Ecco il mio Indro. Il Papa magro del giornalismo


L’ho sempre chiamato il Papa del giornalismo, e mi pare ancora la definizione più esatta. Con una sola differenza: lui, a differenza di Benedetto XVI, non si dimise mai dal pontificato e lo lasciò soltanto per intervenuto decesso, senza nominare successori. Indro Montanelli aveva due lauree vere, in giurisprudenza e in scienze politiche, sudate sui libri e non regalate come quelle che hanno appeso al muro a me e a tanti altri; eppure portava il sapere con la leggerezza di chi non vuole pesare sull’interlocutore. Era nato a Fucecchio nel 1909 e il padre, con un certo intuito profetico, gli aveva aggiunto all’anagrafe il nome di Schizogene, che vuol dire seminatore di zizzania. Zizzania ne seminò per settant’anni, restando sulla cresta dell’onda senza mai finire sott’acqua, e quasi sempre lo fece ridendo. Quella spavalderia veniva da lontano. Il ragazzo di provincia, anziché esordire sul bollettino parrocchiale come quasi tutti noi, se n’era andato a Parigi a fare il cronista per Paris Soir, e da inviato in Spagna era stato espulso dal partito fascista e radiato dall’albo per aver scritto che la battaglia di Santander si era risolta, per i nostri soldati, in una passeggiata militare con un solo nemico: il caldo. Andare controcorrente gli costava sempre qualcosa, e lui pareva preferirlo proprio per questo. Di lui si è raccontato il polemista feroce, l’anticomunista che teneva sulla scrivania la fotografia di Baffone e, a chi gliene chiedeva ragione, rispondeva che adorava Stalin perché era l’uomo che al mondo aveva ammazzato più comunisti. Si è raccontato molto meno l’uomo fragile che aveva indossato l’abito del cinico per pura necessità terapeutica. La sua vulnerabilità era proporzionale al suo ardimento. La depressione lo perseguitava fin dall’età di undici anni, da quando una notte si era svegliato di soprassalto gridando: muoio, muoio, mentre una mano immaginaria gli stringeva la gola fino a soffocarlo. Quando quella mano tornava lui spariva, si ritirava nel suo eremo di Montemarcello, fra la terra e il mare, e in quei giorni di buio era più lucido che mai, perché capiva l’inutilità di ogni cosa e l’insufficienza della vanità come surrogato della speranza. L’ironia, per Montanelli, era la medicina che si somministrava da solo per non lasciarsi morire. Rideva per restare a galla.

La prima volta che ci sedemmo a tavola da soli rimasi colpito dalle sue porzioni pediatriche. Mangiava due fagioli alla toscana e due spaghetti, mandando giù tutto con un paio di bicchieri di Chianti. Era magro di una magrezza quasi ascetica, e di quella magrezza aveva fatto un vanto e perfino un circolo esclusivo, il club dei magri, dal quale anni dopo mi avrebbe espulso con una battuta vedendomi appesantito di qualche chilo. Curava la propria persona con precisione britannica: camicie a quadri, dolcevita, l’eleganza sobria di chi rifugge dall’apparire elegante. Si muoveva zoppicando perché le Brigate rosse lo avevano gambizzato in via Manin, sotto la redazione di piazza Cavour.

Lo spirito di Indro lo conobbi prima ancora di conoscere lui, e in circostanze degne della commedia dell’assurdo. Ero andato a intervistarlo nella sede del Giornale, la segretaria mi aveva fatto accomodare in sala d’attesa, e mentre sfogliavo i quotidiani udii una voce maschile rivolgermi epiteti tutt’altro che garbati: testa di cazzo, faccia di merda, e un invito a recarmi in un luogo che la decenza mi impedisce di trascrivere per intero. Trasalii. Pensai che cominciassimo davvero bene. Mi guardai attorno per scovare l’autore di quelle amene parole e scoprii che a offendermi con tanta nonchalance era un merlo indiano appollaiato dentro la sua gabbia. Nessuno più di un uccello sa insultare con simile grazia. Tirai un sospiro di sollievo e scoppiai a ridere. Fu in quell’istante che si aprì la porta e Montanelli mi guardò negli occhi per la prima volta. A ristabilire la sobrietà della scena fu lui, con un sorriso e due parole: vieni, accomodati. Aveva l’understatement nel sangue, e un ufficio popolato da un volatile sboccato gli pareva la cosa più naturale del mondo.

