Questa è “Non ho capito”, la newsletter di Linkiesta che ogni sabato mattina alle 7 rimette in ordine la notizia di cui parlano tutti e spiega perché i giornali ne parlano. È curata da Andrea Fioravanti. Finora abbiamo parlato del caso Garlasco, dell’hantavirus, di Magnifica Humanitas, dei Mondiali di calcio, dello scontro tra Meloni e Trump, di Marine Le Pen e dei lefebvriani. Se vuoi iscriverti, clicca qui.
Qual è la notizia?
Domenica 19 luglio, alle 12.53, Abderrahim Fakir, un uomo di 42 anni di origine marocchina, è stato dichiarato morto nel cortile dei garage del civico 6 di via Italo Svevo, al Pilastro, periferia nord-est di Bologna, dopo essere stato immobilizzato da due poliziotti. La prima chiamata di emergenza era arrivata alle 11.59. Fakir appariva agitato e disorientato. I due agenti, di 23 e 28 anni, hanno cercato per circa mezz’ora di calmarlo mantenendosi a distanza; quando l’uomo è entrato in contatto con due uomini vicino a un’automobile, gli agenti sono intervenuti, hanno usato lo spray al peperoncino e lo hanno immobilizzato a pancia in giù, con le braccia legate dietro la schiena e le caviglie serrate da una fascetta di plastica. Nel video girato da una residente e diventato virale, Fakir ripete «aiuto» e «basta», poi smette di muoversi. Altri filmati, compreso quello registrato dalla bodycam privata indossata da uno dei poliziotti, mostrano ciò che era accaduto prima e i successivi tentativi di rianimazione, eseguiti almeno inizialmente mentre l’uomo era ancora legato.
La Procura di Bologna sta indagando sulla morte di Fakir ipotizzando il reato di omicidio colposo. Per effetto della nuova procedura soprannominata “scudo penale”, i nomi dei due agenti e dei quattro soccorritori volontari della Croce Rossa non sono stati inseriti nel normale registro degli indagati, ma in un registro separato chiamato modello 45-bis. Le sei persone non sono formalmente indagate, ma potranno esserlo se gli accertamenti faranno emergere una possibile responsabilità penale. Lunedì 20 luglio, il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha promosso e partecipato a un presidio in piazza Nettuno, al quale hanno preso parte migliaia di persone e i familiari di Fakir, per chiedere verità e giustizia sulla vicenda. La manifestazione pacifica si è conclusa intorno alle 20; successivamente una parte dei partecipanti si è spostata davanti alla Prefettura e alla Questura, dove sono scoppiati violenti scontri con la polizia, con lanci di oggetti e bombe carta, cariche, lacrimogeni e idranti. Lepore ha condannato le violenze e ha sostenuto che si sia trattato di «due piazze» diverse: quella pacifica e quella degli scontri. Il governo ha criticato la scelta di Lepore di organizzare una manifestazione prima ancora di conoscere l’esito dell’autopsia.
Il 22 luglio, tre giorni dopo la morte, la Squadra mobile ha perquisito, su delega della Procura, l’abitazione in cui Fakir viveva. Gli investigatori hanno sequestrato computer e telefoni e hanno ascoltato come testimone il cugino che ha abitato con lui. In casa non sono state trovate sostanze stupefacenti. Domenica 26 luglio al Pilastro si è svolto un nuovo corteo con circa duemila partecipanti, organizzato dalla comunità marocchina insieme a realtà sindacali, politiche e di quartiere. La manifestazione si è aperta con un minuto di silenzio e si è conclusa senza scontri o tensioni, mentre le forze dell’ordine hanno presidiato l’area a distanza. La moglie di Fakir è intervenuta telefonicamente dal Marocco; la famiglia ha inoltre avviato una raccolta fondi per sostenere le spese legali e le consulenze dell’inchiesta.
Chi è questo Fakir e che ci faceva in quel quartiere di Bologna?
