Un dialogo “estremamente pericoloso” e una mafia sempre più radicata nel territorio: le parole del Procuratore capo di Palermo in Commissione antimafia
“Oggi la struttura di vertice non esiste, ma c’è una capacità di colloquiare con i mandamenti sul territorio ed è estremamente pericolosa”. Lo conferma il Procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, nel corso dell’audizione davanti alla Commissione nazionale antimafia, delineando l’evoluzione di Cosa nostra e illustrando il funzionamento della mafia siciliana, con particolare attenzione ai fenomeni legati alla situazione delle carceri e al dialogo con la criminalità organizzata fuori dall’isola.
Droga e dialogo tra mandamenti, come è cambiata Cosa nostra
Già parlando delle indagini sulla rete e sui beni di Matteo Messina Denaro, il Procuratore De Lucia sottolinea come la gestione dei rapporti con il mondo “fuori” dall’organizzazione criminale sia cambiata notevolmente negli ultimi decenni. Nel periodo post-stragista, la generazione di Messina Denaro ha iniziato a coltivare i rapporti “in modo evoluto” e a concentrarsi sull’accumulo di beni. Oggi – è ben noto – gli affari principali sono quelli nel mondo della droga e delle estorsioni.
Sul business degli stupefacenti, De Lucia spiega: “Il traffico di droga per Cosa nostra avviene in maniera organizzata, con un dialogo con altre organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta e la mafia albanese e con chi, dall’altra parte dell’Atlantico organizza il traffico”.
C’è poi la piaga del racket, troppo spesso poco denunciato (come pochi giorni fa sempre De Lucia aveva denunciato). “La mia posizione era molto critica nei confronti dei commercianti vittime dei fenomeni estorsivi, perché la legislazione dello Stato a loro tutela è una legislazione efficace ed efficiente che quindi è in grado di proteggerli, ragion per cui io auspicavo anche in maniera forte la denuncia da parte loro. Però, quando poi si apprende che quelli denunciati, una volta detenuti, vanno in carcere e dal carcere ti ordinano le attività di danneggiamento che avrebbero potuto ordinare prima dall’esterno, la risposta delle vittime è ‘Ma a che gioco giochiamo?’”, rivela a tal proposito il Procuratore.
“È chiaro che a questo punto viene difficile spiegare a queste persone l’importanza della denuncia e l’utilità della denuncia, perché è vera una parte del nostro sistema antiracket e cioè la parte – devo dire – più virtuosa dal punto di vista civile, la capacità dello Stato di ripristinare le attività commerciali danneggiate a fronte della denuncia, ma – aggiunge De Lucia – è meno vera quella per cui gli autori verranno puniti tempestivamente. Anche questo possiamo dire che è vero, ma non interromperanno le attività criminali che ponevano in essere. Perché dal carcere questo tipo di attività viene posta in essere. Non sono soltanto fenomeni episodici, questo è l’altro problema: sono fenomeni oramai strutturali, che ci consentono di comprendere come sta cambiando la strategia di Cosa nostra sul territorio”.
La denuncia di De Lucia: “Il sistema delle carceri non funziona”
E – dopo recenti blitz che hanno smascherato i boss intenti a dare ordini dal carcere, con il cellulare sempre a portata di mano e le spedizioni punitive “facili” – il Procuratore capo di Palermo ha spostato il focus proprio sul sistema carcerario. “Il sistema non funziona“, è la sua denuncia. “Se consentiamo ai mafiosi di continuare dal carcere a fare i mafiosi anche l’attività delle forze di polizia, le misure cautelari, i processi che facciamo non hanno il risultato che invece dovrebbero avere”, aggiunge. E chiede una rivoluzione del sistema del 41-bis: “Il 41 bis si è rivelato uno strumento efficiente, il vero problema ora è per i soggetti mafiosi che entrano in carcere in alta o media sicurezza perché non hanno la qualifica di capi. Parliamo di detenuti che vengono immediatamente dotati di telefoni, cosa che consente a Cosa nostra di continuare a comandare” anche dalla cella.
