Negli ultimi anni TikTok, Instagram e YouTube si sono riempiti di contenuti chiamati “Get Ready With Me”, più conosciuti come GRWM. Letteralmente significa “preparati con me”, ma ormai è diventato qualcosa di molto più ampio: ragazze e ragazzi che si filmano mentre si truccano, scelgono cosa indossare, preparano lo zaino, sistemano la stanza, raccontano la giornata o condividono pensieri personali davanti alla videocamera.
Accanto ai GRWM ci sono poi i vlog quotidiani, in cui gli utenti mostrano pezzi della propria vita: scuola, lavoro, famiglia, amicizie, relazioni, momenti felici e momenti difficili. A prima vista sembrano contenuti leggeri, spontanei, quasi banali. In realtà raccontano molto del modo in cui oggi si costruisce l’identità, soprattutto durante l’adolescenza.
Perché il punto non è solo “mi preparo e mi filmo”. Il punto è: che immagine sto dando di me? Quanto di quello che mostro corrisponde davvero a ciò che sono? E quanto, invece, viene scelto, tagliato, sistemato e reso più bello perché so che qualcuno mi guarderà?
Durante l’adolescenza queste domande diventano ancora più importanti. Lo psicologo Erik Erikson sosteneva che proprio in questa fase della vita la costruzione dell’identità rappresenta uno dei compiti evolutivi principali. L’adolescente prova a rispondere, più o meno consapevolmente, alla domanda: “Chi sono?”. Lo fa attraverso le esperienze, le relazioni, i valori, le appartenenze, i gusti personali e il modo in cui viene riconosciuto dagli altri.
E oggi questo “sguardo degli altri” passa moltissimo dai social.
Chi sono online?
Qui si può richiamare anche il concetto di “sé riflesso” di Charles Horton Cooley: l’immagine che abbiamo di noi stessi si forma anche in base a come pensiamo di essere percepiti dagli altri. La differenza è che, nell’era digitale, questo meccanismo è continuo, immediato e misurabile. Like, commenti, visualizzazioni, condivisioni e follower diventano risposte rapide alla propria immagine. Possono far sentire accettati, apprezzati, parte di qualcosa. Ma possono anche creare dipendenza dall’approvazione esterna.
Il peso dello sguardo degli altri
Quello che per molti adulti appare incomprensibile, per tanti adolescenti è invece normalità quotidiana. Prepararsi davanti al telefono, mostrare la skincare, raccontare cosa si indossa, scegliere la luce giusta, il filtro giusto, la frase giusta: tutto questo diventa parte di una vera e propria performance sociale.
Non significa necessariamente mentire. Non sempre chi pubblica sta falsificando la realtà. Spesso sta semplicemente selezionando cosa mostrare. Però quella selezione, ripetuta ogni giorno, contribuisce a costruire un’identità digitale che rischia di fondersi con l’identità reale.
Tra identità reale e identità digitale
Un aspetto sempre più evidente riguarda anche l’uso precoce della cosmesi. Nei GRWM, infatti, compaiono spesso prodotti skincare, make-up, sieri, creme, correttori, blush, illuminanti, maschere viso e routine molto strutturate. Il problema non è il prodotto in sé, né il desiderio di prendersi cura del proprio aspetto. Il punto è che sempre più bambine e preadolescenti si avvicinano alla cosmesi con un’idea già adulta del corpo, della pelle e della bellezza.
Il fenomeno della cosmesi precoce
La cura di sé, che potrebbe essere un gesto positivo, rischia così di trasformarsi in controllo continuo dell’immagine. La pelle deve essere perfetta, il viso deve apparire luminoso, i difetti vanno corretti, le occhiaie coperte, i capelli sistemati, il corpo sempre presentabile. Anche prima che ce ne sia davvero bisogno.
In questo senso, la cosmesi precoce non riguarda solo il trucco. Riguarda il rapporto con il proprio corpo. Riguarda il modo in cui una ragazzina impara a guardarsi allo specchio. E riguarda anche l’idea, molto potente, che per essere accettabili sia necessario “migliorarsi” costantemente.
Il rischio è che la normalissima fase di trasformazione del corpo adolescenziale venga vissuta come qualcosa da correggere. Brufoli, pelle lucida, capelli disordinati, occhiaie, forme che cambiano: tutto ciò che appartiene alla crescita può essere percepito come un difetto da nascondere. E quando questa percezione viene alimentata ogni giorno da contenuti perfetti, routine estetiche e volti filtrati, il confine tra cura e insicurezza diventa molto sottile.
Quando la cura diventa pressione
Naturalmente non si tratta di demonizzare i social. Né di dire che ogni GRWM sia pericoloso. Molti contenuti possono essere creativi, divertenti, persino rassicuranti. Per alcuni ragazzi rappresentano un modo per raccontarsi, per sentirsi meno soli, per condividere interessi e appartenenze. Il problema nasce quando il valore personale inizia a dipendere quasi esclusivamente da ciò che arriva dall’esterno.
Social network: rischi e opportunità
In adolescenza il giudizio dei pari ha già un peso enorme. Se a questo aggiungiamo la possibilità di ricevere approvazione immediata attraverso i social, capiamo quanto il meccanismo possa diventare delicato. Un video che va bene può far sentire forti, belli, interessanti. Un video ignorato, criticato o deriso può invece colpire direttamente l’autostima.
L’autostima nell’era dei like
Nel mio lavoro mi capita spesso di incontrare ragazzi che fanno fatica a mantenere un’immagine coerente di sé. Da una parte c’è quello che sentono di essere nella vita reale; dall’altra c’è quello che mostrano online, o che pensano di dover mostrare. A volte queste due immagini coincidono. Altre volte si allontanano, creando confusione, pressione e senso di inadeguatezza.
Per questo è importante parlare di GRWM, vlog e cosmesi precoce senza banalizzare. Non sono solo “video di ragazzine che si truccano” o “contenuti leggeri da social”. Sono spazi in cui si costruiscono modelli, desideri, confronti e aspettative.
Educare all’identità digitale
La vera domanda, allora, non è se i ragazzi debbano o meno usare i social. La domanda è: li stiamo aiutando a capire cosa stanno guardando e cosa stanno mostrando?
Educare all’identità digitale significa proprio questo: aiutare bambini e adolescenti a distinguere la cura di sé dall’ossessione per l’immagine, la condivisione dalla sovraesposizione, il gioco dalla dipendenza dal giudizio altrui.
Perché prepararsi davanti a una videocamera può sembrare un gesto semplice. Ma, soprattutto durante la crescita, può diventare uno specchio potente. E come tutti gli specchi, restituisce un’immagine. Sta agli adulti aiutare i ragazzi a capire che quell’immagine non dice mai tutto di loro.
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Alessia Giannatempo
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