Abderrahim Fakir aveva 42 anni, era nato in Marocco ma viveva a Bologna da quando aveva sette anni. Era titolare di un’impresa di facchinaggio e pulizie. Risiedeva a Borgonuovo, una frazione di Sasso Marconi, anche se negli ultimi mesi aveva trascorso alcuni periodi a casa di amici e parenti in altre zone di Bologna, tra cui il Pilastro, dove aveva dormito proprio la notte precedente alla morte. La mattina del 19 luglio si trovava quindi in via Italo Svevo, confuso e disorientato. Nelle settimane precedenti aveva già manifestato problemi psichici, forse alimentati dal lutto per la morte della madre, dai debiti, dalle difficoltà della sua azienda e dall’ansia per la lunga procedura sul permesso di soggiorno.
Aveva avuto già delle crisi?
Sì, almeno due. La prima il 12 giugno, a Castello d’Argile, un comune circa 24 chilometri a nord di Bologna. Secondo il sindaco Alessandro Erriquez, probabilmente aveva cercato di raggiungere un amico a Cento, ma è sceso dall’autobus alcuni chilometri prima. Fakir ha vagato per il paese, è entrato nel cortile di un condominio vicino a via Guido Rossa e ha citofonato a un’abitazione scelta a caso. Alcuni residenti, disturbati dal suo comportamento, hanno chiesto aiuto. Sul posto sono arrivati i carabinieri, un’ambulanza del 118 e lo stesso sindaco, che ha raccontato di avergli parlato a lungo. Fakir è apparso confuso, ma non aggressivo: ha collaborato con chi ha cercato di aiutarlo. Gli operatori gli hanno offerto assistenza medica, ma lui ha rifiutato il trasporto in ospedale. Poi il 20 giugno, nel primo pomeriggio, il 118 lo ha soccorso in un’area giochi di Borgo Panigale, nella zona occidentale di Bologna, perché si era tagliato il polso sinistro. I medici del pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna lo hanno descritto come vigile e orientato, con l’umore depresso ma tranquillo. È stato Fakir a chiedere di parlare con uno psichiatra e qualche giorno dopo è andato in un centro di salute mentale. Lì i medici hanno formulato una prima diagnosi, confermando una terapia e fissando un secondo appuntamento per i primi giorni di agosto.
Era un immigrato irregolare?
No. Fakir aveva chiesto la protezione speciale, cioè un permesso di soggiorno destinato a chi non ottiene lo status di rifugiato ma non può essere rimpatriato se il ritorno rischia di violarne i diritti fondamentali. Nel ricorso Fakir aveva fatto valere il suo radicamento in Italia: lavorava regolarmente almeno dal 2012, pagava le tasse e aveva fondato una propria società. La Commissione territoriale, l’organo amministrativo che esamina queste richieste, aveva respinto la domanda. Fakir aveva però presentato ricorso e il tribunale aveva sospeso il diniego, cioè ne aveva congelato gli effetti fino alla decisione del giudice. Poteva dunque restare legalmente in Italia.
Mi dici esattamente cosa è successo, momento per momento, il giorno in cui Fakir è morto?
La prima a raccontare di aver visto Fakir è Parveen Akhtar, 72 anni, una residente del Pilastro originaria del Pakistan e arrivata in Italia nel 1999. Intervistata da “La Stampa” con l’aiuto della figlia Naseem, ha detto di aver notato l’uomo già tra le 9.30 e le 10: prima seduto sotto un albero, poi sulle scale che collegano il giardino ai garage e infine disteso a terra. Secondo la donna, chiedeva che fossero chiamate un’ambulanza e la polizia. La redazione di Bologna de “La Repubblica” ha intervistato un altro testimone, Aly, che abita nel piano terra del complesso. L’uomo ha raccontato di aver visto Fakir battere la testa contro un muro e chiedere aiuto in arabo. Alle 11.59 e 26 secondi un passante ha chiamato la polizia per segnalare un uomo con maglietta bordeaux, pantaloni neri e ciabatte (Fakir), che correva colpendo le porte delle autorimesse e gridando che qualcuno volesse ucciderlo. Da questa telefonata alla constatazione della morte di Fakir passano 53 minuti e mezzo.
Cosa è successo in quei 53 minuti?
