L’idea di portare Illycaffè in borsa affonda le radici già nei primi anni Duemila, quando l’azienda triestina, ancora saldamente sotto il controllo familiare, iniziava a ragionare su una possibile apertura al mercato dei capitali per sostenere l’espansione internazionale. Era un periodo di euforia post-internet, ma la bolla Dot-com stava per esplodere e i mercati finanziari entrarono in una fase di forte turbolenza.
Francesco Illy e i suoi successori valutarono con prudenza: un’azienda radicata nella qualità assoluta del caffè Arabica non poteva permettersi di debuttare in un contesto volatile, dove la valutazione avrebbe risentito di una congiuntura sfavorevole.
La crisi finanziaria del 2008, con il fallimento di Lehman Brothers, rafforzò ulteriormente questa cautela. I piani vennero congelati per anni, mentre l’azienda preferiva crescere organicamente, investendo in innovazione, sostenibilità e presenza diretta nei mercati chiave come Stati Uniti ed Europa.
Una quotazione sempre rimandata
Il vero punto di svolta arrivò nel 2020-2021. In piena pandemia, Illycaffè decise di aprire il capitale per la prima volta nella sua storia quasi centenaria, cedendo una quota di minoranza del 20% al fondo statunitense Rhône Capital per circa 200 milioni di euro. L’operazione, assistita da Goldman Sachs, non solo permise di liquidare parzialmente uno dei rami familiari (Francesco Illy), ma fornì risorse fresche per accelerare la crescita all’estero, in particolare negli USA, mercato prioritario per il brand premium.
Andrea Illy, presidente, dichiarò esplicitamente che un’IPO rappresentava una delle opzioni da considerare “nel giro di qualche anno”, con la famiglia intenzionata a mantenere il controllo. Rhône Capital entrò proprio con l’orizzonte di un’exit attraverso la borsa, tipica dei fondi di private equity. In quel momento i ricavi consolidati si attestavano intorno ai 500 milioni di euro, con una posizione finanziaria gestibile e una crescita sostenuta nonostante le chiusure dei canali HoReCa dovute al Covid.
Tra il 2021 e il 2022 l’azienda si preparò tecnicamente alla quotazione. Venne nominata Cristina Scocchia come amministratore delegato nel gennaio 2022, con un mandato esplicito che includeva la preparazione al listino. Si adottarono i principi contabili internazionali IFRS, si rafforzò il reporting integrato di sostenibilità (coerente con la certificazione B Corp ottenuta nel 2021) e si definì un piano industriale triennale che puntava a un’IPO entro il 2026. I risultati supportavano questa traiettoria: i ricavi passarono da circa 568 milioni nel 2022 a 595 milioni nel 2023 e 630 milioni nel 2024, con EBITDA adjusted in crescita fino a 110 milioni nel 2024.
La famiglia e il fondo condividevano la visione di una quotazione come naturale evoluzione, capace di valorizzare il brand, attrarre capitali per nuove acquisizioni e innovazione, e offrire liquidità parziale senza cedere il timone.
Un mercato delle commodity non favorevole
Tuttavia, dal 2024 in poi le condizioni esogene iniziarono a complicare il quadro. Il prezzo del caffè verde Arabica schizzò a livelli record storici, raggiungendo picchi oltre i 400 centesimi per libbra e triplicando la media di lungo periodo a causa di eventi climatici estremi (siccità in Brasile, La Niña), problemi logistici e tensioni geopolitiche.
Questo rincaro straordinario compressero i margini: nel 2025 i ricavi salirono comunque a circa 690-700 milioni (+11% circa), grazie a pricing strategico e crescita volumi, ma l’EBITDA adjusted scese a 90 milioni e l’utile netto a 20 milioni, con una posizione finanziaria netta negativa intorno ai 197 milioni per via degli investimenti sostenuti. Scocchia e Andrea Illy iniziarono a sottolineare pubblicamente che servivano due condizioni per quotarsi: un track record interno solido (che l’azienda aveva costruito) e un contesto macroeconomico-geopolitico favorevole (che mancava).
Il sogno di Wall Street rimandato (ancora)
Nel 2025 i piani per il 2026 vennero ufficialmente ridimensionati. A fronte di dazi USA sul caffè brasiliano (fino al 15%), instabilità in Medio Oriente e prezzi della materia prima ancora elevati, l’AD dichiarò al Meeting di Rimini che la quotazione nel 2026 “non era più realistica”.
Rhône Capital accettò di posticipare l’exit, confermando una visione di lungo termine: l’azienda continuava a generare dividendi (12,7 milioni incassati dalla famiglia nel 2024) e a crescere, quindi non c’era urgenza di forzare i tempi. Il 2026 sarebbe servito per “riflettere” e monitorare il calo del caffè verde, auspicato entro fine anno. Nessun passaggio intermedio a un altro fondo PE venne preso in considerazione.
Giungiamo così a giugno 2026, quando questa settimana sono iniziati a circolare rumors su un possibile sbarco diretto a Wall Street entro fine anno o al massimo nel Q1 2027, con advisor al lavoro e focus su Millennials e Gen Z amanti del “lusso silenzioso”. La Stampa riportò fonti vicine al dossier che davano per imminente la decisione. Tuttavia, l’azienda ha smentito rapidamente definendo le ricostruzioni “non fondate” rispetto allo stato attuale delle valutazioni interne.
Il 2027 sarà l’anno giusto?
Cristina Scocchia ha ribadito che l’IPO resta un’opzione strategica, ma dipenderà da fattori esterni: solo quando il caffè verde scenderà e il contesto si stabilizzerà si procederà, annunciandolo formalmente. La scelta americana, più che Piazza Affari, riflette il peso del mercato USA nel fatturato e la maggiore appetibilità per investitori istituzionali attratti da storie di premium consumer goods sostenibili.
Ogni fase di avvicinamento alla quotazione è sfumata per una combinazione di shock esterni – dalla bolla Dot-com alla Grande Recessione, dalla pandemia ai rincari record del caffè – e di una prudenza tipicamente familiare.
Rhône Capital resta paziente, la famiglia coesa dopo i riassetti proprietari (uscita di Daria Illy nel 2025). La quotazione rimane “nell’ordine delle cose”, ma solo quando le condizioni permetteranno di valorizzare appieno novant’anni di storia triestina sul palcoscenico globale.
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