I documenti scomparsi di Falcone al Ministero Di Giustizia.
Che Falcone avesse dei personali documenti riservati è fuori dubbio. Che li custodisse al Ministero di Giustizia nel suo ufficio, è altrettanto certo. Lo hanno confermato diversi testimoniattendibili, quali amici, giornalisti, magistrati e collaboratori.
Insediatosi a Roma il 13 marzo 1991 Falcone tornò spesso a Palermo per completare il trasporto dei documenti nel suo nuovo ufficio ministeriale, dal bunkerino del Tribunale di Palermo. Un pomeriggio di fine marzo, il giornalista dell’unità Saverio Lodato andò a trovarlo al Palazzo di Giustizia di Palermo. Lo trovò che lavorava, firmava, fotocopiava, rispondeva al telefono, dava direttive alle segretarie (tra queste ricordo con affetto Barbara, conosciuta qualche anno dopo), al secondo piano del Palazzo di Giustizia, ove si era trasferito, dopo la nomina a procuratore aggiunto. Metteva le carte in enormi scatoloni di cartone destinati al suo ufficio romano.
Lodato disse a Falcone <è una minchiata> andare a Roma. Falcone reagì amareggiato mentre chiudeva gli scatoloni con nastro adesivo: «Faccio una minchiata? Qui è diventato impossibile lavorare. A Palermo per me non c’è più spazio. Ho chiuso.>>E urlò: <<Ieri ho telefonato a un giovane collega di Enna per chiedergli notizie su un imputato di mafia. Il collega si è messo a disposizione. Ma, mi ha richiamato dieci minuti dopo: era sconvolto», poiché «Appena chiusa la telefonata con me, -proseguì Falcone -, ne ha ricevuta un’altra dal mio capo, dal procuratore Pietro Giammanco».
«Giammanco sapeva della telefonata, le informazioni chieste da me al collega di Enna e a chi le avevo chieste. Giammanco ha ricordato al collega di Enna che il capo della Procura resta lui e che non gli sfuggiva niente del lavoro che faccio. Ti basta come segnale? Così non posso più andare avanti». E intimò a Lodato di tacere. E dunque Falcone portò tutti i suoi documenti nell’ufficio di via Arenula, contemporaneamente effettuò delle copie di archivi sui floppy disk del tempo e, arrivato a Roma, a distanza di soli 3 gg. si vide con il deputato, ex Giudice Ferdinando Imposimato.
D’altra parte, parte del testo, contenuto nella personale agenda elettronica lasciata da Falcone alla giornalista Liliana Milella non era la sola testimonianza che Falcone aveva lasciato per dopo la sua morte, che egli presentiva vicina.
Da notare un particolare importante. La consegna del diario elettronico alla Milella avvenne nel luglio del 1991, quando ormai Falcone era da circa cinque mesi al Ministero della Giustizia. Ed avendo al suo fianco la “fida” Liliana Ferraro, magistrato a capo della sua segreteria, di cui abbiamo parlato nei precedenti articoli.
Alla stessa, che non doveva considerare troppo affidabile, Falcone, non affidò mai alcun documento alla sua segretaria particolare.(A. Bolzoni – La Repubblica del 25 giugno 1992).
La Ferraro provava disagio per il fatto che il Direttore degli Affari Penali, Giovanni Falcone, avesse affidato parte dei suoi segreti a una giornalista come la Milella, e non a lei, suo braccio destro al Ministero della Giustizia, quindi, quando la giornalista su indicata, dopo la strage di Capaci, lo pubblicò, alla Ferraro non rimase altro che escludere che Falcone avesse lasciato quel memoriale che fece tanto scalpore in quanto accusava il Capo Procuratore Giammanco di Palermo di averlo ostacolato nelle indagini e non solo.
Dopo avere letto del diario di Falcone pubblicato dalla collega Milella, sul Sole 24 Ore, il giornalista dell’Unità Saverio Lodato ricordò che sulla esistenza di un diario integrale, il Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto, capo di Falcone a Palermo, non aveva mai avuto dubbi, anche se non era mai stato trovato. Caponnetto, aggiunse, che qualcuno dopo avertrovato il diario integrale di Giovanni Falcone, lo aveva fattosparire. Anche il magistrato Giuseppe Ayala, ex componente del Pool Antimafia guidato da Falcone, disse che Falcone <annotava tante cose, negli ultimi tempi scriveva tutto. Riversò gli appunti su un dischetto del suo computer personale> (Fonte, La Sicilia, 6 ottobre 2009). Era certo che quando lasciò Palermo, Falcone portò tutto con sé a Roma.
Antonino Caponnetto non aveva dubbi:< Una mattina lessi sul giornale Il Sole 24 ore, che erano stati pubblicati i suoi (di Falcone) diari, quelle due cartelle soltanto> ed aggiunse <le altre cartelle non so dove siano andate a finire, perché ce n’erano sicuramente delle altre, che coprivano tutto il periodo della Procura>.
<Una volta gli chiesi: come va con i tuoi diari? Te li porti sempre appresso?> e Falcone mi rispose < ora non ne ho più bisogno . Ho un’agenda elettronica che è una cosa meravigliosa, nella quale trasferisco la mia vita di ogni giorno>;< Non è che stia facendo un diario, ci sono episodi che preferisco memorizzare e annotare a futura memoria>. Questi i ricordi maggiormente circonstanziati dell’ex Capo Procuratore di Palermo, Antonino Caponnetto.
A non avere dubbi sul diario di Falcone era stato anche Paolo Borsellino che con Falcone aveva frequenti rapporti.Paolo Borsellino, pochi giorni prima della strage di via D’ Amelio, durante un’assemblea pubblica nell’atrio della settecentesca Biblioteca comunale di Palermo – il 25 giugno 1992 -, confermò l’autenticità del diario di Falcone pubblicato dalla giornalista L. Milella: «Posso dire, per evitare che su questo punto possano nascere speculazioni fuorvianti, che gli appunti pubblicati dal Sole 24 Ore, li avevo letti in vita di Falcone».
Chi aveva accesso all’ufficio di Giovanni Falcone?
A quali importanti dossier penali stava lavorando?
Quali erano le connessioni con il lavoro del Pool milanese di Antonio Di Pietro e Tangentopoli?
Sul prossimo numero le risposte.
Francesca Toto – Centro Studi Imposimato
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