Alle 12.15 è arrivata una volante del commissariato Bolognina-Pontevecchio con due agenti: un capopattuglia di 28 anni e un assistente di 23, che guidava l’auto. Il più giovane aveva agganciato al giubbotto una bodycam personale da circa 400 euro: non gliel’aveva fornita la polizia, ma l’aveva comprata di tasca propria per documentare gli interventi e tutelarsi in caso di contestazioni. In quel momento Fakir era scalzo e particolarmente agitato. I poliziotti hanno inizialmente mantenuto le distanze, chiedendo come potessero aiutarlo. Due minuti dopo, alle 12.17, gli agenti hanno chiamato il 118, segnalando una persona in crisi psichica. Il loro avvocato sostiene che abbiano chiesto anche un’automedica, cioè un mezzo con un medico a bordo, ma l’Azienda unità sanitaria locale di Bologna ha affermato che le registrazioni e i documenti in suo possesso non confermano questa ricostruzione. In effetti la centrale ha classificato l’intervento con un codice verde, cioè a bassa criticità sulla base delle informazioni ricevute, e ha inviato Bologna 65, un’ambulanza non medicalizzata della Croce Rossa. La Procura ha acquisito la telefonata per accertare che cosa sia stato chiesto realmente e se la prima risposta sanitaria sia stata adeguata alla crisi segnalata.
Aspetta, ma che importanza ha se ci fosse il medico o meno, non basta l’ambulanza?
I quattro volontari sono addestrati alla rianimazione e all’uso del defibrillatore, ma non potevano fare una valutazione clinica avanzata né somministrare farmaci per sedare Fakir e abbreviare il contenimento fisico degli agenti. La situazione era talmente grave che lo stesso equipaggio della Croce Rossa ha contattato il medico della centrale operativa per un consulto e ha chiesto l’invio di un’automedica. Il mezzo è partito alle 12.42 dall’ospedale Maggiore ed è arrivato alle 12.53, quando il medico ha constatato il decesso.
Raccontami cosa è successo in quei 17 minuti finali, prima che arrivasse l’automedica.
Ricapitoliamo la scena. Alle 12.36, quando è stata richiesta l’automedica, nel cortile dei garage si trovavano Fakir, i due poliziotti e i quattro volontari della Croce Rossa, rimasti a distanza perché la situazione non era ancora considerata sicura. Erano presenti anche alcuni residenti. Poco dopo è entrata nel cortile un’automobile con due uomini a bordo. Secondo la ricostruzione dell’avvocato degli agenti, basata sul filmato integrale, Fakir ha spinto il conducente e ha colpito con un pugno il cofano. I due sono scesi dall’auto ed è iniziata una colluttazione. A quel punto il poliziotto 23enne ha acceso la bodycam e con il collega è intervenuto per separare Fakir dai due uomini e immobilizzarlo.
Cosa è successo durante la colluttazione?
Fakir ha morso una gamba dell’agente più giovane, che ha poi ricevuto una prognosi di dodici giorni. I poliziotti lo hanno portato a terra in posizione prona, cioè con il petto e il volto rivolti verso l’asfalto. Dopo il morso, il 23enne gli ha spruzzato lo spray al peperoncino sul viso mentre Fakir era già a terra. Gli agenti hanno provato ad ammanettarlo, ma la chiave delle manette si è spezzata. Hanno utilizzato fascette di plastica per legargli i polsi e le caviglie. Uno dei poliziotti ha bloccato la parte superiore del corpo e gli ha tenuto il capo contro l’asfalto; l’altro ha cercato di immobilizzargli le braccia e le gambe. Durante questa fase uno dei due agenti lo ha anche colpito due volte. Un civile li ha aiutati tenendo ferme le caviglie di Fakir, ma non sappiamo se fosse uno degli occupanti dell’automobile.
Ma quante persone c’erano in questo cortile?
Non lo sappiamo perché alcuni residenti sono arrivati o si sono allontanati durante l’intervento. Sicuramente sette, oltre a Fakir: i due agenti, il civile che gli ha bloccato le gambe e i quattro volontari della Croce Rossa. Fakir ha continuato a divincolarsi e a chiedere aiuto. Ha detto che gli mancava l’aria e che, continuando in quel modo, lo avrebbero ucciso. Le sue grida si sono fatte progressivamente più deboli, fino a interrompersi. I volontari sono rimasti a qualche metro di distanza durante la colluttazione perché, secondo la Croce Rossa, hanno dovuto attendere che la polizia dichiarasse conclusa e sicura la fase di contenimento. Quando gli agenti hanno terminato l’immobilizzazione e si sono rialzati, Fakir è rimasto a terra con i polsi e le caviglie legati. I volontari si sono avvicinati circa trenta secondi dopo; secondo la ricostruzione delle registrazioni, sono trascorsi complessivamente circa quattro minuti prima che i presenti comprendessero che Fakir non rispondeva e non respirava. Quando gli agenti si sono rialzati, Fakir è rimasto a terra in posizione prona, con le mani dietro la schiena e le caviglie legate. Da questo momento, però, le ricostruzioni sui tempi non coincidono.
