Il problema dell’acqua in Sicilia non è soltanto la siccità


Chiedo scusa se continuo a parlare di Sicilia e di acqua: acqua che manca, acqua che non scorre, rubinetti a secco, esasperazione. Chiedo scusa perché sono ripetitivo, lo so. E poi il presidente Renato Schifani ha detto che l’emergenza è risolta. Ma, nella mia città, veniamo da diciotto giorni, diciotto, di interruzione della rete idrica. Anzi, della fatiscente rete idrica. L’ennesima rottura – mai parola fu più adatta – ha mandato in tilt una città di ottantamila abitanti, Marsala. E quindi, sì, bisogna parlare di acqua.

Bisognerebbe, in verità, parlare anche di fuoco, dato che l’estate è appena cominciata e il fuoco si è già mangiato Montagna Grande, bosco meraviglioso nel cuore della provincia di Trapani, bruciato per quattro giorni, con un via vai disperato di elicotteri e Canadair. Dovrei parlare di fuoco, sì, per raccontare di come, in tutti questi anni, ogni anno si ripetano le stesse scene, nonostante i proclami. Adesso abbiamo anche le telecamere in 4K, sensibili al calore e al vento, e i droni, e tutti gli apparecchi possibili e immaginabili che hanno trasformato l’affare incendi in una sorta di Grande Fratello permanente. La differenza è che adesso sembra di essere in una specie di film dell’orrore ambientalista: vediamo l’inferno in diretta, prendiamo atto della nostra impotenza.

Ma forse acqua e fuoco sono la stessa storia. Sono due facce della stessa Sicilia. Una Sicilia che da decenni conosce perfettamente i propri problemi e continua a trattarli come eventi straordinari. Ogni estate manca l’acqua. Ogni estate bruciano i boschi. La verità è che in Sicilia siamo riusciti nell’impresa di trasformare l’emergenza in un modello di governo. L’emergenza idrica non è un’emergenza. È la normalità. Lo dimostrano le perdite delle reti idriche, che in alcune zone superano il cinquanta per cento. Lo dimostrano i quartieri che ricevono acqua a giorni alterni. Lo dimostrano le autobotti private, che prosperano come se fossimo nel deserto del Negev e non nel centro del Mediterraneo.

La Sicilia è una terra che riceve piogge, possiede dighe, invasi, sorgenti, eppure riesce sistematicamente a trovarsi senz’acqua. È un piccolo capolavoro amministrativo. Un miracolo al contrario. Così come è un miracolo al contrario quello degli incendi. Perché Montagna Grande non è bruciata soltanto quest’anno. Era già bruciata. E prima ancora era già bruciata. E probabilmente brucerà ancora.

Cambiano i governi regionali, cambiano gli assessori, cambiano i dirigenti, cambiano persino le sigle dei dipartimenti. Restano identiche le immagini dei Canadair che sorvolano le fiamme e dei sindaci che guardano il cielo – o la diretta streaming, è lo stesso – sperando che il vento cambi direzione. E mentre osserviamo lo spettacolo, qualcuno continua a dirci che va tutto bene, che l’emergenza è sotto controllo, che il peggio è passato. Forse è vero. Forse il peggio è passato. Il problema è che torna puntualmente ogni estate.

Se però devo scegliere una storia per antonomasia, una di quelle notizie che spiegano la Sicilia meglio di qualsiasi saggio sociologico, allora non posso che fermarmi ad Agrigento. La Girgenti di Luigi Pirandello. E Pirandello c’entra moltissimo, perché questa è una storia che vive interamente dentro il paradosso. Anzi, dentro uno di quei paradossi così perfetti da sembrare inventati da uno scrittore particolarmente cattivo.

La notizia è questa: protestano gli abusivi perché non hanno l’acqua. E non si limitano a protestare. Hanno diffidato il sindaco e il prefetto. Li hanno messi in mora. Minacciano di rivolgersi ai giudici. Sì, avete capito bene. I proprietari delle case abusive costruite all’interno della Valle dei Templi chiedono che lo Stato garantisca loro l’approvvigionamento idrico.

È una storia che, letta velocemente, fa sorridere. Ma solo all’inizio. Perché nella contrada Maddalusa, una vasta area che scende verso il mare, vivono centinaia di famiglie. Loro preferiscono definirsi «residenti della Zona A». Il termine «abusivi» non piace. Eppure la sostanza non cambia: si tratta di edifici sorti in un’area di inedificabilità assoluta, all’interno del Parco archeologico della Valle dei Templi.

Case che non avrebbero dovuto essere costruite. Case che, in molti casi, non potrebbero essere sanate. Case che talvolta sono state persino raggiunte da ordinanze di demolizione. Eppure sono lì. Da decenni. Con le strade comunali. Con i nomi delle vie. Con la fibra ottica. Con la Tari da pagare. Con l’Imu da versare. Con tutti i segni esteriori della cittadinanza amministrativa, tranne uno: il diritto ad avere l’acqua.

