Per tre anni ha aspettato una parola. Una soltanto. Non un risarcimento. Non una formula giuridica. Una sentenza? Certamente si, se servisse a sancire la verità…Ha aspettato, nel frattempo, una parola capace di restituire almeno un frammento di umanità ad una tragedia immane. Anche solo un “Mi dispiace”. Eppure…
Martedì 16 giugno, a tre anni e tre giorni dalla morte di sua figlia Giulia Capraro, Antonella Zevini è entrata ancora una volta nel Tribunale di Velletri portando sulle spalle il peso di oltre mille giorni di dolore, battaglie, ricordi e domande rimaste senza risposta.
Fuori dal Palazzo di Giustizia non era sola. C’erano amici, cittadini, mamme, giovani, associazioni e persone arrivate da diversi comuni dei Castelli Romani. Anche Andrea Titti, giornalista e neo consigliere comunale di Albano Laziale, a dimostrazione della volontà della maggioranza guidata dal neo sindaco Massimo Ferrarini di non voltarsi dall’altra parte e di non aver alcuna volontà di sposare posizioni ambigue su quanto concerne la sicurezza stradale e l’umanità che si deve a chi è costretto a sopravvivere all’unica figlia.
C’erano i cartelli con la scritta “Io sono Giulia”. C’erano fotografie, abbracci, parole di incoraggiamento e la consapevolezza di essere lì per qualcosa che ormai va ben oltre un procedimento giudiziario.
Perché la storia di Giulia, nel tempo, è diventata anche la storia di una comunità che non ha voluto dimenticare.
Da quella festa alla quale non arrivò mai
Il 13 giugno 2023 Giulia aveva appena concluso il quarto anno al Liceo Classico Foscolo di Albano Laziale. Aveva 17 anni. Mancavano poche settimane al suo diciottesimo compleanno. Quella sera stava andando ad una festa di fine anno scolastico sul lungolago Albano di Castel Gandolfo. Una serata come tante, una di quelle che a quell’età sembrano l’inizio di tutto: l’estate, la maturità ormai vicina, i sogni da rincorrere, il futuro ancora tutto da scrivere.
A quella festa Giulia non è mai arrivata. La sua corsa si è fermata prima, senza che ne abbia avuto alcuna colpa.
Lungo via Maremmana Inferiore, tra Marino e Castel Gandolfo, la Renault Clio sulla quale viaggiava come passeggera, con la cintura regolarmente allacciata, ha sbandato ed invaso l’altra corsia, dalla quale è sopraggiunta l’auto che andando a collidere con l’utilitaria non ha lasciato scampo alla povera ragazza.
Da allora Antonella Zevini vive ogni giorno con un dolore che nessun genitore dovrebbe conoscere.
Un dolore che, anziché richiuderla nel silenzio, l’ha però spinta a trasformare la memoria della figlia in una battaglia civile per la sicurezza stradale, la sensibilizzazione dei giovani e la ricerca della verità.
Il primo incontro dopo tre anni
Martedì 16 giugno è accaduto qualcosa che non era mai successo prima. Per la prima volta Antonella si è trovata davanti l’imputato – accusato di omicidio stradale aggravato – che fin qui ha disertato ogni appuntamento pubblico, dalle Messe in suffragio di Giulia, passando per le fiaccolate e i Concorsi Giornalistici in memoria della per sempre 17enne di Albano.
Lo ha raccontato lei stessa, Antonella, con una lucidità che ha colpito profondamente chi era presente. “Sono in attesa prima che inizi l’udienza e ho appena incrociato l’imputato. Mi sono fermata, visto che in tre anni ero stata soltanto io ad andare a trovarlo in ospedale prima del funerale di Giulia”. Una frase che da sola racconta molto. Perché Antonella ha rivelato pubblicamente un episodio che finora aveva custodito quasi in silenzio. Nei giorni successivi all’incidente, mentre si preparava a dare l’ultimo saluto alla figlia, trovò infatti la forza di andare in ospedale per accertarsi delle condizioni del ragazzo che era alla guida della vettura.
“Non mi reggevo in piedi”, ha raccontato. “Mi disse soltanto che non era colpa sua. Io gli risposi che non ero lì per parlare delle responsabilità, che sarebbe stato un giudice a stabilirle. Ero lì soltanto per vedere come stava”.
Una scena che oggi rende ancora più dolorosa, agli occhi di Antonella, l’assenza di qualsiasi gesto di vicinanza ricevuto in questi tre anni.
“Mi sono inginocchiata davanti a lui”
È stato probabilmente il passaggio più forte dell’intera giornata. Un’immagine destinata a rimanere impressa nella memoria di chi l’ha ascoltata. “Avevo la speranza che fuori dall’aula del tribunale mi dicesse una parola”, ha raccontato.
“Gli ho dato una possibilità e invece ha evitato il mio sguardo”. Poi il racconto si fa ancora più intenso. “Mi sono inginocchiata davanti a lui perché non incrociava il mio sguardo. Mi sono tolta gli occhiali per fargli vedere che lo stavo guardando. Mi aspettavo un abbraccio, un ‘mi dispiace per Giulia’, un ‘non ce l’ho fatta a chiederti scusa’”.
Secondo il suo racconto, però, quello sguardo non è mai arrivato. “A tre anni e tre giorni non c’è stata nessuna scusa”.
Parole che raccontano una sofferenza che va ben oltre gli aspetti processuali. Perché Antonella non parla soltanto da madre che cerca giustizia. Parla da persona che, per oltre mille giorni, ha sperato almeno in un gesto umano da parte di chi guidava l’auto in cui sua figlia Giulia ha perso la vita.