Cioè?
Secondo la ricostruzione della bodycam pubblicata da “Il Resto del Carlino”, sono trascorsi circa quattro minuti da quando gli agenti si sono rialzati a quando si sono sentite le frasi «Non respira» e «Ha gli occhi fissi». La Croce Rossa ha fornito una versione diversa: i volontari si sarebbero avvicinati meno di un minuto dopo la conclusione del contenimento, avrebbero inizialmente rilevato ancora segni vitali e, dopo poche decine di secondi, avrebbero cominciato la rianimazione. Saranno i filmati integrali e i dati registrati dal defibrillatore a stabilire la sequenza esatta. I volontari hanno girato Fakir sulla schiena e un poliziotto gli ha tagliato la maglietta per scoprirgli il torace. Due dei quattro soccorritori hanno iniziato la rianimazione, alternando compressioni toraciche e ventilazione manuale, mentre è stato applicato il defibrillatore semiautomatico. Il dispositivo ha analizzato il ritmo cardiaco, ma non ha indicato di erogare una scarica: significa che non ha rilevato un ritmo defibrillabile, non necessariamente che Fakir fosse già morto. Nei filmati della prima fase della rianimazione l’uomo ha ancora i polsi e le caviglie legati. Le manovre sono proseguite per circa dieci minuti, fino alle 12.53, quando è arrivata l’automedica. Il medico ha valutato le condizioni di Fakir e ne ha constatato il decesso. Il defibrillatore è stato sequestrato dalla Procura: la sua memoria potrà chiarire gli orari delle analisi e delle manovre eseguite.
Quindi, tecnicamente, come è morto?
Venerdì 24 luglio i primi risultati dell’autopsia hanno confermato la presenza di sangue nei polmoni, rilevando segni di schiacciamento degli organi respiratori. L’ipotesi più plausibile è che Fakir sia morto per una crisi respiratoria culminata in un’asfissia, ma non sappiamo ancora che cosa l’abbia provocata. I consulenti devono stabilire da dove provenisse il sangue e se lo schiacciamento sia avvenuto durante il contenimento, la rianimazione o in entrambe le fasi. Non sono state trovate fratture importanti, tranne una lieve a un dito del piede. L’autopsia ha rilevato anche lievi irritazioni alle vie respiratorie, compatibili con l’inalazione dello spray al peperoncino, ma non sappiamo se proprio lo spray abbia contribuito alla morte. Un test preliminare avrebbe inoltre rilevato cocaina, ma le analisi tossicologiche definitive dovranno confermare il dato e accertare se la sostanza abbia avuto un ruolo nella morte. Quindi sappiamo che Fakir è morto molto probabilmente per asfissia, ma non ancora quale concatenazione di fattori l’abbia causata. Aspettiamo la relazione definitiva.
Quando arriverà?
Entro novanta giorni. La Procura ha scelto quattro consulenti esterni all’ospedale di Bologna: la medico-legale Valentina Bugelli, di Parma; Cristina Basso, anatomopatologa dell’Università di Padova ed esperta di patologia cardiovascolare; Manuela Bonizzoli, anestesista-rianimatrice e cardiologa dell’ospedale Careggi di Firenze; e il tossicologo Luca Morini, dell’Università di Pavia. I consulenti dovranno accertare la causa e l’ora della morte, verificare patologie preesistenti, traumi e lesioni, ricercare farmaci o sostanze presenti nel corpo di Fakir, valutare il possibile ruolo dello spray e confrontare i reperti con le tecniche di contenimento e le manovre di rianimazione.