Per anni il problema è stato aggirato grazie alle autobotti. Una soluzione alla siciliana: tutti sanno che la situazione è irregolare, tutti fanno finta di niente e il sistema continua a funzionare. Poi qualcuno ha deciso di introdurre un concetto rivoluzionario: la legalità. La società che gestisce il servizio idrico ha chiesto che l’acqua venga distribuita da operatori autorizzati, che provenga da fonti controllate e che sia consegnata a utenti dotati di regolare contratto.

Ed è qui che la commedia diventa tragedia. Perché, per stipulare un contratto, bisogna dimostrare di avere titolo sull’immobile. Ma, se l’immobile è abusivo, il titolo non c’è. Quindi non c’è il contratto. Quindi non c’è l’acqua. Così centinaia di persone si ritrovano senza una risorsa essenziale e reagiscono come reagirebbe qualsiasi cittadino europeo del XXI secolo: protestano, diffidano le istituzioni, invocano il diritto all’acqua. E hanno persino ragione. Perché l’acqua è un diritto fondamentale. Perché nessuno può essere lasciato senz’acqua. Perché tra quelle case vivono anziani, disabili, famiglie, bambini. E tuttavia resta lì, gigantesca, la contraddizione.

Lo Stato dovrebbe garantire un servizio pubblico dentro edifici che lo stesso Stato considera illegali. Dovrebbe intervenire per sanare gli effetti di una situazione che non avrebbe mai dovuto consentire. Dovrebbe riconoscere, nei fatti, ciò che sulla carta continua a negare. È il trionfo della Sicilia delle zone grigie. Quella dove una casa è abusiva ma paga le tasse. Dove un immobile dovrebbe essere demolito ma viene raggiunto dalla fibra ottica. Dove l’illegalità diventa prassi amministrativa. Dove tutti sanno, tutti vedono, tutti rinviano.

Che paradosso, no? Ma forse nemmeno tanto. Perché la storia di Agrigento non è poi così diversa da quella di Marsala, la mia città, dove l’acqua è mancata per diciotto giorni consecutivi, trasformando un disagio in esasperazione collettiva. Diciotto giorni. In una città di ottantamila abitanti. Nel 2026.

È stato il primo vero banco di prova della nuova sindaca Andreana Patti, eletta con una coalizione talmente larga da contenere praticamente tutto l’arco costituzionale e anche qualche pezzo di arredamento rimasto in magazzino. Dentro c’è pure il Movimento 5 Stelle, che alle elezioni ha raccolto poco più del due per cento dei voti, correndo insieme al Partito Socialista. Una fotografia politica impensabile fino a pochi mesi fa: gli eredi di Bettino Craxi e quelli di Beppe Grillo, insieme sotto lo stesso simbolico ombrello amministrativo. Eppure, anche qui, è bastato che mancasse l’acqua perché emergesse il vero tema.

Nei giorni dell’emergenza, il coordinatore cittadino dei Cinque Stelle ha pubblicato un post raccontando di aver ricevuto numerose segnalazioni dai residenti di quelli che lui chiama «i quartieri più degradati» della città. Secondo il dirigente pentastellato, molte famiglie non avrebbero richiesto le autobotti sostitutive messe a disposizione dal Comune perché temevano controlli. Morosità pregresse. Situazioni irregolari. Forse allacci non proprio ortodossi. Forse contatori creativi. Chi lo sa. La rassicurazione, riferisce, sarebbe arrivata direttamente dalla sindaca: «State tranquilli, nessuno controllerà nulla. L’acqua arriverà comunque».

Ora. È giusto che l’acqua arrivi comunque. È giusto che, durante un’emergenza, nessuno venga lasciato senza un bene essenziale. È giusto che una famiglia, un anziano, un bambino possano bere, lavarsi, cucinare. Ma ancora una volta siamo dentro il cuore del paradosso siciliano. Perché, da una parte, tutti sappiamo che l’acqua è un diritto. Dall’altra, tutti sappiamo che la rete idrica perde da tutte le parti, che servirebbero investimenti enormi e che i Comuni, in Sicilia, convivono con un livello di morosità che sfiora il cinquanta per cento. Un utente su due, sostanzialmente, non paga regolarmente.

A questo si aggiungono gli allacci abusivi, i contatori manomessi, le utenze fantasma, tutto quel sottobosco di piccole illegalità quotidiane che in Sicilia vengono spesso considerate non reati ma abitudini. E così il ragionamento diventa circolare. La rete cade a pezzi perché mancano risorse. Le risorse mancano anche perché in troppi non pagano. Però, quando arriva l’emergenza, bisogna garantire il servizio a tutti. Anche a chi non paga. Anche a chi è irregolare. Anche a chi magari ha contribuito, sia pure in minima parte, a rendere il sistema più fragile. E lo garantisce il partito degli onesti, i Cinque Stelle. Hanno capito, evidentemente anche loro, come si costruisce il consenso in Sicilia: promettendo di non guardare troppo da vicino. E andando avanti tra sanatorie e proroghe, tra eccezioni e deroghe.

Forse il vero problema non è l’acqua che manca. È la legalità che compare e scompare come una falda carsica. Riemerge quando serve far rispettare una regola. Scompare quando serve raccogliere consenso.


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 Giacomo Di Girolamo

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