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La domanda che molti investitori si stanno ponendo è inevitabile: le Big Tech sono sopravvalutate?
Se osserviamo un grafico che mostra il Price/Earnings Forward dell’S&P 500, cioè quante volte gli investitori sono disposti a pagare gli utili attesi nei prossimi 12 mesi, scopriamo che attualmente il multiplo è tornato poco sotto 20 volte gli utili, un livello certamente elevato rispetto alla media storica, ma ancora inferiore sia ai picchi della bolla internet del 2000 (oltre 24 volte) sia ai massimi raggiunti nel 2024-2025.
Questo primo dato suggerisce che non siamo ancora nelle condizioni estreme viste durante la bolla dot-com. Ma sarebbe un errore fermarsi qui.
Perché il 2026 non è il 2000
La differenza fondamentale rispetto al 2000 è che oggi le grandi società tecnologiche producono utili enormi.
Nel 2000 molte aziende quotate non avevano nemmeno ricavi significativi, figurarsi profitti. Oggi invece:
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Microsoft genera decine di miliardi di free cash flow ogni anno.
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Nvidia produce margini straordinari.
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Alphabet e Meta stampano liquidità.
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Amazon domina il cloud attraverso AWS.
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Apple continua a generare una montagna di cassa.
Nel 2000 si compravano promesse. Oggi si comprano aziende reali.
Questo non significa che non possano essere sopravvalutate, ma significa che il paragone diretto con la bolla internet è solo parzialmente corretto.
Però alcuni segnali iniziano a ricordare il 2000
C’è però da considerare un elemento molto interessante: le aziende stanno iniziando a usare le proprie azioni come moneta di scambio.
L’acquisizione di Cursor da parte di SpaceX interamente in azioni ne è un esempio.
Storicamente questo comportamento tende a comparire quando i manager ritengono che il mercato stia attribuendo alle loro azioni valutazioni molto generose.
In altre parole:
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se il mercato valuta la tua società 100 quando tu ritieni che valga 70,
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conviene usare le tue azioni per comprare altre aziende.
È esattamente ciò che accadde durante la bolla internet.
L’aspetto più interessante è che oggi:
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IPO gigantesche stanno tornando sul mercato;
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le operazioni di M&A finanziate con azioni sono in forte aumento;
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gli investitori sembrano disposti a finanziare qualsiasi progetto collegato all’AI.
Sono tutti comportamenti che ricordano molto più il 1999-2000 che il 2007.
Perché assomiglia poco al 2007
Nel 2007 il problema principale non era il mercato azionario.
La vera bolla era nel credito.
Le banche concedevano finanziamenti praticamente a chiunque e il sistema finanziario era pieno di leva nascosta attraverso derivati e prodotti strutturati.
Le grandi acquisizioni dell’epoca venivano finanziate soprattutto con debito.
Oggi la situazione è quasi opposta.
Le aziende stanno raccogliendo capitale principalmente attraverso:
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utilizzo delle proprie azioni come valuta per acquisizioni.
Questo rende il sistema finanziario meno fragile rispetto al 2007.
Se dovesse esplodere una bolla AI, probabilmente assisteremmo a una forte correzione azionaria, ma non necessariamente a una crisi bancaria sistemica come quella del 2008.
Il vero rischio: troppi soldi che inseguono la stessa opportunità
Qui sta probabilmente il punto più importante.
Gli hyperscaler stanno spendendo nel 2026 qualcosa come:
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Amazon circa 200 miliardi;
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Google circa 180-190 miliardi;
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Meta fino a 145 miliardi;
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Microsoft oltre 100 miliardi.
Nel complesso il settore potrebbe investire oltre 800 miliardi di dollari l’anno.
La domanda non è se l’intelligenza artificiale cambierà il mondo.
Probabilmente lo farà.
La domanda è: servono davvero 800 miliardi di dollari l’anno di investimenti per ottenere quei risultati?