Non ho capito la questione dei video: prima ne è apparso uno, poi un altro, poi un altro ancora
Il 19 luglio è stato diffuso il video diventato virale, ripreso da una finestra e fatto avere ai giornali dalla famiglia di Fakir. Mostra soltanto la fase finale: Fakir è a terra in posizione prona, cioè con il viso e il torace rivolti verso l’asfalto. Due poliziotti lo immobilizzano e un civile gli trattiene le gambe. Fakir ha le mani dietro la schiena, viene legato anche alle caviglie e ripete «aiuto» e «basta». Poi la voce si affievolisce e il corpo rimane immobile. Nelle sequenze successive iniziano i tentativi di rianimazione. Il 22 luglio il Tg La7 ha trasmesso altre immagini girate dai residenti prima dell’immobilizzazione. In un filmato Fakir è ancora solo, disteso sul cemento vicino ai garage, con le gambe appoggiate a un muretto. In altri spezzoni la volante è già arrivata, ma gli agenti rimangono a distanza e cercano di parlargli. Queste immagini documentano che, prima del contatto fisico, i poliziotti hanno tentato a lungo di calmarlo.
E il video della bodycam?
Il 23 luglio il Tg1 ne ha mostrato alcuni estratti: Fakir è entrato in contatto con i due uomini arrivati in automobile e i poliziotti sono intervenuti per separarli. Nello spezzone trasmesso si vedono le mani degli agenti su Fakir e su un uomo con una maglietta bianca; le immagini proseguono poi con l’atterramento e l’immobilizzazione. La registrazione integrale comprende anche l’arrivo dei soccorritori e la rianimazione, ma non è stata resa pubblica per intero. La sera dello stesso giorno, l’avvocato Fabio Anselmo ha diffuso un ulteriore video ricevuto dalla famiglia. Fakir è seduto o disteso a terra e parla con i due poliziotti, ancora in piedi davanti a lui. Sabato 25 luglio è comparso un altro filmato, registrato durante i rilievi della polizia scientifica: Fakir appare supino, ancora con la fascetta alle caviglie, con sangue sul volto e una chiazza sotto la nuca. Il video documenta la presenza del sangue ma, da solo, non ne chiarisce l’origine.
Perché c’è stata una discussione su questi video, non mostrano tutti la stessa cosa?
Il punto dell’inchiesta è proprio questo: bisogna stabilire se gli agenti avessero motivo di fermare Fakir. Occorre poi verificare se lo abbiano immobilizzato correttamente, mantenuto in posizione prona oltre il necessario e se si siano accorti in tempo che non respirava più. Per Gabriele Bordoni, avvocato dei poliziotti, la colluttazione vicino all’automobile ha creato un pericolo concreto e ha reso necessario l’intervento fisico. Bordoni sostiene inoltre che la chiazza di sangue visibile nel filmato del 25 luglio provenga da una ferita alla nuca che Fakir si sarebbe procurato strisciando sul terreno mentre veniva immobilizzato. Per Fabio Anselmo, avvocato dei familiari, i filmati precedenti mostrano invece che Fakir era ancora in grado di dialogare e che, prima dell’atterramento, non aveva ferite visibili alla testa o al volto. Secondo Anselmo, inoltre, gli estratti pubblici della bodycam non permettono di capire quanto fosse grave la colluttazione e se l’intervento degli agenti fosse proporzionato. Saranno i consulenti e l’esame incrociato dei filmati a verificare le due ricostruzioni. Secondo la famiglia, l’immobilizzazione a pancia in giù è stata troppo lunga e pericolosa ed è grave che almeno una parte della rianimazione sia avvenuta mentre il quarantaduenne marocchinoera ancora legato. La Procura di Bologna dovrà stabilire se la posizione prona sia stata mantenuta più del necessario, se la pressione esercitata sul corpo sia stata corretta e se agenti e soccorritori si siano accorti tempestivamente che Fakir non respirava più.
Esiste un protocollo?
In teoria c’è un testo di riferimento. Sono le “Linee guida per la gestione delle persone non collaborative”, un documento di diciotto pagine inviato dal Dipartimento della Pubblica sicurezza ai sindacati l’11 maggio 2026. Non è una legge e non è chiaro se fosse già stato adottato definitivamente il giorno della morte di Fakir. Anche questo dovrà essere accertato.
Cosa stabilisce la procedura?