L’udienza e il nuovo rinvio
Sul piano giudiziario l’udienza non ha prodotto la svolta attesa. La decisione è stata rinviata al prossimo 15 settembre. Al centro della discussione c’è la richiesta di accesso al patteggiamento avanzata dalla difesa dell’imputato. Una prospettiva che Antonella continua a vivere con forte preoccupazione.
“Se verrà dato il patteggiamento io non crederò più nella giustizia“, ha dichiarato. Parole dure, certamente, ma pronunciate da una madre che da oltre tre anni vive una situazione che considera profondamente ingiusta.
“Qui non si parla del reato. Qui si parla soltanto di soldi”. E proprio per far capire a tutti che non avrebbe venduto il suo “silenzio eterno” con qualsiasi cifra le avessero offerto, Antonella si è presentata con le braccia fasciate, così da non poter prendere alcuna penna e non poter firmare. Come a dire, “potete offrirmi tutti i soldi del mondo, ma non comprerete il mio silenzio su quanto è stato…”.
“La vita di Giulia vale un iban”
È stata probabilmente la frase più amara pronunciata al termine dell’udienza. “La vita di Giulia vale un Iban”. Antonella ha fatto riferimento alla richiesta di comunicare le coordinate bancarie necessarie per la procedura legata all’offerta formulata dalla compagnia assicurativa. Una circostanza che ha vissuto come l’ennesima conferma di un meccanismo che, a suo giudizio, rischia di trasformare una tragedia umana in una questione economica.
“Anche se mi dessero dieci milioni di euro Giulia non tornerebbe a vivere, a sorridere, a fare la sua vita”.
Da sempre la mamma della giovane ribadisce che la sua battaglia non è economica, mentre l’accettazione del risarcimento avrebbe di fatto posto fine a tutto, senza andare ad approfondire come possa essere stato possibile che sia accaduta una tragedia del genere e non vi sia stata una pubblica presa di coscienza su quanto accaduto.
L’intervento dell’avvocata Cavallin
E proprio questo aspetto è stato sottolineato anche dall’avvocata Ilaria Cavallin. La legale che assiste Antonella Zevini ha spiegato come il tema centrale dell’udienza sia stato quello relativo al possibile accesso ai riti alternativi.
“Al di là degli istituti giuridici, che ovviamente vanno rispettati, oggi siamo in una situazione che si sta complicando soprattutto sotto il profilo umano”. Secondo il legale, infatti, il punto centrale riguarda il significato che viene attribuito al risarcimento.
“Il risarcimento non arriva dall’imputato ma da un terzo soggetto, cioè dall’assicurazione”. Una distinzione che per la difesa della madre di Giulia assume un’importanza fondamentale.
“Non c’è prova di un ravvedimento sincero, non c’è prova di un pentimento e neanche di una reale presa di coscienza dei fatti e della colpa”.
Secondo l’avvocata, il parere della Procura sarà determinante per la prossima fase del procedimento. Spetterà infatti al Pubblico Ministero esprimersi sulla possibilità di concedere l’accesso al patteggiamento.
Le domande che Antonella continua a porre
Durante il suo lungo intervento Antonella ha richiamato ancora una volta alcuni aspetti che negli anni ha più volte evidenziato e che, a suo giudizio, continuano a meritare attenzione.
Ha ricordato le condizioni dell’autovettura, sostenendo che montasse quattro pneumatici differenti tra loro e particolarmente usurati. Ha richiamato il tema dell’alcol test, che secondo quanto da lei sostenuto non sarebbe stato effettuato nell’immediatezza dei fatti.
Ha ricordato l’invasione dell’altra corsia e tutte le circostanze che, a suo giudizio, meriterebbero ulteriori approfondimenti. Questioni che da anni rappresentano il cuore della sua richiesta di verità e della sua lotta protesa a far si che altre famiglie non vivano un dolore simile. Una lotta, la sua, che avrebbe combattuto anche se al suo fianco vi fosse stato chi è stato protagonista di quell’incidente, sebbene abbia scelto un’indifferenza che amareggia, rattrista, indigna.
Una battaglia che ormai appartiene a tanti
Osservando ciò che è accaduto davanti al Tribunale di Velletri è apparso evidente come la vicenda di Giulia non riguardi più soltanto la sua famiglia.
Attorno ad Antonella si è costruita negli anni una comunità fatta di persone comuni, studenti, genitori, associazioni e amministratori che hanno scelto di accompagnarla in questo percorso.
Lo dimostrano le fiaccolate. Lo dimostrano le iniziative nelle scuole. Lo dimostra il Premio Giornalistico dedicato a Giulia. Lo dimostra la presenza di tante persone anche martedì scorso.
“Lo faccio per questi ragazzi”, ha detto Antonella. “Perché può succedere a tutti”.
Parole che spiegano meglio di qualsiasi altra cosa il senso della sua battaglia.
L’attesa continua
Il prossimo appuntamento è fissato per il 15 settembre. Fino ad allora continueranno le valutazioni giuridiche, i pareri della Procura e le decisioni processuali. Ma fuori dalle aule del Tribunale resta soprattutto l’immagine che più di ogni altra racconta quella giornata.
Una madre che, a tre anni e tre giorni dalla morte della figlia, si inginocchia davanti a chi era alla guida dell’auto sulla quale viaggiava Giulia. Non per chiedere una condanna. Non per chiedere denaro. Ma per cercare uno sguardo.
E forse, dentro quello sguardo, una parola che ha continuato ad aspettare invano dal 13 giugno 2023. Una parola semplice. Anche solo un “mi dispiace”. Che non è mai arrivato, neppure questa volta…
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Daniel Lestini
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