La storia insegna che spesso le grandi rivoluzioni tecnologiche producono enormi benefici per la società ma rendimenti deludenti per chi investe durante la fase di costruzione dell’infrastruttura.
È accaduto con:
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le ferrovie nell’Ottocento;
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la fibra ottica negli anni Novanta;
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molte società internet nel 2000.
Potrebbe accadere anche con l’AI.
Il mio confronto: più 2000 che 2007, ma non ancora al livello del 2000
Se dovessi scegliere tra i due precedenti storici, oggi vedo molte più somiglianze con il 1999-2000 che con il 2007.
Tuttavia siamo ancora in una fase intermedia.
Le valutazioni sono elevate ma non estreme.
Le aziende generano utili reali.
I bilanci sono molto più solidi.
Quello che invece ricorda il 2000 è l’entusiasmo crescente per qualsiasi progetto collegato all’AI, l’aumento delle operazioni finanziate con azioni e la convinzione quasi unanime che gli investimenti attuali produrranno automaticamente profitti giganteschi in futuro.
La storia insegna che spesso le rivoluzioni tecnologiche mantengono le promesse tecnologiche ma deludono le aspettative finanziarie.
E questo è probabilmente il rischio più grande che gli investitori stanno correndo oggi.
Nasdaq 100: quando iniziare davvero a preoccuparsi?
Una delle difficoltà maggiori per gli investitori è distinguere una normale correzione da un vero cambio di ciclo. Ogni volta che il Nasdaq 100 corregge del 10%-15% si torna a parlare di fine del bull market, ma la storia insegna che i grandi trend raramente si interrompono senza lasciare segnali evidenti.
Osservando il grafico mensile del Nasdaq 100 in scala semilogaritmica emerge un elemento particolarmente interessante: la media mobile esponenziale a 24 mesi ha svolto negli ultimi quarant’anni il ruolo di spartiacque tra semplici fasi correttive e autentici mercati ribassisti.
Durante il crollo della bolla internet tra il 2000 e il 2002, così come nella crisi finanziaria del 2008, la rottura della media mobile a 24 mesi è stata il segnale che il trend rialzista di lungo periodo si era effettivamente deteriorato.
Al contrario, nelle numerose correzioni intermedie che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, i prezzi sono riusciti a mantenersi sopra questa media o a recuperarla rapidamente.
Oggi la media mobile esponenziale a 24 mesi transita in area 23.600 punti, ben al di sotto delle quotazioni attuali.
Questo significa che, nonostante le valutazioni elevate, i dubbi sulla sostenibilità della corsa all’intelligenza artificiale e i timori di una possibile bolla speculativa, il trend primario rimane ancora saldamente rialzista.
Naturalmente non significa che il Nasdaq non possa correggere. Anzi, dopo il forte rialzo degli ultimi anni una fase di consolidamento sarebbe fisiologica.
Ma una discesa del 10%, del 15% o persino del 20% non sarebbe sufficiente, da sola, a compromettere il quadro tecnico di lungo periodo.
Il vero segnale di allarme arriverebbe soltanto con una violazione confermata della media mobile esponenziale a 24 mesi.
In quel caso il mercato inizierebbe a mostrare caratteristiche più simili a quelle osservate nel 2000 o nel 2008, quando le correzioni si trasformarono in lunghi mercati ribassisti.
Per il momento, quindi, il messaggio del grafico è abbastanza chiaro: il dibattito sulla possibile bolla AI è legittimo, le valutazioni sono elevate e il rischio di correzioni non va sottovalutato.
Tuttavia, dal punto di vista dell’analisi tecnica di lungo periodo, il “giocattolo” non sembra affatto rotto.
Finché il Nasdaq 100 resterà sopra la sua media mobile esponenziale a 24 mesi, l’ipotesi più probabile continuerà a essere quella del proseguimento dell’uptrend secolare iniziato ormai oltre quarant’anni fa.
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