Avvertire la centrale, chiamare il 118, chiedere rinforzi e tentare anzitutto la de-escalation, mantenendo le distanze e affidando il dialogo a un solo agente. La forza può essere usata soltanto davanti a un pericolo concreto, in modo necessario, proporzionato e graduale. Una volta immobilizzata la persona, però, gli agenti devono toglierla rapidamente dalla posizione prona, evitando pressioni sul torace e controllando continuamente coscienza e respirazione. Ai primi segni di malessere devono allentare la presa, girarla su un fianco o sulla schiena e affidarla ai soccorritori. Prima della rianimazione andavano rimosse manette e fasce.
I poliziotti hanno rispettato la procedura?
Nella prima fase sembrerebbe di sì: hanno mantenuto le distanze, tentato a lungo il dialogo, chiamato il 118 e usato la forza soltanto quando Fakir è entrato in contatto con gli occupanti dell’automobile. I dubbi iniziano dopo l’atterramento: lo spray usato a distanza ravvicinata mentre Fakir era già a terra, la pressione esercitata sul corpo, il tempo trascorso in posizione prona e il mancato scioglimento dei legami quando ha smesso di reagire. Fakir è rimasto legato anche durante la prima fase della rianimazione. Spetterà alla Procura di Bologna stabilire se queste condotte abbiano violato le procedure e contribuito alla morte. Per ora ha aperto un procedimento per omicidio colposo e sta verificando l’intera catena degli eventi, ma non ha ancora formulato un’accusa individuale contro i sei operatori.
I due agenti e i quattro soccorritori sono indagati?
Tecnicamente ni: i loro nomi non sono stati iscritti nel normale registro degli indagati, il modello 21, ma sono stati annotati in un registro preliminare separato, chiamato modello 45-bis. Tutti e sei sono però sottoposti ad accertamenti nel fascicolo aperto per omicidio colposo. Possono nominare avvocati e consulenti, conoscere gli atti previsti dalla legge e partecipare agli accertamenti irripetibili, come l’autopsia. Se emergeranno elementi concreti di responsabilità, i loro nomi verranno trasferiti nel registro ordinario.
Perché è stato utilizzato il modello 45-bis?
Per effetto della nuova disciplina soprannominata dai media scudo penale. In pratica, quando una persona interviene per svolgere il proprio dovere e, almeno inizialmente, sembra avere un motivo legittimo per agire, il pubblico ministero può evitare di iscriverla subito come indagata. I due poliziotti sono intervenuti per fermare Fakir e proteggere le persone presenti; i quattro volontari della Croce Rossa per soccorrerlo. La Procura ha quindi inserito tutti e sei nel registro preliminare e adesso sta verificando se qualcuno abbia commesso errori che hanno contribuito alla morte. Se emergeranno elementi concreti, la persona coinvolta verrà iscritta nel normale registro degli indagati.
Lo scudo penale quindi non è un’immunità?
No: non impedisce le indagini, non cancella eventuali reati e non riduce le pene. Cambia soltanto la procedura iniziale e impedisce che una persona venga formalmente iscritta come indagata prima che emergano elementi concreti a suo carico. La legge numero 54 del 24 aprile 2026 ha modificato l’articolo 335 del codice di procedura penale, introducendo il nuovo articolo 335-quinquies. Prima della riforma, chi aveva partecipato a un intervento conclusosi con una morte veniva spesso iscritto nel registro degli indagati anche soltanto per consentirgli di nominare un consulente e partecipare all’autopsia. Era un atto di garanzia, ma veniva percepito come una prima accusa. La norma vale per tutti, non soltanto per le forze dell’ordine: nel caso Fakir è stata applicata anche ai quattro soccorritori.
Cosa rischiano i poliziotti?
Con l’accusa attualmente ipotizzata, cioè omicidio colposo, ciascun agente rischierebbe da sei mesi a cinque anni di reclusione. Le posizioni dei due poliziotti potrebbero essere diverse. Bisognerà accertare chi abbia esercitato pressione sul corpo di Fakir, chi abbia deciso di mantenerlo a pancia in giù, chi potesse interrompere il contenimento e quando ciascuno si sia accorto che non respirava più. La pena più alta, da dieci a diciotto anni, sarebbe possibile soltanto con una diversa accusa, l’omicidio preterintenzionale: bisognerebbe dimostrare che gli agenti abbiano intenzionalmente percosso o voluto ferire Fakir e che da quella violenza sia derivata, senza essere voluta, la morte. Al momento la Procura non sta procedendo per questa ipotesi.
