PALERMO – Anche stavolta sarà per l’anno prossimo… Una frase amara e beffarda che, da ormai troppi anni, torna con regolarità quando appaiono i titoli di coda del campionato di calcio delle principali squadre siciliane, il Palermo, che milita attualmente in B e che anche in questa stagione non è riuscito a ottenere la promozione in Serie A, e il Catania, impantanato in Serie C con il sogno del torneo cadetto sfumato ancora una volta. Due delusioni amarissime per i tifosi, che pesano tanto sul fronte sportivo quanto su quello economico, poiché con le mancate promozioni le società hanno dovuto dire addio incassi stimati, complessivamente, in circa 47 milioni di euro (di cui 37 per la A e 10 per la B). Senza contare l’ovvio ritorno per i territori interessati.
Un altro anno in Serie B per il Palermo
Piange il campo, quindi, e piange anche la cassa. Il Palermo ha mancato la promozione in Serie A fermandosi alle semifinali dei play-off dopo la doppia sfida col Catanzaro, con la rimonta solo sfiorata al Barbera nel ritorno e il quarto posto nella stagione regolare, chiudendo un’annata che alla vigilia aveva ben altri obiettivi.
Il risultato sul campo pesa come un macigno e segna un nuovo risultato negativo del Cfg (City Football Group) che detiene quasi il 95% delle quote societarie del club rosanero, ma come accennato anche i mancati guadagni generati dal salto di categoria hanno un loro costo. A poco è servito avere – secondo i dati di Calcio e Finanza – il secondo monte ingaggi della cadetteria con 30,71 milioni di euro lordi.
Stando agli ultimi dati del Report Calcio Figc (datato luglio 2025), realizzato della Federazione italiana, la promozione in Serie A può fruttare una cifra che si aggira tra i 35 e i 40 milioni con una media stimata attorno ai 37 milioni di euro. Sull’impatto economico della promozione il dato più influente e immediato riguarda quello sui diritti televisivi. Il sistema di ripartizione distribuisce le risorse secondo un equilibrio tra quota fissa, risultati sportivi e radicamento. Il 50%, in base alla legge Melandri del 2008 e a successivi ritocchi, viene diviso in parti uguali tra i club, il 28% sulla base dei risultati sportivi e il 22% in base al radicamento sociale. La parte uguale da distribuire tra i club è tuttavia quella che fa la differenza per i neopromossi. Su un monte complessivo di circa 900 milioni, significa all’incirca 450 milioni redistribuiti equamente. In sostanza: nella stagione 2025-2026 ogni club ha incassato circa 22,5 milioni solo per il fatto di essere in massima Serie, cifra che, al netto di lievi spostamenti, dovrebbe essere confermata anche per la prossima stagione e che è circa tre-quattro volte superiore alla media delle squadre di Serie B.
Diritti tv, sponsor e incassi: quanto vale la Serie A
Entrando poi nel dettaglio, la quota legata ai risultati è articolata: l’11,2% dipende dalla posizione nell’ultimo campionato, il 2,8% dai punti ottenuti, il 9,33% dai risultati degli ultimi cinque anni e il 4,67% dalla tradizione storica. La parte relativa al radicamento, invece, assegna l’1,1% al minutaggio dei giovani, il 12,54% agli spettatori allo stadio e l’8,36% all’audience televisiva. A questa si aggiunge un aumento stimato anche del 20% (circa 7-8 milioni di euro sui 35-40 totali) dai ricavi commerciali e sponsorizzazioni e ulteriori 5-6 milioni di euro ottenuti dal botteghino (prezzi dei biglietti, vendita delle magliette e altro merchandising). La promozione in Serie A porta anche una crescita dei costi (+27 milioni) spinta soprattutto dagli stipendi (+17 milioni) ma il gioco vale sicuramente la candela.
Il valore in termini economici del salto di categoria può inoltre crescere in funzione del bacino d’utenza e Palermo è una piazza di lusso in cadetteria, sia come bacino d’utenza, sia proprio come numero di spettatori. Giusto ricordare che la stagione che si chiuderà ufficialmente questa sera con la finale di ritorno dei play-off tra Monza e Catanzaro ha visto il Palermo primeggiare in Serie B per media spettatori: 28.113 considerando anche l’ultima affluenza, di mercoledì scorso, proprio con i calabresi che si è attestata a quota 33.286, record dell’annata agonistica. Nelle 19 partite “regolari” il dato medio è stato di 27.822. Solo la Sampdoria con una media di 24.072 spettatori è paragonabile a quella dei siciliani mentre è più di tre volte quella del Venezia (che ha vinto il campionato e ha avuto la media di 9.215 spettatori) e decisamente più del doppio rispetto al Frosinone (11.591) per non parlare delle oltre quattro volte quella del Monza che è un passo dal ritorno in Serie A (6.949).
