Volkswagen, a che punto è la crisi dell’auto …




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In queste ore il titolo ordinario di Volkswagen segna un pesante ribasso del 4,03% a 82,1 euro, dopo un minimo a 81,4 euro sui bottom di fine 2024. Movimenti simili per le azioni di risparmio.

Ieri l’assemblea generale degli azionisti della casa di Wolfsburg ha approvato la decisione di distribuire un dividendo da € 5,20 per le azioni ordinarie (DE0007664005) e da € 5,26 per le azioni di risparmio (DE0007664039): la cedola andrà in pagamento il prossimo 23 giugno 2026.

Nelle valutazioni, come preannunciato, non è stata inserita la svalutazione non-cash dell’avviamento di Porsche, ma il payout ratio, ossia la quota degli utili distribuita dal Volkswagen agli azionisti supera il 30%, in linea con la guidance della società sulle distribuzioni che devono almeno coprire il 30% appunto degli utili del gruppo. Per quel che riguarda le azioni di risparmio, sui valori di fine 2025 (si tratta della cedola sui risultati dello scorso esercizio), il loro dividendo valeva il 5,1% (dividend yield delle risparmio).

Volkswagen, una fase critica che dura da tempo

Ma nonostante la remunerazione del capitale e le rivendicazioni del management sui risultati, a Wolfsburg tira ancora una forte aria di crisi.

L’ascoltata rivista tedesca Manager Magazin ha pubblicato nei giorni scorsi un preoccupante sondaggio condotto tra i membri del consiglio di gestione e quelli del consiglio di sorveglianza, quindi nel vertice amministrativo della casa automobilistica, ed è emerso che sei membri del consiglio di gestione su un totale di nove hanno evidenziato persino un rischio per la sopravvivenza della storica società tedesca, mentre altri tre hanno parlato di situazione critica.

Alle prese con i dazi di Trump negli Stati Uniti e con la lotta selvaggia sui prezzi nei mercati cinese e asiatico, la casa automobilistica tedesca non affronta decisamente un buon periodo.

Appena l’altro ieri il taglio delle stime di BMW, che ha lanciato un profit warning e sottolineato soprattutto la crisi di prezzo e concorrenza in Cina e nei mercati asiatici, ha confermato la delicatezza del momento per l’auto europea e tedesca.

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Volkswagen, un segnale negativo dalle dimissioni di Wiegand

Tensioni sono emerse anche con la decisione all’ultimo momento di Susanne Wiegand, manager del settore difesa già alla guida in passato del Renk Group, di non candidarsi per la rielezione nel consiglio di sorveglianza.

Quest’organo a 20 membri è il più politico dell’amministrazione di Volkswagen, vi siedono i rappresentanti dei lavoratori e degli azionisti.
Vi si fronteggiano i soci forti che comprendono lo Stato della Bassa Sassonia, che controlla l’11,8% del capitale e il 20% dei voti; l’azionista di riferimento Porsche Automobil Holding SE (31,9% del capitale, 53,3% dei voti) e Qatar Holding (10,4% del capitale, 17% dei voti).

Le dimissioni di Wiegand a ridosso dell’assemblea sono state lette con preoccupazione da diversi osservatori, a partire da Tanja Bauer (Deka Investment) che, citata dal Financial Times che all’argomento ha dedicato un articolo, ha parlato di un “segnale molto negativo”.

Si teme per l’indipendenza di un consiglio sempre più stretto tra soci forti e non sfuggono al quotidiano britannico le polemiche sul processo di cessione dell’importante divisione diesel marini Everllence (la ex Man Energy Solution), valutata circa 10 miliardi di dollari e contesa da fondi come CVC Capital Partners e Bain Capital e da EQT, un soggetto appoggiato – sembra – dagli azionisti di Volkswagen Porsche e Qatar Investment Authority.
Volkswagen manterrà comunque il 49% della divisione, ma il processo di vendita è all’attenzione degli investitori internazionali.

Ma come va il gruppo Volkswagen?

Nel 2025 il gruppo Volkswagen sotto la guida cel CEO Oliver Blume e del CFO e COO Arno Antlitz ha registrato vendite stabili a 322 miliardi di euro (-0,8%), ma l’utile operativo è crollato del 53% a 8,87 miliardi di euro sui livelli più bassi dai tempi del Dieselgate del 2016.

L’impatto è stato attribuito principalmente ai dazi di Trump e alla revisione delle strategie di Porsche a effetti valutari e nel mix di prodotto.
Oneri straordinari che sono costati miliardi di euro e hanno comportato un utile l’avvio di manovre di ristrutturazione imponenti con piani per il taglio di circa 50 mila posti in Germania in tutti i brand entro il 2030.

Entro quell’anno il management intende tagliare i costi di 6 miliardi di euro dopo il taglio da 1 miliardo del 2025.

Anche in quest’anno 2026 il gruppo si aspetta una crescita piatta dei volumi (ricavi +0%/+3%) con un net cash flow tra 3 e 6 miliardi per la divisione auto e una liquidità netta tra 32 e 34 miliardi di euro. Tensioni geopolitiche e commerciali non semplificano il quadro.

Né il primo trimestre di Volkswagen ha inviato segnali di forza particolari. Nel periodo Volkswagen ha registrato ricavi in calo del 2,5% a 76 miliardi di euro con un calo dei volumi del 6,9% a 2 milioni di veicoli. L’utile operativo del gruppo di Wolfsburg è calato del 14,3% a 2,5 miliardi di euro.

È stata confermata la guidance 2026 che prevede anche un margine operativo del 4,0%/5,5%. Per fortuna in Europa gli ordini sono cresciuti in maniera importante. Il CFO Arno Antlitz ha confermato il piano “In China, for China”, ossia la localizzazione della produzione cinese per il mercato asiatico, che è anche la risposta del gruppo alla furiosa guerra dei prezzi in atto su quei mercati.

Con un taglio di costi di 1 miliardo di euro e un net cash flow di 2 miliardi arrivano segnali di consolidamento, ma i margini, anche prima delle poste straordinarie, restano bassi al 4,3% appena.

“In questo contesto – ha affermato Antlitz – i tagli di costo previsti non bastano. Dobbiamo trasformare dalle fondamenta il nostro modello di business e raggiungere dei miglioramenti strutturali e sostenibili”.

La sfida di Volkswagen è insomma imponente. Forse esistenziale.


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