E i quattro volontari della Croce Rossa?
Anche loro, se fosse accertata una responsabilità nella morte, rischierebbero l’omicidio colposo e quindi da sei mesi a cinque anni. La possibile colpa sarebbe però diversa: non avrebbero causato il decesso immobilizzando Fakir, ma potrebbero avervi contribuito omettendo o ritardando un intervento necessario.
Cosa è successo nella manifestazione di Bologna per Fakir?
Il sindaco Lepore ha convocato lunedì 20 luglio alle 19, in piazza Nettuno, un momento pubblico di raccoglimento e vicinanza alla famiglia. Non era stato presentato dal Comune come una manifestazione contro la polizia e non prevedeva un comizio di partito. Erano presenti migliaia di persone. Ha parlato Yossra Fakir, nipote di Abderrahim, chiedendo verità, giustizia, rispetto e umanità, ma non vendetta. È intervenuto anche Yassine Lafram, presidente della Comunità islamica di Bologna. Durante il presidio la sorella di Fakir ha avuto un malore. Dopo la conclusione del momento in piazza Nettuno, una parte dei partecipanti e gruppi dell’area antagonista si sono spostati verso piazza Roosevelt, davanti alla Prefettura e alla Questura. Lì la situazione è degenerata: gli antagonisti hanno lanciato bottiglie e fuochi d’artificio contro gli agenti, costruendo barricate. La polizia ha risposto con lacrimogeni e idranti.
Ci sono stati feriti?
Secondo la Questura sono stati danneggiati sei mezzi della polizia e sono stati feriti 64 operatori, con prognosi comprese tra tre e trentacinque giorni. Il Comune ha successivamente stimato in oltre 190 mila euro i danni al patrimonio pubblico e alle attrezzature presenti nel centro. Al momento sono indagate dodici persone per gli scontri, con contestazioni che comprendono, a seconda delle singole posizioni, travisamento, lancio di oggetti, resistenza e violenza a pubblico ufficiale. La famiglia di Fakir, attraverso il proprio avvocato, ha condannato gli scontri ed espresso solidarietà agli agenti impegnati nell’ordine pubblico.
Cosa ha detto il governo?
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto che sul caso si faccia piena luce senza pregiudizi né sconti, ma ha definito ingiustificabili le violenze contro la polizia e accusato chi ha usato la morte di Fakir per cercare lo scontro. Matteo Salvini e altri esponenti del centrodestra hanno chiesto le dimissioni di Lepore. Secondo il governo, convocare una piazza prima che l’inchiesta avesse chiarito i fatti rischia di trasformare la richiesta di giustizia in una delegittimazione delle forze dell’ordine e di offrire uno spazio prevedibile ai gruppi violenti. Il 24 luglio il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha accusato Lepore di una «grave sottovalutazione» dei rischi della piazza. Ha detto di non pretendere scuse, né dimissioni, ma ha invitato il sindaco a prendere atto delle aggressioni e dei danneggiamenti e a valutarne la responsabilità politica.
Cosa ha risposto Lepore?
Ha giustificato la sua scelta, sostenendo che il presidio istituzionale e pacifico servisse a tenere la protesta dentro una cornice democratica, a stare accanto alla famiglia e a riaffermare che chiedere verità non significa accusare indistintamente tutti i poliziotti. Ha ribadito che Bologna ha vissuto una morte tragica ed evitabile e che continuerà a chiedere verità e giustizia. Il 26 luglio la Prefettura ha deciso di assegnargli una scorta, che sarà attivata nei prossimi giorni, dopo minacce di morte ricevute sui social e in messaggi privati contenenti anche il suo indirizzo. Nello stesso giorno il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha espresso piena solidarietà alle forze di polizia ma ha aggiunto che verificare eventuali errori e responsabilità è anche nel loro interesse.
Quello che i media non dicono perché di solito nessuno lo chiede: perché ne parlano tutti?