Cosa nostra e gli ordini dal carcere grazie ai cellulari, i dati illustrati da De Lucia
Quello dell’utilizzo dei cellulari per impartire ordini direttamente dal carcere è ormai un fenomeno “strutturale”, come ha ribadito il procuratore De Lucia. E Cosa nostra si attrezza con mezzi sempre più raffinati e tecnologicamente avanzati per permettere ai propri esponenti di gestire gli affari anche durante la detenzione. Uno di questi mezzi? I droni. Solo negli ultimi mesi – illustra De Lucia – “abbiamo rinvenuto, perché sarebbero dovuti entrare con un drone, 26 telefoni nel 2025 nel carcere di Pagliarelli 129 telefoni nel 25 nel carcere Ucciardone e 47 nell’ultimo semestre, sempre nel carcere Ucciardone”. E ci sono poi quelli che riescono a bypassare la sicurezza e ad arrivare in mano a boss e detenuti.
L’uso dei cellulari è comune non solo a Palermo, ma anche in altre parti della Sicilia. “Anche ad Agrigento abbiamo accertato la frequente disponibilità di smartphone e apparecchi cellulari da parte di detenuti che si trovavano in regime di alta sicurezza”, afferma il Procuratore aggiunto di Palermo Carlo Marzella durante l’audizione. Un esempio emblematico: “A un soggetto che è imputato di associazione finalizzata al narcotraffico e molto legato al capo storico di Cosa Nostra Agrigentina, che si chiama James Burgio, abbiamo addirittura sequestrato ben sette volte cellulari”.
Sinergia tra mandamenti, i casi di Palermo e Agrigento e il pericolo dietro il dialogo tra le mafie
Cosa nostra si è “modernizzata”, sicuramente. Ma ha anche cambiato profondamente struttura. Un vertice “non esiste”, come specifica il Procuratore De Lucia. Al posto della struttura verticistica, però, c’è qualcosa di potenzialmente più pericoloso: il dialogo tra mandamenti, che costruisce reti molto fitte e operative sul territorio.
“Il dialogo tra mandamenti è intenso e coinvolge non solo Palermo, ma anche il territorio di Agrigento. Cosa nostra dal punto di vista orizzontale continua a funzionare e lo fa in maniera estremamente organizzata per mettere a frutto i suoi affari secondo una strategia ben definita: pensano di tornare forti con i meccanismi tradizionali, cioè attraverso il loro esercito e quindi attraverso i denari che servono a finanziarlo e che provengono in primis dal traffico di stupefacenti”, spiega De Lucia. Proprio il business della droga è l’esempio perfetto del funzionamento dell’organizzazione mafiosa: “Cosa nostra è stata leader di questi traffici dagli anni ’50 ai primi anni ’90, poi si è ‘distratta’ nell’attacco allo Stato rappresentato dalle stragi e questo ha fatto sì che sia subentrata la ‘Ndrangheta; tuttavia la domanda di stupefacenti in Italia è molto sostenuta e il mercato in Sicilia lo gestisce Cosa nostra, con un ‘brand’ riconosciuto dai grandi cartelli sudamericani che hanno grande facilità nel riprendere il dialogo con l’organizzazione mafiosa”, dichiara il Procuratore.
“Dal traffico degli stupefacenti, nel 2025 abbiamo portato a termine delle investigazioni condotte da diverse forze di polizia che ha consentito di accertare l’esistenza di più organizzazioni criminali dedite al traffico di sostanze stupefacenti e in particolare dalla Calabria e da Roma. Il dato di assoluta novità è la sinergia che abbiamo accertato tra Cosa nostra Agrigentina e quella palermitana. Era dai tempi forse di Provenzano che non abbiamo verificato l’esistenza di questo legame sinergico tra le organizzazioni agrigentine e palermitane che ci sta portando quindi a ritenere nuovamente confermata e ribadita il carattere profondamente unitario di Cosa nostra”, aggiunge il Procuratore aggiunto Marzella.
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Marianna Strano
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