto a tempo determinato, fino alla trasformazione o alla stipulazione di un contratto a tempo indeterminato”.

Un altro emendamento targato FdI, invece, punta a semplificare l’erogazione del buono di frequenza di asili nido pubblici e privati con l’obiettivo di “incentivare la conciliazione tra famiglia e lavoro”. A tal fine, si stabilisce che “a decorrere dal 1° luglio 2026, gli enti locali comunicano all’Inps, in fase di prima applicazione entro il 1° settembre 2026, il codice fiscale e gli altri elementi identificativi delle strutture pubbliche e private in possesso del titolo abilitativo all’esercizio delle attività relative alla fornitura di servizi educativi per l’infanzia”.

LIMITE 12 MESI PER TIROCINI EXTRACURRICOLARI IN STESSO GRUPPO

“La durata massima complessiva dei tirocini extracurricolare, da svolgersi presso imprese appartenenti al medesimo gruppo, non può eccedere i dodici mesi, fermi restando i limiti previsti dalla legislazione vigente”. La novità è stata inserita nel decreto attraverso la riformulazione di un emendamento presentato dal deputato Luigi Marattin (partito Liberaldemocratico).

In questo modo, si inizia “a evitare l’abuso dei tirocini per i giovani. Non sarà più possibile per aziende dello stesso gruppo far fare ad un giovane infiniti stage a catena, uno dopo l’altro”, ha commentato Marattin.

PREVIDENZA COMPLEMENTARE, DALLA GOVERNANCE ALLA LIQUIDAZIONE DEI RISPARMI

Nel decreto hanno trovato spazio anche novità che riguardano il mondo della previdenza complementare, dalla governance degli organi fino alla liquidazione dei risparmi.

Fratelli d’Italia e Lega firmano gli emendamenti con cui si prevede che “gli organi di amministrazione e di controllo delle forme pensionistiche complementari durano in carica cinque esercizi e non possono essere rinnovati per più di due mandati consecutivi” senza computare “i mandati espletati prima dell’entrata in vigore del presente decreto”. Per quanto riguarda presidente e vicepresidente “sono eletti dall’organo di amministrazione rispettivamente tra i propri componenti”, si legge nella norma.

Per quanto riguarda la liquidazione dei risparmi, dal 1° luglio 2026 sarà abbassata dal 60% al 50% la soglia per la liquidazione immediata di quanto accumulato nei fondi pensione. La novità è contenuta all’interno di un emendamento di Forza Italia che riduce dal 60% al 50% il limite massimo percentuale del montante finale accumulato in relazione alle prestazioni pensionistiche in regime di contribuzione definita e di prestazione definita che possono essere erogate in capitale, quindi in un’unica soluzione.

A differenza di una precedente versione del testo, salta invece la parte che avrebbe cancellato la possibilità di rateizzazione quinquennale del capitale accumulato nei fondi pensione. L’entrata in vigore di questa opzione viene solo rinviata al 31 ottobre 2026.

Allo stesso modo, salta anche la possibilità di rinviare al 1° gennaio 2027 l’operatività della norma che permette ai lavoratori, dal 31 ottobre 2026, di trasferire la posizione individuale da una forma complementare a un’altra, non solo per quanto riguarda il contributo del lavoratore e il Tfr, ma anche il contributo a carico del datore di lavoro che, a differenza del passato, non è più subordinato ai “limiti” e alle “modalità stabilite dai contratti o accordi collettivi, anche aziendali”.

Durante le votazioni in commissione, infatti, Forza Italia ha ritirato l’emendamento che puntava a ottenere un ulteriore slittamento rispetto a quello già previsto attraverso una modifica al decreto Pnrr con cui l’applicazione della norma è slittata da luglio a ottobre 2026.

NULLA DA FARE PER ESTENSIONE ISOPENSIONE

Durante l’esame in commissione sono stati ritirati gli emendamenti presentati da Forza Italia e Lega per prorogare l’applicazione del regime di isopensione, attualmente previsto per il periodo 2018-2026. Mentre il Carroccio chiedeva di estendere il regime fino al 31 dicembre 2029, gli azzurri chiedevano un’estensione fino al 2027.

Sulle proposte in questione “mancava il parere del Mef”, ha spiegato il presidente della commissione Walter Rizzetto (FdI). (Public Policy)

@cg_pastore


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