1. Se ne parla così tanto perché tutti vogliono capire se in Italia sia accaduto qualcosa di simile alla morte di George Floyd, il quarantaseienne afroamericano ucciso il 25 maggio 2020 durante un arresto a Minneapolis. L’agente Derek Chauvin lo ha tenuto a terra per nove minuti e ventinove secondi, premendogli un ginocchio sul collo e sulla schiena mentre Floyd ripeteva di non riuscire a respirare. Con le dovute differenze del caso, le immagini di Fakir ricordano lontanamente quella scena, riaprendo un cassetto della memoria collettiva: un uomo immobilizzato a terra dalla polizia, le richieste di aiuto, la difficoltà a respirare e il corpo che a un certo punto smette di muoversi.
2. Il caso ha poi acceso le pulsioni più polarizzanti di un Paese che non riesce ancora ad avere un rapporto logico e maturo con l’immigrazione e con la convivenza tra persone di origini diverse. C’è chi guarda il video per trovare la conferma che la polizia usi una forza eccessiva soprattutto contro gli stranieri. E c’è chi cerca la conferma opposta: gli agenti non potevano fare diversamente e Fakir avrebbe provocato da solo la propria morte.
3. La cronaca nera è diventata anche polemica politica, aggiungendo un nuovo capitolo allo scontro tra il governo e i sindaci di sinistra, in questo caso quello di Bologna. Matteo Lepore ha partecipato a una manifestazione pacifica per chiedere verità e mostrare vicinanza alla famiglia. È stata una scelta politicamente rischiosa: intervenire mentre la dinamica e le responsabilità erano ancora da accertare ha permesso al centrodestra di accusarlo di avere cavalcato la vicenda e alimentato un clima ostile alla polizia. Lepore non può essere considerato responsabile delle violenze perché gli scontri tra antagonisti e polizia sono avvenuti dopo la conclusione del presidio, ma resta una domanda politica: un sindaco può partecipare al dolore di una famiglia senza anticipare il lavoro della magistratura e senza trasformare una richiesta di verità in un’accusa? La polemica ricorda, con tutte le differenze del caso, quella che accompagna in Francia Jean-Luc Mélenchon, leader della France insoumise, accusato dai suoi avversari di cercare il consenso delle comunità di origine straniera attraverso una politica identitaria.
4. Ha suscitato una certa curiosità anche la bodycam, uno strumento che in Italia associamo soprattutto alla polizia statunitense. La polemica in questo caso non è stata sull’uso, ma sul fatto che non ce ne siano abbastanza e il poliziotto abbia dovuto pagarsela privatamente. Abbiamo scoperto che la legge numero 80 del 2025 ha autorizzato i poliziotti a impiegarle, ma non le ha ancora trasformate in una dotazione ordinaria per tutte le pattuglie. Il ministro Piantedosi ha annunciato l’acquisto di cinquemila dispositivi, dimostrando ancora una volta che la politica interviene soltanto dopo che un caso di cronaca ha mostrato il problema. Distribuire le telecamere, però, non basta. Servono regole comuni su quando debbano essere accese, chi possa spegnerle, quanto a lungo vadano conservati i filmati e chi possa consultarli. Senza queste garanzie, la bodycam tutela il singolo agente, ma non costituisce ancora un sistema pubblico e trasparente per documentare gli interventi. Questo caso almeno ha aperto un dibattito nuovo rispetto ai soliti schemi.
5. Purtroppo il tema meno raccontato rimane la salute mentale. Lo avevamo già visto nella puntata del 23 maggio sul caso di Salim El Koudri che a Modena ha investito sette persone con un’auto. Quando una persona di origine straniera compie gesti incomprensibili o pericolosi, il dibattito si sposta immediatamente sull’immigrazione e sulla sicurezza. Il suo percorso di salute mentale viene ricostruito soltanto dopo, quasi fosse un dettaglio insignificante. Nel Paese di Franco Basaglia, lo psichiatra che ha ispirato la legge del 1978 con cui sono stati chiusi i manicomi, questa non è soltanto una storia di polizia e immigrazione. È anche una storia sulla continuità delle cure e sulla capacità dello Stato di riconoscere una crisi prima che diventi un’emergenza. Bisogna accertare che cosa abbiano fatto agenti e soccorritori negli ultimi minuti, ma anche che cosa abbia fatto lo Stato nelle settimane precedenti, quando Fakir aveva già cominciato a chiedere aiuto psichiatrico.
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