Palermo da Serie A per tifosi e pubblico
Peccato che in campo poi si giochi sempre undici contro undici e fa sensazione che questi numeri siano paragonabili a quelli di un club d’alta classifica in Serie A come il Bologna, che con 27.746 ha fatto registrare l’ottava affluenza subito dietro Genoa e Lazio, superati solo dai top club e decisamente di più del Como che ha fatto registrare 11.426 spettatori di media e che andrà a disputare la Champions League la prossima stagione.
E alla fine “C” risiamo per il Catania
Per il Catania, invece, il sogno Serie B si è infranto – dopo che i rossazzurri avevano mancato la promozione diretta appannaggio del Benevento – alle semifinali dei playoff, dove ha avuto la meglio l’Ascoli, grazie alla perentoria e umiliante vittoria per 4-0 ottenuta nella gara d’andata, che ha di fatto reso inutile il ritorno al Massimino, nonostante un’illusoria partenza sprint degli etnei. Un fallimento dovuto sia a questioni di carattere prettamente sportivo che a dinamiche relative all’ambito societario e gestionale.
Facendo un passo indietro, vale la pena ricordare che l’attuale società presieduta dall’italoaustraliano Ross Pelligra è quella nata nel giugno del 2022 dopo aver raccolto l’eredità dello storico Calcio Catania, fallito nel dicembre 2021. Dopo la vittoria netta, ma di fatto senza rivali, del campionato di Serie D, la compagine etnea è rimasta impelagata in terza serie. Una stagnazione che fa male anche alla città, visto le straordinarie ricadute economiche che avrebbe una promozione tra i cadetti.
E dire che gli investimenti da parte della proprietà Pelligra non sono mancati, anzi si stima che in questi anni siano stati spesi qualcosa come 40 milioni di euro. Investimenti che, però, sono stati incanalati in maniera rivedibile, attraverso scelte – che il patron ha delegato di fatto al suo plenipotenziario vice Vincenzo Grella – rivelatisi sbagliate e a volte controproducenti. Ciò che sembra essere mancato al Catania è soprattutto una macchina organizzativa capace ed efficiente.
Quanto costa la mancata promozione del Catania
La mancata promozione, oltre a certificare come la crisi del calcio siciliano investa nettamente anche Catania, si traduce anche in un mancato incasso di una cifra superiore ai 10 milioni. Una somma importante, che deriva dai contributi della Lega di B e dai diritti tv (circa 6 milioni) più gli incassi da sponsor, abbonamenti e biglietti (5,5-6 milioni secondo una stima prudente). Non bisogna dimenticare però che un campionato di B avrebbe costi maggiori e potrebbe erodere gran parte, se non tutte queste entrate. Prova ne è il fatto che, negli ultimi anni, le compagini neopromosse hanno chiuso il bilancio nell’anno di riferimento con un passivo di qualche centinaio di migliaia di euro. Tuttavia, come si suol dire, in una piazza come Catania il gioco varrebbe la candela, anche considerando le ricadute economiche di cui si parlava prima e il richiamo che uno sport come il calcio continua ad avere, anche in termini prettamente turistici.
All’interno di questa analisi bisogna anche tener presente come la promozione potrebbe rappresentare un incentivo per gli investimenti extracalcistici del gruppo Pelligra in tutta la Sicilia. Non si tratta quindi solo di sport, di una questione legata alle vicende del rettangolo verde e alla passione dei tifosi. Secondo un vecchio luogo comune, che però possiamo dire corrispondente alla realtà, se viene promossa la squadra viene promossa anche la città. Certo, non basterebbe un successo nel calcio per risolvere i mille e gravi problemi che affliggono Catania, però abbandonare il deprimente scenario della serie C proietterebbe tutti in un’altra dimensione.
Proprio questo flop sportivo ed economico maturato nei giorni scorsi, tra l’altro proprio nell’imminenza del ventesimo anniversario dell’ultima promozione in Serie A, non può essere archiviato come il risultato di un anno andato storto. Al patron Pelligra spetta quindi il compito di agire come il suo ruolo gli impone, di intervenire con “pugno di ferro” ma oculatezza per far sì che ciò che non ha fin qui funzionato funzioni già dai prossimi giorni per programmare un campionato finalmente vincente.