Da lui ho ascoltato storie che nessun archivio conserva. Amava la commedia umana e la sapeva raccontare come nessuno. Di quegli anni mi restano soprattutto gli insegnamenti. Non c’è mattina in cui, arrivato in redazione, io non ripensi a una sua lezione di giornalismo che teneva insieme il cinismo e l’allegria. Caro Vittorio, mi diceva, quando fai un giornale devi sempre ricordare che alla gente gli spiccioli della politica interessano poco, perciò devi alternare due articoli di fondo, e quando spari contro un personaggio politico importante il titolo dev’essere testa di cazzo, mentre quando scrivi sull’Italia il titolo giusto è Paese di merda. Questa è la tecnica migliore. Era una teoria politica in due insulti. E funzionava più di tanti editoriali paludati. Da quella scuola di titolazione ho imparato più che da qualunque manuale, e gliene sarò grato finché campo.

La meraviglia di Montanelli stava nel fatto che la ferocia la riservava soprattutto a sé stesso e al suo amato giornale. Quando a Panorama gli chiesero se fossi un suo allievo, rispose che non poteva dirlo, ma che da come scrivevo sentiva di avere in me un parente. Fu il complimento più bello e più obliquo che io abbia mai ricevuto. Quando invece gli domandarono cosa pensasse del Giornale ormai diretto da me, sentenziò gelido che era come avere un figlio drogato: riconosceva la paternità morale e deplorava la degenerazione in una sola immagine, drammatica e comica. Eppure il giorno in cui uscì il mio primo editoriale da direttore mi telefonò con la voce pacata di sempre, senza un’ombra di rancore, per dirmi che il pezzo gli era piaciuto molto e che gli seccava soltanto di non averlo firmato lui. Era la delicatezza di un signore che voleva togliermi dall’imbarazzo. Del resto il suo quotidiano lo trattava come una Onlus. Quando il capo della diffusione entrò un giorno nel suo ufficio per avvertirlo con voce contrita che le vendite erano scese sotto le centoventimila copie, lui alzò appena lo sguardo dalla Olivetti e chiosò che erano troppe: se vendeva tanto voleva dire che stava sbagliando giornale. La sua ironia era macabra e affettuosa insieme, sempre netta, sempre costruita come un titolo di prima pagina.

Eppure quell’allegria era la buccia di un’infelicità profonda.?Montanelli?detestava le lodi quanto le critiche, giudicava scontate le prime e immeritate le seconde, e il solo fatto di essere messo in discussione, nel bene come nel male, lo feriva, perché una divinità non si giudica: si accetta e tutt’al più si adora. Si illudeva di andare sempre controcorrente quando in realtà le mode le anticipava e le cavalcava, salvo abbandonarle un istante prima che si tramutassero in conformismo. Questa lucidità gli costava una solitudine che travestiva da disincanto. Negli ultimi tempi mi confidò che, dovendo rinascere, ci avrebbe pensato due volte prima di rifare il giornalista, perché ormai lo giudicava un mestiere al capolinea. Aggiunse di sentirsi un analfabeta di ritorno, che non leggeva più niente, men che meno i giornali, venuti a noia tutti quanti. Era convinto che dopo la sua morte nessuno si sarebbe ricordato di lui. È forse l’unica previsione che abbia sbagliato in tutta la vita.

L’ultima volta che mi prese in giro fu in un ristorante, mentre mi accingevo a fondare Libero. Si alzò dal suo tavolo, mi raggiunse e constatò con finto rammarico che non facevo più parte del suo club, quello dei magri, perché avevo messo su qualche chilo. Poi aggiunse che io, a differenza sua, sapevo fare bene i conti e ce l’avrei fatta con il mio giornale. Era il suo modo di benedirmi, riconoscendomi una virtù che a lui mancava e di cui si vantava di mancare. Poi venne la rottura, in diretta televisiva, una sera del marzo 2001, e non ci chiarimmo mai più, perché di lì a poco lui morì. Questa è una delle poche cose che ancora mi secca. Anche se, in fondo, fra noi due non c’era granché da chiarire.

Resta la sua lezione, e resta accanto a quella di Gaetano Afeltra sulle quattro esse del mestiere: soldi, salute, sesso e sangue, con in coda uno schizzo di malizia qua e uno là. Certe persone restano per sempre anche quando non ci sono più, e Indro?Montanelli, il più magro e il più infelice di noi, è rimasto perché ci ha insegnato che si può ridere di tutto, a patto di cominciare da sé stessi.


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 redazione@ilgiornale-web.it (Vittorio Feltri)

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