L’annata disastrosa di Trapani, Siracusa e Messina
Abbiamo visto come, seppur con scenari e situazioni diversi, Catania e Palermo abbiano concluso questa stagione leccandosi le ferite. Insomma, se Atene piange Sparta non ride. Ma a non ridere è praticamente tutto il calcio siciliano. Prova ne sono le vicende di squadre rappresentative di città importanti che, nel recente passato, hanno militato tra Serie B e Serie C, sfiorando anche la promozione nella massima serie.
Trapani tra deferimenti e retrocessione in Serie D
Proprio come accaduto al Trapani, che nel 2016 perse la finale play-off contro il Pescara. Da quel momento più alti che bassi, con immediata retrocessione in C, un illusorio ritorno tra i cadetti preludio di una nuova retrocessione e Il fallimento nel 2020. Poi la ripartenza dalla D con il vulcanico presidente Valerio Antonini e il ritorno in terza serie nel 2024. Le speranze sono durate poco meno di una stagione, con una serie di anomalie fiscali e le contestazioni della Covisoc sui versamenti Irpef e Inps. Infine il disastro della stagione appena conclusa, con ben cinque deferimenti per questioni legate al pagamento degli stipendi e agli adempimenti fiscali, che hanno determinato un disastroso –25 in classifica e l’inevitabile retrocessione in D, scenario che non è mutato in seguito alla battaglia legale intrapresa dal suo patron, che riteneva illegittimi alcuni dei deferimenti. Il quadro futuro parla di una stagione tra i dilettanti, da affrontare non si sa con quali prospettive.
Siracusa, penalizzazioni e rischio fallimento
Stagione di analoga sofferenza per il Siracusa, che dopo alterne vicende e la risalita dal campionato di Promozione aveva conquistato la C nel 2025. Ma, nonostante le ambizioni importanti, la società guidata da Alessandro Ricci ha palesato sin da subito difficoltà nella gestione delle spese. Dalle violazioni amministrative, che hanno determinato un –11 in classifica decisivo per la retrocessione in D, ai mancati pagamenti di fornitori, agenti Fifa, collaboratori. La situazione attuale è parecchio grave, visto il concreto rischio di non riuscire a ottemperare all’iscrizione al campionato e la causa pendente presso il Tribunale fallimentare, cui si sono rivolti alcuni creditori. La speranza potrebbe essere quella dell’ingresso di nuovi soci o dell’avvento di una nuova proprietà, ma il passaggio di mano sembra vincolato – come emerge dalle indiscrezioni su una trattativa in corso – a un importante riduzione del monte debitorio.
Messina tra fallimenti e caos societario
Ma il caso più emblematico è forse quello del Messina, precipitato nei più oscuri gironi infernali addirittura dal 2008, anno della retrocessione della Serie B e del fallimento arrivato nei mesi successivi. Da quel momento è stata una sequela di deprimenti campionati di Serie C e D, aggravati da un altro fallimento (lo scorso anno) e dall’esclusione dal campionato con perdita del titolo sportivo (2017). Grande è stata la confusione sotto il cielo dello Stretto anche dal punto di vista societario, con l’alternarsi di ben cinque proprietà diverse e con un momento di difficile convivenza con un’altra realtà calcistica rappresentativa della città, anch’essa poi fallita.
Messina retrocesso in Eccellenza
La cronaca più recente parla di un campionato di Serie D concluso con la retrocessione in Eccellenza, motivata anche in questo caso soprattutto dalla pesante penalizzazione di 14 punti, stavolta già ai nastri di partenza. A pesare sono stati i disastri della scorsa stagione, terminata con la retrocessione dalla Serie C, sotto l’egida di due diverse compagini proprietarie rispetto a quella attuale. Anche in questo caso violazioni amministrative e mancati pagamenti che hanno determinato lo sfacelo e il fallimento, da cui è stato possibile salvare il ramo sportivo d’azienda, rilevato inizialmente da un gruppo di imprenditori locali al fine di garantire l’iscrizione al campionato e poi ceduto al Racing City Group degli imprenditori Justin Davis e Morris Pagniello, che sono adesso chiamati a programmare una vera e propria scalata delle pareti dell’inferno in una situazione non certo semplice.
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Vittorio Sangiorgi e Edoardo Ullo
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